Si avvicina una data carica di significati, evocativa di una tragedia. Ai miei lettori ricorda, forse, le ambientazioni e le atmosfere di “Mio cugino il fascista”, il mio primo romanzo. Per questo racconterò loro una storia vera, quella di mio zio Ambrogio Aloisio. Zio Nini.
Questa storia comincia nel 1940 a Napoli, sua città di adozione. Se non ci fosse la guerra, Ambrogio sarebbe uno studente di legge, pronto a laurearsi in fretta e a trovarsi un impiego. Ma la guerra purtroppo c’è, Ambrogio è ufficiale di complemento di fanteria. Vive a Napoli perchè suo padre Francesco, di origine pugliese, è direttore di una succursale della Banca Commerciale, e da anni ha casa lì, con la moglie Dina, piemontese, e l’atra figlia più piccola, Nanda (mia madre). Gli afflati bellici non sono molto popolari in casa Aloisio. Don Francesco appartiene ad una vecchia borghesia liberale che non si lascia incantare dalle velleità del Regime. E questa mentalità i vertici della Banca non la sopportano , è mai possibile che un dirigente dell’Istituto non sia iscritto al Partito? Possibile che non si sia mai visto, il sabato, con la camicia nera e il distintivo? No, non è possibile, quindi che si decida, o si adegua o lascia il lavoro.
Francesco deve adeguarsi, tiene famiglia: ma la camicia nera si rifiuta di comprarla. Non ce la fa proprio, è più forte di lui. Se la fa prestare da un parente, che poi non manca di sfotterlo per l’inusitato abbigliamento, fissando ironicamente il distintivo. Francesco commenta : “P.N.F.? Per Necessità Familiari!”.
Il giovane Ambrogio queste cose le sa, sul Duce e sulla guerra la pensa come il padre. Ma è anche uno per il quale “right or wrong, it’s my country” non è una prerogativa anglosassone. In guerra non si manda nessuno al tuo posto. Lui vuole andare in Russia.
A Napoli c’è un suo grande amico: lo chiamano Franz e non la pensa come lui. O meglio, sulla guerra ha le stesse idee, ma per Franz non è giusto andare a farsi ammazzare per qualcosa in cui non si crede. Franz è quello saggio, quello che trattiene per il braccio Ambrogio quando adocchia una ragazza che gli piace: sa che è capace di attaccare discorso anche per strada, anche se la vede accompagnata da qualche fidanzato muscoloso come un armadio. Troppe volte ha rischiato di ritrovarsi con un occhio nero. Franz, che la guerra eviterà di farla, tenta di dissuaderlo: ” Ma che fai, vai volontario in Russia a combattere con i tedeschi? E’ la guerra di Hitler, non la nostra”. Ambrogio gli risponde: “Va bene , tu resta qui , ci vado anche per te in Russia . E al mio ritorno penseremo ai tedeschi”. Gliel’ha detto veramente, con quelle esatte parole. Come vedremo, non dimenticherà la promessa.
Dina la pensa come l’amico di suo figlio. E’una donna piuttosto determinata: Ambrogio non deve andare a farsi ammazzare. All’ospedale militare c’è un amico ufficiale medico. Ma in tempo di guerra non si fanno simili regali, è necessario avere almeno un pretesto. Dina il pretesto lo trova: le cozze. Sì, le cozze. Ambrogio ne va matto, ne mangia quantità inimmaginabili, che il più delle volte gli fanno male. Cosa c’è di meglio, allora, di un succulento pranzo di saluto? Al mercato Dina non sceglie certamente quelle più fresche. Ambrogio non sa quando potrà mangiarne ancora. Certo non in Russia. Si abboffa.
Dopo un’ora sta malissimo, tanto che Dina teme di aver esagerato. Ambrogio viene ricoverato, non è in grado neppure di dire come si chiama, figuriamoci partire per la Russia. Dina pensa di avercela fatta, ma ad Ambrogio basta sentirsi solo un pò meglio per lasciare l’ospedale di notte e raggiungere all’ultimo momento la Divisione “Pasubio” in partenza.
