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Amos Oz e il perchè della scrittura.

Ci sono libri che dovrebbero essere letti dagli scrittori. “La vita fa rima con la morte“, di Amos Oz, è uno di essi (Feltrinelli 2008, pgg. 106, euro10,00). L’incipit ne è una dimostrazione: “Tali sono le questioni fondamentali: perchè scrivi.Perchè nella fattispecie scrivi proprio in quel modo. “

Si tratta di un romanzo breve, nel quale il protagonista è Lo Scrittore, invitato ad un incontro con il pubblico in un centro culturale. Una routine vissuta distrattamente, quasi con fastidio, con tutto il seguito prevedibile di discorsi di circostanza,  domande scontate e risposte educate.  L’incontro è solo un pretesto: nell’attesa passata in un bar, volutamente ritardatario, e poi nella sala convegni, lo scrittore osserva. E su ogni persona incontrata casualmente costruisce nella mente un’ipotesi di storia. Volti, voci, gesti sufficienti a mettere in moto la fantasia . L’attrattiva fisica della giovane barista che passa accanto al suo tavolo, e alla quale attribuisce fidanzati presenti e futuri. La voce della lettrice, Rachele, che lui accompagna a casa,  che subisce il suo fascino, ma che alla fine lui non segue fino all’interno dell’abitazione, tranne poi raccontare i vari modi in cui l’incontro galante avrebbe potuto concludersi.  E tanti altri personaggi , su ognuno dei quali esiste un’embrione di racconto e, se necessario, un nome fittizio da attribuire.

Si capisce che saranno storie non scritte. Nate e morte per noia, per indifferenza, o per la messa in libertà della fantasia. Con un sottofondo di solitudine che emerge dalle pagine finali, ove la realtà è stare soli con se stesso, e sulla quale non si può costruire alcunché . La premessa, quella dell’incipit, è destinata a rimanere disattesa: “perchè scrivi” è la domanda di chi non scrive.  

Non credo che per Amos Oz esista solo un modo di far germogliare un’idea letteraria. Come per nessuno. Ma quello che racconta in questo libro è, in tutta evidenza, un modo suo. Molto diverso da ciò che il pubblico immagina. Perchè un romanzo, comunque, nascerà sempre da una maniera del tutto personale di osservare la realtà, la gente e, infine, se stesso. Il segno delle mutandine della cameriera non evocherà paradisi erotici, ma la domanda : chi potrebbe essere il suo fidanzato? E nemmeno la tenera soggezione della lettrice, di fronte all’autore famoso, avrà effetti dirompenti: perchè la fantasia su una notte di sesso non avvenuta, ma immaginata, prevederà che lo scrittore, per provarne il desiderio, pensi alla cameriera. Una fantasia nella fantasia. E così realtà e finzione si intrecciano, e alla fine si annullano a vicenda.

Sono molto rari i casi in cui la genesi del raccontare diventa, a sua volta, racconto. “La vita fa rima con la morte“ può risvegliare il desiderio di scrivere. Oppure renderlo temerario.

    

Le Idi di Marzo secondo V.M. Manfredi

Un principio non scritto di “bon ton” sconsiglierebbe, da parte di un autore che abbia trattato un determinato argomento , esprimere giudizi sul libro di  altro  autore, scritto sulla stessa materia  . 

In questo caso, però, due considerazioni aiutano a rimuovere  le esitazioni. La prima è che l’inchiostro versato fino ad oggi sulla morte di Cesare occuperebbe lo stesso spazio dell’Oceano Pacifico, ed altro ancora ne sarà versato, di qui all’eternità. Il secondo è che Valerio Massimo Manfredi è un narratore molto popolare ed affermato, a differenza di chi vi scrive. Che qui infatti riveste i panni, modesti ma non sgraditi, del comune lettore.                    

“Idi di Marzo” (Mondadori, ottobre 2008, pgg. 259, euro 18,60) è un romanzo, e come tale va letto. Anche un romanzo storico è, prima di tutto, un’opera letteraria. Seguirne lo svolgimento sulla base delle conoscenze storiografiche acquisite costituirebbe un approccio parziale e fuorviante. Manfredi si è meritato la fama di conoscitore profondo del mondo antico, ed anche in quest’opera la lettura delle fonti “si vede”. Ad esempio Plutarco, Svetonio, Nicola di Damasco (del quale viene ripresa la ricostruzione dell’incidente ai Lupercali, anche se l’intepretazione offertane è molto personale). Ma anche Carcopino, Canfora, e perfino il Napoleone Bonaparte del suo libello sulle guerre di Cesare, scritto (anzi, dettato) a S.Elena, del quale viene riutilizzata la motivazione dell’inutilità, per Cesare, di perseguire ambizioni regali (Napoleone aveva scritto: “I Romani erano abituati a ricevere i re nell’anticamera dei loro promagistrati”).

Va premesso che  la conoscenza storica dei fatti non sempre aiuta a cogliere un romanzo  nella sua  essenza; anzi, può essere di ostacolo. Non perchè , nel caso di “Idi di marzo”, vi siano clamorosi stravolgimenti, ma perchè, come spesso avviene, l’inserimento di personaggi di fantasia in un contesto reale crea una doppia dimensione narrativa: quella dei fatti più o meno accertati, e quella in cui ad essi si riconnettono le vicende delle figure create dallo scrittore.  La scommessa è quella di creare nel lettore la percezione di un “cursus unicum”, nel quale i due livelli si mimetizzino a vicenda, senza che l’attenzione sia carpita dall’uno o dall’altro.In questo caso, una scommessa vinta solo in parte. Per meglio spiegarci, pur tenendo presente le avvertenze di cui sopra, entreremo brevemente nel merito di entrambi gli aspetti. 