Della Russia non l’ho mai sentito parlare. Solo dagli altri membri della famiglia ho saputo qualcosa. Ricordi spezzettati, frammenti. Come le riunioni di ufficiali dal Generale Messe, che teneva a dieci passi di distanza i subalterni, per paura di prendersi i pidocchi. Il principio di congelamento ai piedi. La devozione assoluta di un attendente, ‘nu bravo guaglione, che lo trattava come un sovrano, e non è tornato. In Russia riceve anche una decorazione, non dagli italiani ma dai tedeschi: la Croce di Ferro. Non li ha mai amati i tedeschi. In Russia ha modo di conoscerli da vicino: vede con i suoi occhi, durante la ritirata, gli italiani che cercano di salire sugli automezzi germanici, aggrappandosi disperatamente, e quelli che gli tagliano le mani. La Croce di Ferro, però , non la nasconde: il nastrino se lo tiene sulla divisa, è un promemoria per il futuro. Come se fosse cucito sulla pelle.
Alla fine ce la fa a rimpatriare. Siamo già inoltrati nel 1942. Non ritova la stessa Italia, tutto sta per crollare. Non può restare a casa, è ancora in servizio . Non succede nulla fino all’ 8 settembre del 1943.
Un ufficiale tedesco fa caso alla Croce di Ferro, quando si aspetta che il tenente Aloisio ceda volentieri alla sua intimazione di combattere al fianco della Wehrmacht. Ma dopo quello che ha visto, Aloisio con la Wehrmacht non vuole combattere mai più. Rifiuta. Allora quello, prima incredulo, poi furioso, gli strappa il nastrino, gli sputa in faccia : “Tu traditore italiano, non degno di questo. Domani kaputt”.
Così gli dice, e lo lascia in custodia a due militari in un cascinale di campagna: l’indomani, con comodo , verranno a prenderlo e lo fucileranno. Ma non è ancora finita : chi è scampato alla Russia forse può cavarsela anche stavolta. Una delle sentinelle è un contadinotto corpulento e goffo, non sembra un fulmine di guerra. In compenso è arrogante e brutale: proprio quello che ci vuole. Aloisio chiede di essere portato fuori per un bisogno impellente. Gli viene concesso, ma naturalmente il tedesco gli sta alle spalle con il fucile spianato. Aloisio lo provoca, gli dice che è un vigliacco, che si sente forte solo perchè ha un’arma in mano. Quello ride, sa dire solo: tu italiano, tu kaputt. Aloiso insiste, gli dice che senza quel fucile lui lo farebbe a pezzi. Che farebbe a pezzi qualsiasi tedesco. Forse il soldato intuisce che il prigioniero sta giocando il tutto per tutto, ma lasciarsi insultare da un italiano traditore non lo sopporta proprio. Non depone neppure l’arma, fa solo il gesto di farlo : è’ sufficiente. Aloisio gli è addosso, lo colpisce, l’elmetto cade e il tedesco, in un attimo, si ritrova con la testa rotta. Forse è morto, forse lo fucileranno dopo i suoi kameraden. Kaputt.
A casa non può andare. Forse non sa neppure che sua madre e sua sorella ora sono in Piemonte, vicino ad Alessandria. Ormai sono bloccate lì, come tante famiglie che si riuniranno solo a guerra finita . A Napoli non si poteva più stare, troppi bombardamenti. A qualcuno, per giunta, era venuto in mente di far alloggiare degli ufficiali tedeschi in licenza breve proprio a casa Aloisio.
Situazione imbarazzante. Bisogna fare buon viso a cattivo gioco. Don Francesco e Dina non si aspettano nulla di meglio degli Unni, ma quelli sono piloti di aviazione, molto giovani, educati e rispettosi; cercano di parlare italiano, non fanno altro che dire “scusa” e “grazie” . Sembra che facciano del loro meglio per comportarsi bene, per non dare fastidio. Non si sentono amati in quella città, vogliono fare bella figura. Li’ c’è una casa e una famiglia, dopotutto anche loro in Germania hanno lasciato una casa e una famiglia. Il più giovane di tutti sembra perfino troppo giovane per volare. Fa quasi tenerezza. Non dice una parola, ma tutti si accorgono che a tavola fissa con aria estasiata Nandina, che ha quindici anni, e non capisce bene cosa sta succedendo. Finchè una sera quel ragazzo, impacciato ma sorridente, si presenta con un’anello di brillanti. Vuole fidanzarsi in casa.
Panico totale. Che fare? Come dirgli che non possono accettare quel regalo? Sono davvero così permalosi i tedeschi? Alla fine, Dina trova il modo per restituirglielo, cercando di non offenderlo troppo. Il ragazzo capisce, ha gli occhi lucidi ma non dice nulla. Ha fretta, deve tornare in missione. Sarà l’ultima.
Ambrogio non sa che in Piemonte lo credono morto, perchè le autorità militari lo danno per probabile vittima di un’esecuzione. Dina, però, non è donna che si perda d’animo. Quando ha appreso dell’arresto di Mussolini non ha mancato di affacciarsi alla finestra ed esultare, facendosi sentire da tutto il paese. Così mentre Ambrogio, scampato alla fucilazione, è in cerca di un posto per rifugiarsi, in Piemonte i fascisti che il 25 luglio si erano dileguati si affrettano a riprendere le loro posizioni. Alla signora Dina quella pubblica esternazione non la perdonano: che figura ci farebbero i gerarchetti locali, se non prendessero provvedimenti?. La mandano a chiamare, e lei - scortata da due adolescenti in camicia nera - si presenta vestita di tutto punto, profumata, con i guanti. Se si aspettano che abbassi gli occhi e chieda scusa, beh, si sbagliano. E’ lei che li guarda dall’alto in basso. Il capetto e i suoi sodali capiscono subito di non averle messo paura, neanche un po’. Le chiedono:” Dove sono i vostri congiunti? Perchè non hanno aderito alla Repubblica? Sono dei traditori?”. Traditori? Non l’avessero mai detto… Dina li incenerisce con gli occhi, parla a voce alta: “Mio marito è al suo posto di lavoro, mio figlio ha fatto il suo dovere di militare. Quindi non vi azzardate neppure a nominarli!”. Sì, proprio “il suo dovere” ha detto, anche se teme che Ambrogio sia morto per davvero. Non è lo stesso “dovere” di quei signori : li sta sfidando. Si guardano fra di loro, e decidono che è meglio lasciar perdere . C’è il coprifuoco, i due ragazzini devono riaccompagnarla a casa. Ma uno di loro, che imbraccia un fucile più grande di lui, sottovoce le dice: “Brava, signora. Gliel’avete cantata giusta a quelli là!”
Chissà, forse non sono così cattivi “quelli là”; magari dovevano recitare la parte, perchè il cazziatone da fare alla signora Dina se l’erano già beccato loro. Sono della zona, la conoscono da molti anni. La conoscono così bene che nell’aprile del ‘45 uno di loro, braccato e impaurito, non avrà dubbi quando dovrà scegliere a quale porta bussare per salvarsi la pelle . Sarà la porta delle signora Dina.
Ma torniamo al tenente Aloisio, scampato alla morte per un pelo. Deve andare verso Sud. Gli viene in mente solo il paese vicino Bari dove ci sono ancora i parenti di suo padre. Ci dovrà arrivare a piedi. Lo aiuta solo il pensiero di allontanarsi dai tedeschi. Quando si presenta dai suoi parenti è in condizioni pietose, non lo riconoscono , stanno quasi per cacciarlo via. E’ ridotto così male che dorme per due giorni filati, senza neppure alzarsi dal letto, come se tutte le funzioni vitali fossero in sospeso.