Dal punto di vista dell’efficacia narrativa, i  fans di Manfedi non saranno delusi. La prosa è - come al solito - lineare ed efficace; la costruzione è - come al solito - frutto di un’architettura ben studiata, nel quale l’ esatto l’equilibrio fra le due dimensioni è molto curato. Vero protagonista della narrazione è il centurione primipilo Publio Sesto detto “Baculus”, personaggio ispirato ad una figura che Cesare stesso citò nel suo “De bello gallico”;  il filo conduttore è la sua  avventurosa e disperata corsa contro il tempo da Modena a Roma per recapitare un messaggio che avrebbe dovuto mettere in guardia Cesare. Comprimari sono altri personaggi “minori”: alcuni realmente esistiti, come Artemidoro (retore al servizio di Giunio Bruto), o il medico Antistio , impegnati nello stesso tentativo, ovvero mettere in guardia Cesare. Altri di fantasia, come i misteriosi agenti tesi ad intercettare, o vanificare, ogni avvertimento. Il “thriller” intorno alla possibile rivelazione dei termini esatti della congiura ha una certa predominanza nella narrazione, ed è ben confezionato, nonostante la stragrande maggioranza dei lettori sappia in partenza che la congiura, comunque, dovrà materializzarsi.

Meno efficace, invece, la parte recitata dai protagonisti “storici”.

La figura di Cesare è quella di un Capo anziano, stanco e malato, dubbioso sulla possibilità di portare a termine i progetti ancora in piedi, incerto sulla reale consistenza del complotto. Va detto che Manfredi - saggiamente - non giunge ad avvalorare la teoria affascinante - ma sballata- del Dittatore che ha deciso di morire, e  quindi collabora passivamente alla realizzazione dell’attentato ai suoi danni (sciocchezza che ogni tanto riaffiora qua e là) ; tuttavia ne esce fuori un Cesare un po’ sbiadito , e perfino sprovveduto, visto che in una situazione tesissima affida tutta la responsabilità dell’ “intelligence” a figure chiaramente non all’altezza. 

Cicerone viene raffigurato come “grande vecchio”della trama anti-Cesare,  esterno alla congiura ma moralmente partecipe, e ispiratore di alcuni degli assassini. Una visione che coincide con quella della storiografia più moderna (forse non quella recentissima), e che in sede scientifica è stata ampiamente trattata da Canfora nella sua biografia su Giulio Cesare ( nel romanzo si fa cenno ad una corrispondenza “criptata” fra lui e Caio Cassio, alla quale lo storico barese ha dedicato uno dei capitoli più interessanti dl suo lavoro).

Altri personaggi fondamentali del complotto , come Caio Trebonio e Decimo Bruto Albino,  sembrano dipinti in modo piuttosto convenzionale, e sono trattati come semplici comprimari (quali non erano).

Più rilievo viene dato a Marco Antonio. Manfredi sa coglierlo nella sua ambiguità, e lascia capire che “sapeva”. Il che è corretto (in realtà, è lecito pensare che non si limitò a stare alla finestra) . Inoltre, l’Autore è uno dei pochi disposti (giustamente)  a riconoscergli anche intelligenza, non solo muscolie  coraggio. Ma è, in definitiva, l’Antonio di Shakespeare. Anche se alla fine - divorziando dalla celebre orazione del “Julius Caesar”- gli fa dire “Sono venuto a seppellire Cesare”. A qualcuno la “licenza” piacerà.  

Difficile resistere - specie in un romanzo - alla tentazione di coinvolgere nel gioco le donne. Cleopatra ha rancore per Cesare, che non intende riconoscere il figlio avuto da lui, ma sembra che voglia salvarlo, nel proprio interesse, ed è la vera committente dell’eroico “Baculus”. E qui Antonio, putroppo,  viene restituito allo  stereotipo della sua (presunta) arrendevolezza alle donne, perchè viene manovrato come un burattino dalla regina d’Egitto. Questa la spiegazione data dell’incedente dei Lupercali,  per il quale si ipotizza una regia esterna di Cleopatra, allo scopo di far accedere Cesare all’idea di una incoronazione. Qui, in effetti, ci si allontana un po’ troppo dal verosimile.

Non si poteva, ovviamente, lasciare in second’ordine Servilia, l’amante “storica” di Cesare, nonchè madre di Marco Giunio Bruto.  Il suo ruolo sarà  quello di ispirare l’arcifamosa profezia dell’augure Spurinna, che secondo la leggenda mise in guardia Cesare dalle Idi di marzo. La distanza dalla realtà  risulta perfino maggiore che nel precedente esempio.

In definitiva , due valutazioni finali, e sintetiche.

Se il lettore aspira a leggere un romanzo scorrevole, ben scritto, in cui si respiri l’atmosfera della Roma di Cesare, in “Idi di Marzo” troverà  risposta alle aspettative.

Se invece vuole farsi un’idea di come andarono le cose, e perchè andarono in quel modo, potrebbe restarne disorientato.

  

    

Mostra su Giulio Cesare al Chiostro del Bramante: Roma ricorda il più famoso dei Romani.

Sta per aprirsi al Chiostro del Bramante in Roma una mostra dedicata alla figura di Caio Giulio Cesare: “Giulio Cesare: l’uomo, le imprese, il mito” (24 ottobre - 3 maggio 2009). Si preannuncia come un evento di grande importanza storica, culturale ed archeologica.

Il “Corriere della sera” di oggi dedica due pagine all’appuntamento . C’è un’intervista al curatore Giovanni Gentili, che preannuncia i capolavori di arte antica e contemporanea, raccolti per l’occasione da tutto il mondo; un’intervista a Luca Canali, un noto latinista che nelle sue opere si è occupato più volte di Cesare e della sua epoca; ed un articolo dello storico e filologo Luciano Canfora - autore della migliore biografia recente di Cesare - che parla soprattutto della censura, decretata da Augusto, alle opere teatrali giovanili del suo Padre adottivo.

I mie lettori sanno che quest’anno sono usciti due miei libri dedicati a Cesare ed alla Roma tardorepubblicana: la ricostruzione della congiura del marzo 44 a.C: , “Le congiure parallele”, ed il romanzo biografico dedicato a Fulvia , “Nulla se non il corpo”. Possono quidi immaginare come, per il sottoscritto, la mostra su Cesare rappresenti un evento “imperdibile”.  

Non mancherò di riferire ai lettori le mie impressioni ; non è escluso, per gli amici romani, o per coloro che vorranno passare un week-end nella Capitale, l’appuntamento di una visita che non chiamerei “guidata”- non è il mio mestiere - ma “accompagnata”, o “informata”.

Anche dal servizio apparso sul “Corriere” si evince come l’interesse per una figura così complessa si stia rivolgendo soprattutto al Cesare uomo. Non c’è più nulla da scoprire sulla figura del conquistatore, non molto su quella del Cesare uomo di Stato e navigato politico. L’aspetto più moderno di Cesare consiste, invece, proprio nella sua raffinatezza intellettuale, nella sua apertura al nuovo, nella capacità di valutare uomini, problemi e circostanze con un approccio analitico, scevro da pregiudizi. Le vere doti del leader.

Del resto, il periodo in cui visse presenta anch’esso caratteristiche straordinarie che lo avvicinano alla nostra sensibilità contemporanea. In particolare, la lotta per il potere   presentava, all’epoca,  aspetti che sembrano, distanza di duemila anni, anticipare molti temi che attualmente infiammano il dibattito politico, e che i “grandi” del tempo capivano e gestivano con una consapevolezza ed una abilità tali da far apparire i protagonisti di oggi come mal riusciti imitatori.

Se un “messaggio” di questo genere arriverà ai visitatori, sicuramente gli organizzatori della mostra avranno reso loro un grande servizio.    

 V.C.

Spike Lee e le polemiche inutili: “Miracolo a Sant’Anna”, in fondo, è solo un film

Nelle nostre sale la prima scena del film si apre con un avvertimento per il pubblico italiano. Prima che la scena di apertura, quella del delitto a New York, compaia sullo schermo, una scritta avverte lo spettatore non solo che il film, tratto da un romanzo, è un’opera di fantasia, ma anche che - come accertato in sede storica e processuale - la reponsabilità dell’ eccidio di Sant’Anna di Stazzema è da ascriversi esclusivamente alle SS, che perpetrarono una strage di civili non giustificata da alcuna motivazione di carattere bellico.

L’impressione - salvo smentita - è che tale avvertenza sia stata inserita recentemente ad esclusivo beneficio del pubblico italiano. Le polemiche sulla pellicola di Spike Lee , infatti, sono comprensibili solo in casa nostra, e sicuramente erano impreviste sia dal regista che dalla produzione.

Il film di Lee è importante, ma non è bellissimo, nè riuscitissimo, anche se a tratti si vede la mano del maestro. La ciritica forse è stata fin troppo severa, perchè lo stile asciutto e “duro” del regista - qua e là attraversato da improvvismi lampi di retorica, o di surrealismo - presenta situazioni drammatiche in modo piuttosto anticonvenzionale rispetto a tanti film ambientati in tempo di guerra. La tensione etica ed emotiva, che indubbiamente esiste,   può essere colta solo da chi abbia una particolare sensibilità a quegli avvenimenti, un livello di cultura storica e di informazione sufficiente, e una mente scevra da preconcetti. Non è un film per tutti, insomma; e inoltre, alcune incongruenze e lentezze nella narrazione non hanno contribuito nè alla cassetta, nè alla benevolenza dei critici.

 Ciò premesso, “Miracolo a S.Anna” non è un film sulla strage di Sant’anna di Stazzema: è esenzialmente un film sulla partecipazione dei neri alla II Guerra Mondiale, e sul loro dissidio fra senso del dovere e consapevolezza della loro emarginazione anche all’interno dell’ esercito amricano. I protagonisti sono cinque militari della Divisione “Buffalo”, un reparto “tutto nero” di fanteria, ma comandato da bianchi, che effettivamente partecipò alle operazioni  dall’estate del ‘44 ai primi mesi del ‘45. la loro zoba di impiego fu, nello stesso periodo, teatro di feroci repressioni antipartigiane condotte non solo dalle SS, ma anche da reparti della Wermacht e dalla milizia della RSI. Il vero protagonista, però,  è il bambino, scampato all’eccidio di S.Anna è protetto prima da un soldato di colore, il “gigante di cioccolato”,  poi da tutti i suoi commilitoni.