Ora può dire, a buon diritto: “Ne ho avuto abbastanza”. La Russia. Il Don ghiacciato. La temperatura a -30°. I pidocchi e il Generale Messe. Le dita congelate. I combattimenti furiosi. La penosa ritirata. Il nazista che lo condanna a morte e il soldato che se lo fa scappare. La fuga nelle campagne. Le giornate di marcia verso Sud.
Ma tre anni prima, al suo amico Franz, Ambrogio aveva fatto una promessa: “Dopo penseremo ai tedeschi”. Ora c’è l’occasione buona per mantenerla. Così il il tenente Aloisio lo ritroviamo sul fronte di Montecassino. Combatte ancora , sempre volontario, sempre con una divisa italiana, questa volta al fianco degli Alleati. Finalmente si sente dalla parte giusta . E’ una guerra altrettanto dura, ma è una guerra diversa. Vede utilizzare mezzi che non immaginava: “C’era per un caso un solo tedesco, annidato in una casamatta con una mitragliatrice? Ok, fermi tutti! Perchè rischiare perdite inutili? L’ufficiale americano chiamava l’aviazione, l’aereo arrivava, bum! Problema risolto.” Ora gli è più chiaro perchè la guerra fatta prima è andata male. Ma questa Aloisio la vince, alla fine l’Abbazia la espugnano i marocchini e i gurkha, ma poco importa, la strada verso Roma è ormai spianata. E’ davvero finita, si può tornare a casa. C’è da laurearsi , lavorare, mettere su famiglia.
Ambrogio Aloisio non ha mai parlato volentieri di queste cose. La guerra gli era piaciuta poco, ancora meno ricordarla. Non ha ricevuto onorificenze o altre decorazioni, perchè non le ha cercate, o le ha rifiutate. O magari non ha mai detto di averle avute, la cosa certa è che se ne infischiava. Ha fatto la stessa carriera di suo padre, in Banca. Dopo aver girato mezza Italia, l’ha conclusa a Bologna.Sono quasi vent’anni che non c’è più. Nel ‘78 aveva perso un figlio, andava spesso al cimitero di S.Lazzaro di Savena a trovarlo. La signora del chioschetto di fiori lo conosceva bene. Ma non tutti i fiori finivano sulla tomba del figlio. Ce n’era sempre qualcuno per la lapide che commemora i Caduti. Ora anche lui abita lì: chissà se c’è ancora la signora del chioschetto.
Solo una volta, indirettamente, mi ha raccontato qualcosa collegato al passato. Viveva da anni a Bologna, dove era - per l’appunto - direttore di banca. Era un periodo complicato, primi anni ‘70, qusi ogni giorno c’erano vertenze sindacali, spesso veniva buttato tutto in politica. Faceva parte del gioco. Si diceva che il Dr. Aloisio avesse un “buon dialogo” con i sindacati, ma una volta è capitato che fosse costretto a dire di no. Davanti a lui c’era un delegato piuttosto giovane, che l’aveva presa a male, e aveva fatto ricorso al repertorio di quegli anni: “Respingere il sindacato è come offendere i valori della Resistenza!”. La frase sbagliata alla persona sbagliata. Ambrogio ha ammesso di averlo preso il bavero, e di avergli ringhiato in faccia : “Tu vuoi parlare proprio a me della Resistenza?”.
Poi, naturalmente, tutto è finito lì, fra sorrisi e strette di mano. Ci mancherebbe.
L’8 settembre 1943 è stato molte cose.
Separazioni, guerra civile, caos, vergogna, rastrellamenti, rappresaglie, deportazioni. Coraggio e viltà. Odio e amore. Dolore e speranza.
Ma non è stato la “Morte della Patria”.