C’è solo una scena che riguarda effettivamente i fatti di S.Anna, ovvero quella dell’ epilogo, con l’uccisione delle donne, dei vecchi e dei bambini girata nel luogo dove essa effettivamente si verificò, ovvero davanti alla chiesa situata poco fuori il paese.  

Il motivo delle polemiche è il seguente. Dalle dinamica del film, si evincerebbe che l’azione spietata delle SS fosse motivata dall’esistenza di reparti partigiani in zona, e in particolare dlla caccia ad uno dei loro capi. C’è inoltre la figura di un partigiano traditore, che è in combutta con i tedeschi e che esporrà un altro paese, non identiifcato (quindi frutto di fantasia) ad un ulteriore attacco delle SS, nela quale saranno coinvolti anche i cinque soldati neri della “Buffalo”.

Dal film inoltre emergerebbe - ma questo, in verità, è meno evidente nella narrazione - che l’atteggiamento della popolazione civile sarebbe stato diffidente nei confronti degli americani, ed anche nei confronti degli stessi partigiani. Inutile dire che ciò ha rivitalizzato le vecchie polemiche sul rapporto fra partigiani e popolazione, in presenza della minaccia di rappresaglie contro i civili.

 Il film non è una ricostruzione storica; il bambino scampato alla strage ha un’ovvia funzione metaforica e sinbolica nei confronti dei soldati americani di colore, per loro difendere lui e i civili era diventa un modo di difendere se stessi e dare un senso alla partecipazione ad una guerra nella quale erano considerati, dagli alti comandi, poco più che “carne da cannone”.

Vale la pena ricordare , invece, ciò che emerge chiaramente dalla storiogorafia, ed è stato ulteriormente rafforzato dal processo contro alcuni SS superstiti, con la sentenza di condanna emanata qualche anno fa dal Tribunale militare di La Spezia.

Fra tutte le rappresaglie compiute dai nazisti, quella di Sant’Anna , oltre che la più cruenta, fu anche la meno giustificata da motivi di carattere militare, anche volendo annoverare fra questi ultimi le esigenze di “bonifica” delle retrovie. Mentre è ovvio che in tutta l’area appenninica, al di qua della Linea Gotica, c’erano numerose formazioni partigiane, ed operazioni condotte da partigiani, nella meta’ di agosto del 1944  intorno ai paesi dell’ Alta Versilia non c’era più significativa attività di guerriglia. Ciò è opportuno ricordarlo per aderenza alla realtà, non perchè la presenza di partigiani, aiutati o meno dalla popolazione civile, potesse in ogni caso giustificare l’uccisione di vecchi e bambini. 

L’ultimo episodio di attacco compiuto da una formazione delle “Garibaldi” risaliva al 4 agosto (la strage è del 12 agosto) : erano stati fatti saltare due ponti che collegavano la Versilia alla Garfagnana. Nei giorni successivi la situazione si era normalizzata, e le formazioni partigiane avevano già lasciato la zona. Tanto è vero che quando le SS della 16ma  Div. corazzata  cominciarono a rislaire dal fondovalle, la popolazione si aspettava solo di essere sfollata, e cominciava a raccolgiere le masserizie. Ci possono essere dubbi,invece,  sul fatto che una rappresaglia talmente cruenta fosse stata pianificata in anticipo. Infatti un tedesco fu ferito ad una spalla da un isolato colpo di arma da fuoco mentre il suo reparto transitava nella frazione di Vacareccia. Dal ferimento all’inizio della repressione, comunque, passarono trenta minuti, ed i primi a farne le spese furono gli abitanti di quel paesino, rinchiusi in un cascinale ed eliminati con il lancio di bombe a mano. Poi la furia delle SS coinvolse tutti i piccolissimi centri della zona, fino allo sterminio finale davanti alla chiesa di Sant-Anna. I morti totali sono stati stimati a lungo in 560. Alcuni studi recenti parlano di 390 vittime.  Un classico episodio di spietata guerra ai civili, dalla quale non si poteva ottenere l’arresto o l’uccisione di un solo “bandito”. Nel film, la figura tormentata del capo partigiano - oggetto di una taglia da parte delle SS - e del traditore che lo uccide  sono presumibilmente figure di fantasia, mentre è documentato il fatto che le squadre naziste furono guidate in quei luoghi da collaborazionisti italiani.

Situazioni in cui la popolazione civile manifestò sentimenti negativi nei confronti dei partigiani, durante tutta l’attività della guerra partigiana, sono altrettanto documentate, e in presenza della minaccia di rappresaglie sono anche pefettamente comprensibili. Riconoscerle non toglie nulla alla barbarie dimostrata contro i civili, negarle è da stupidi. Nel caso reale di Sant’Anna, tuttavia, non vi fu nulla che possa ragionevolmente ricondurre a qualcosa del genere.

Inoltre, la strage - nonostante la crudezza della scena madre del film - fu ancora più efferata di quanto non si veda sullo schermo. Con episodi di crudeltà e di sadismo che è raccapricciante perfino descrivere. Con l’occasione, invito a scrivermi i lettori  interessati a documentarsi su quegli avvenimenti, sarò lieto di fornirgli indicazioni sulle fonti (sia di parte italiana che tedesca).

Non è comunque la strage in sè, come abbiamo visto, a rappresentare il “topic” del film. Così come le polemiche sull’antifascismo c’entrano davvero poco: nell’opera di Spike Lee i fascisti non compaiono neppure. Si può supporre che il traditore sia in realtà un fascista , ma pare mosso più che altro da una vendetta personale; e c’è  un anziano del paese che ha la tessera del partito e la foto di Mussolini (finirà ammazzato anche lui dai tedeschi). Tutto qui.  Per il resto una storia molto, molto americana, benchè quasi tutta ambientata in un Paese dell’Appenino.    Definirlo film “revisionista”non è solo sbagliato, ma privo di senso. Così come è triste notare che c’è sempre chi si insinua in polemiche speciose per avanzare l’idea che le rappresaglie fossero colpa dei partigiani, e non dei nazisti che sparavano, e di coloro che li aiutavano. Di qui l’opportuno “disclaimer” posto all’inzio della proiezione. 

  

La Borsa dei Valori

In questi giorni è difficile, per chi ha investito i propri risparmi, sottrarsi al quotidiano bollettino di guerra dei mercati finanziari. E’ un po’ come trovarsi nella fila dei parenti di soldati al fronte che, ogni giorno, andavano a leggere l’elenco  dei caduti , e cominciavano dalla lettera più lontana dell’ordine alfabetico.

Ci sono altre quotazioni, però,  che stanno cambiando. Oltre alla Borsa Valori di Piazza Affari, o di Wall Street, c’è quella dei Valori umani e civili . Che segna paurosi ribassi.

Le ” Solidarietà” non trovano più compratori. Tutti vendono. Era una “blue chip”, ora sta per diventare un titolo sospeso per eccesso di ribasso. Coloro che fino a pochi anni fa eravamo disposti ad aiutare, oggi sono una minaccia. Ci mettono in difficoltà, perchè la loro condizione sembra raffigurare un futuro peggiore  . Hanno la pelle di colore diverso, non hanno il permesso di soggiorno; rappresentano più del 50% dei detenuti delle nostre carceri. Rubano le cose, rubano il lavoro.  Se l’economia ci farà diventare ancora più poveri, diventeremo come loro? Meglio non averli davanti agli occhi.

“Onestà” è un titolo contrastato, un caso particolare . Le azioni “Onestà Ordinarie” sono sempre nel nostro portafoglio, e reggono bene. Chi le ha sempre emesse, in realtà, è una public company di cui siamo noi stessi azionisti, come i nostri padri, e i nostri figli. Ci crediamo ancora, dobbiamo crederci. Ma le “Onestà Privilegiate”, invece, perdono ogni giorno. Esse infatti poggiano anche sull’essere onesti degli altri. Sull’etica quale comune sentire. Circolano facilmente dove c’è la cultura delle regole, della legalità. Oggi hanno perso molto del loro appeal fra i risparmiatori, perchè gli investitori istituzionali le sconsigliano.

Sono in lieve ma continua caduta  le azioni “Democrazia”. La corporate emittente è sempre solida, ma sta perdendo alcune quote di mercato nelle consociate “Tolleranza”, “Informazione”, “Antifascismo”. Non ha concorrenti ufficiali che competano, sfacciatamente,  con il marchio “Intolleranza”, “Censura”, “Fascismo”, perchè si presenterebbero con un prodotto invendibile. Sta crescendo, però, un mercato nero di prodotti taroccati e fuori norma, pericolosi per la salute, che vengono fatti chissà dove, e imitano i marchi originari, quelli positivi, ma in realtà snaturano il marchio originale. Il consumatore vede che costano poco, e  li compra. La “corporate” comincia a risentirne.

Le azioni “Cultura” , invece, vanno male, sono sempre più svalutate. I pochi detentori superstiti  rimpiangono  di averle mantenute pervicacemente nel portafoglio nonostante le perdite, anche se non hanno ancora il coraggio di liberarsene. Il che è una fortuna, ed evita il crollo, perchè se anche loro cedessero al “panic selling”, della “Cultura” non rimarrebbe più nulla.

 Che fare?

C’è una legge di mercato che poggia su due virtù fondamentali: il coraggio e la lungimiranza. Ma anche sulla logica stessa della finanza.  Si dice, infatti, che quando si verificano ribassi generalizzati, e i prezzi sono al minimo, quello è il momento di comprare. Magari  domani ci sarà un ulteriore ribasso, ma se teniamo duro e abbiamo fiducia l’investimento sarà premiato, perchè altri ci imiteranno, i valori risaliranno, e noi avremo guadagnato.

Quindi, il mio consiglio è il seguente: comprate, ricomprate quelle azioni, che oggi valgono poco.  Saremo tutti più ricchi.  

   V.

  

   

Crisi dei mercati, paura, speranze: l’importanza di avere un progetto.

In una intervista al “Corriere della Sera” di oggi, un banchiere cattolico, Roberto Mazzotta, ha citato un passo di J.M. Keynes: ” Il problema economico non è, se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana. Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi ed autentici della religione e delle virtù tradizionali”.

Una intervista in tempi di crisi finanziaria fa così riscoprire quale fosse l’approccio di un grande economista, che segnò un’epoca, di fronte alla grande crisi originata dal crollo di Wall Street nel 1929. Un messaggio fortemente laico ed universale, ancorchè riferito alla dimensione religosa: il significato è che nelle fasi di dosorientamento e di preoccupazione per le proprie condizioni materiali di vita, le persone vogliono comunque guardare al futuro, e lo fanno in nome della loro umanità e della loro eticità. Non si aspettano, quindi, che ai sette anni di vacche magre ne seguano sette di vacche grasse. Desiderano che siano i valori “solidi ed autentici” a caratterizzare l’avvenire. In ciò riseide la loro maggiore speranza.

Mentre nei prossimi mesi le banche centrali e i responsabili dell’economia, perchè costretti dall’emergenza,  lavoreranno per disboscare la giungla della finanza dalle bande di speculatori professionali che hanno impunemente imperversato, razziando e saccheggiando,  la gente comune riceverà messaggi tendenti a tranquillizzarla: tenete duro, abbiate fiducia, alle vacche magre seguiranno le vacche grasse. Come sempre.

Ci si chiede se sia questa la risposta attesa. Prevenire il panico è cosa buona giusta, perchè  è ingiustificato, e fa danno; ma una cosa è il panico, che esplode nelle circostanze critiche ed emergenziali, cosa diversa è la paura diffusa e quotidiana, che poggia su un’insicurezza di fondo, sedimentata negli anni . Chi pronuncerà sagge parole di ottimismo, forse, ha fatto la sua parte per alimentare paura e insicurezza: paura del terrorismo, paura della delinquenza, paura dello straniero , paura dell’immondizia, paura del diverso. Paura e basta. 

Si discuterà molto sul sistema delle regole; sugli spazi eccessivi concessi all’avidità di chi non investe, non produce, non crea lavoro, ma è abituato a realizzare guadagni enormi in pochi minuti, cavalcando come un surfista le oscillazioni dei listini, e coalizzandosi con altri come lui per  condizionarle a proprio vantaggio. Generali di ventura che misurano la vittoria con il numero dei morti sul campo, non importa di quale esercito o di quale popolazione, perchè il sangue versato, in realtà,  riversa oro nelle loro tasche. A scapito della gente comune, e dei più deboli. Ma anche degli imprenditori che investono, che producono, che creano, che organizzano,che hanno un progetto, o addirittura un sogno. E rischiano ciò che è loro, non di altri.

Come guardare al futuro, allora? Dov’è la bussola ?

Si ha la percezione di essere un’epoca di cambiamenti profondi. In realtà tutte le epoche sono di cambiamento e di transizione, c’è sempre un passato, un presente e un futuro. La percezione di oggi è tale perchè il navigatore della nostra vettura si è inceppato, mentre una nebbia improvvisa si è addensata sulla strada; siamo costretti a rallentare, a fermarci. A chiedere informazioni ad un passante, che magari ne sa quanto noi.

Cosa significa tutto questo? Che in realtà la nostra direzione di marcia dipendeva sempre da qualcuno che ce la indicava. La carta stradale, il navigatore, il passante. Qualcuno o qualcosa che ci diceva cosa  fare, dove andare, mentre  al volante della nostra vettura avevamo l’illusione di essere noi al comando. Tutto va bene  se il tempo è clemente, se la visibilità è buona, se gli strumenti a nostra disposizione funzionano. La voce del navigatore satellitare era fredda, meccanica, ma rassicurante. Ha sempre avuto una risposta pronta.  Fino ad oggi.

 La citazione di Keynes, allora, altro non voleva dire che questo: le crisi violente, le rotture, non si superano semplicemente rispristinando, sic et sempliciter,  la situazione precedente. Perchè? Perchè sono parte della situazione precedente. Le aspettative migliori, per noi stessi,  riguarderanno sempre e comunque qualcosa di più o di diverso da ciò che si è perso.  

Se cambia il mondo e il contesto in cui viviamo, specie di fronte a fratture traumatiche della continuità e della stabilità, non è difficile accettare l’idea del cambiamento, perchè naturale ed inevitabile. Ma si è molto meno disposti a subirlo in base alle prescrizioni di chi ha semplicemente il compito di uscire dall’emergenza, e vuole ripristinare la situazione precedente.  Non sempre chi cura, ripara, corregge, è colui che ha il compito di costruire. Un medico può guarirci da una malattia, e magari facendolo ci restituisce la vita; ma non sarà lui a indicarci come spenderla. 

Allora si rimettono in fila le priorità, si ridiscutono gli obiettivi, si ridiscute se stessi; si cercano nuovi obiettivi. Si scopre che i nostri valori, le cose vere, le cose solide, non erano perse, ma semplicemente accantonate. Che abbiamo utilizzato alcune nostre capacità perchè ci risultava più facile, o più utile,  dimenticando che ne possediamo altre, più faticose da recuperare perchè più nascoste. Magari proprio quelle che ora ci servono.  

La speranza è qualcosa di molto concreto. Se non poggia sulla realtà  è solo un atto di fede. Si nutre del possibile, dell’esistente, non prevede solo un futuro, ma  anche la strada da fare per arrivarci;  il lavoro da intraprendere per far sì che il luogo desiderato sia lo stesso  che abbiamo immaginato. La politica di molti anni fa ci aveva insegnato che non importa tanto il punto che si raggiunge, quanto la direzione verso cui ci si dirige. Affascinante, ma sbagliato. Perchè era ciò che l’ideologia suggeriva alla politica, esentando quest’ultima dal pragmatismo del realizzare, a vantaggio di chi indicava con un dito l’orizzonte dicendo: “Quella è la direzione!”. E regolarmente aggiungendo, sottovoce: “Seguitemi”. 

Chi desidera cambaire, e rimettersi in marcia, ha bisogno di sapere  che il luogo pensato come meta esiste, e può essere raggiunto. Deve misurare l’opportunità con le forze che ha dentro di sè, con gli ostacoli che incontrerà, con le alleanze di cui potrà disporre, o che saprà guadagnarsi. 

Ma quando la politica non ha obiettivi, perchè non ha un progetto, resta sempre per ciascuno la possibilità di avere i propri obiettivi e il proprio progetto. E’ l’unica via d’uscita dalla paura.     

Vincenzo 

  

Ancora le guerre della memoria (non condivisa) su Resistenza e dintorni: Sergio Luzzatto contro chi scrive di Storia senza essere storico

“Giampaolopansismo” e “brunovespismo”  sono due neologismi dalla natura polemica, ai quali potremmo aggiungere “indromontanellismo”,  ”giorgiomielismo”, “arrigopetacchismo”, “antoniospinosismo”, e via dicendo,  proseguendo la serie con chiunque abbia scritto di Storia in forma discorsiva e divulgativa, guadagnandosi così numerosi lettori. Tali definizioni sono tutte sinonimi di “dilettantismo”.

Nel suo recentissimo libro “Sangue d’Italia” (Ed.Manifestolibri) , una raccolta di articoli e interventi brevi dedicati principalmente al periodo più cruento della nostra storia recente, Luzzatto propone una “operazione di igiene culturale”: reagire contro la Storia contemporanea raccontata da giornalisti (soprattutto) o intellettuali non “del mestiere”, dalla quale discenderebbero versioni popolari, discorsive, accattivanti degli avvenimenti.

Luzzatto è uno storico e insegna Storia: ma nell’esprimere parziale dissenso dalla sua provocazione, mi asterrò dal ritenere le sue opinioni come effetto di una difesa corporativa, con la presunzione di andare un po’ più in profondità. 

Credo che tutto, o quasi,  sia cominciato quando le opere di Renzo De Felice sono state accolte con diffidenza, se non ostilità, da buona parte della cultura ufficiale. Il termine “revisionismo” , già proprio di un lessico utilizzato come un maglio nell’ortodossia marxista, è tornato ad essere speso in senso denigratorio: quasi come sinonimo di negazionismo, o di neofascismo. De Felice, lungi dall’essere depositario di una verità rivelata, aveva costruito la sua monumentale biografia di Mussolini considerando non solo l’ elemento di rottura rivoluzionaria e violenta del regime totalitario, rispetto al liberalismo parlamentare dell’Italia risorgimentale, ma anche l’evoluzione dello Stato in termini di continuità. In parole povere , quella per vent’anni era l’Italia, quello il potere, quella la politica; per cui il dittatore era anche un politico e un uomo di stato, perchè lo Stato italiano non era traslocato su un altro pianeta dal ‘22 al ‘43, era ancora lì, come la società civile sottostante che il regime aveva permeato, fino al disastro finale (in proposito, cito un recente studio di un giovane ricercatore, Giovanni M.Ceci, “Renzo De Felice storico della politica”, Rubbettino 2008) .

E’ noto come secondo De Felice,  un approccio asettico e scientifico al fascismo era mancato, fino a quel momento, per cui si sarebbe imposta per decenni la c.d. “vulgata” della Sinistra, e le successive difese di chiusura assoluta contro le opere che trattavano eventi suscettibili di incrinare una visione mitica ed agiografica del fascismo e della Resistenza.

Immagino che una delle preoccupazioni di Luzzatto consista nel fatto che le opere divulgative rischino di alimentare la “controvulgata” (termine usato sia da Pavone che da Oliva, due eminenti storici di quel periodo), che si sta facendo strada come visione “buonista” e sottilmente “riabilitativa” del fascismo (ivi compresa la smitizzazione dell’antifascismo resistenziale, spogliato poco a poco della cristallina veste di eticità assoluta propria della prima “vulgata”).

Se l’indicazione di Luzzatto consiste nel ricordarci che la Storia devono scriverla gli storici, ci trova d’accordo. Ma se la conclusione è che si possa trattare e raccontare il passato solo sulla base di titoli e curricula accademici, lo siamo un po’ meno.

Credo sia opportuno, infatti, riflettere sul successo editoriale delle opere che parlano di Storia recente (ma non solo) , rispetto alle quali i lavori degli storici accreditati, sugli stessi argomenti, scompaiono al confronto. Caso emblematico è “Il sangue dei vinti”di Pansa, il quale ha proseguito sulle ali delle vendite da best-seller dedicando i lavori successivi proprio alle polemiche che quel libro ha suscitato. Un modo efficace, se ci paensiamo bene, di fidelizzare il lettore. Di Pansa si è detto che recupera la memorialistica senza  passarla al vaglio; che non indaga sulle cause profonde di quegli eccidi; perfino che non cita le fonti con le classiche note a piè pagine, e con i riferimenti bibliografici propri della saggistica “seria”.  

Tutte cose vere, ma non decisive in lavori che non nascevano con pretese stroiografiche. La polemica è stata ingigantita - a tutto vantaggio dell’Autore e del suo editore- proprio dall’avversione istintiva ai temi che Pansa trattava. Che sono apparsi come una sua “scoperta”, il che non è vero, perchè la “vera” storiografia  se n’era già occupata (cito solo “La resa dei conti” di Gianni Oliva, che è del 1999.)

Il problema è un altro: se i libri c.d. “divulgativi” hanno successo nelle vendite, è perchè c’è una domanda di conoscenza molto diffusa. Nessun battage promozionale può essere decisivo, se le vendite assommano a centinaia di migliaia di copie.  E siccome questi libri  non colmano unl “vuoto storiografico”, perchè nella maggior parte dei casi tale vuoto non esiste, la domanda da porsi è la seguente: perchè gli storici non si fanno leggere ?

La risposta sbagliata sarebbe quella che rigetta la colpa sul pubblico, con ragionamenti simili al seguente: l’ingoranza è diffusa, quindi il lettore “abbocca” e si beve lo cose “poco serie”, invece dei testi scientificamente corretti.  Oppure prendendosela con il “mercato editoriale”: ti fanno leggere qullo che vogliono, se chi scrive è famoso, o fa scoppiare il casino polemico, allora ben venga, vende di più.

Sono tutte risposte difensive, o autogiustificative: resta il fatto che c’è un interesse diffuso a conoscere gli eventi che ci hanno portato fino a qui, e c’è solo una categoria che riesce a soddisfarlo, quella degli aborriti “divulgatori”. Non sarebbe meglio, allora, chiedersi: di cosa scrivono gli storici? E come scrivono? Si parlano fra di loro, o sanno parlare a ciascuno di noi, scendendo dalla cattedra?

 E siccome non tutti gli storici scrivono in modo astruso e incomprensibile , ma alcuni meritano di essere letti anche per il piacere di leggerli (penso agli studi di Pavone su Guerra Civile e moralità della Resistenza) , cosa viene fatto per trasmettere il messaggio positivo di un’opportunità in più, e forse migliore, presente sugli scaffali delle librerie?

Non sarà che da un pezzo anche noi abbiamo smesso di studiare, e siamo diventati ignoranti? Magari perchè siamo rimasti fermi ad una delle due opposte “vulgate”?  

   

Nazirock, un film e qualcosa di più

“Noi ci proclamiamo revisionisti, non esitiamo a dirlo”. Questa frase non proviene da un circolo di intellettuali, o da un gruppo di studenti, e neppure da un blog di appassionati di storia. A pronunciarla è il leader di un gruppo rock, che fa della musica di discreto livello. Il problema, però, non è la musica: sono i testi. Il gruppo si chiama “Legittima Offesa”: uno slogan efficace quanto violento, nonostante provenga, dopotutto, da un artista: chi ci calpesta, chi ci disprezza, lo possiamo anche attaccare. Non solo verbalmente.

La lunga marcia del “revisionismo” di bassa lega, quello che a volta si afferma solo per dispetto a chi è di sinistra, si sta concludendo vittoriosamente. Gruppi organizzati di giovani e giovanissimi non esitano a riunirsi per salutarsi romanamente, per gridare slogan nazi, per scambiarsi invettive traboccanti disprezzo per lo straniero , condendole con un generico richiamo a valori tradizionali: patria, famiglia, cristianesimo. Sono fascisti. Dichiaratamente fascisti .E siccome vogliono esserlo integralmente, sono nazi- fascisti.

Li trovi allo stadio. Li trovi sempre più spesso nelle piazze. Detestano le forze dell’ordine quanto i comunisti, i “sionisti”(leggasi=gli ebrei), e di conseguenza tute le democrazie, prima fra tutta l’America, perchè è dominata da speculatori ebrei e/o massoni (ricordate le “plutocrazie” contro cui si scagliava Mussolini?). Perchè aiuta Israele.

Questo il mondo che compare nel film- reportage di Claudio Lazzaro, “Nazirock”, che merita di essere visto, ma che tante difficoltà ha avuto nel trovare normali canali di distribuzione, un pò per la paura dei gestori delle sale, un po’ per la scarsa attenzione nell’ambito stesso della Sinistra. E anche questo si spiega: ultimata la produzione a pochi mesi dalle ultime elezioni, non si è ritenuto utile utilizzare una pellicola che presenta numerosi riferimenti alla presenza, nel centro - destra, anche della componente di Forza Nuova, che è il punto di riferimento politico degli estremisti di destra, ed è pilotata da personaggi che nella migliore delle ipotesi sono razzisti, nella peggiore hanno avuto a che fare più volte con la giustizia.

Accanto ai leader neofascisti, una schiera di pseudo-intellettuali da brivido, che diffondono ed argomentano teorie raccapriccianti, consigliano libri che pretendono di smontare la “leggenda” di Auschwitz, si abbandonano elucubrazioni sulla differenza delle razze e delle culture. Pessimi maestri. Non stupisca che , se si chiede a qualcuno di quei ragazzi chi è il loro personagio stroico di riferimento, loro non esitano indicare Mussolini. Non ne sanno molto, ma per loro il Duce è un mito. E anche Hitler era un grande statista. Se gli si chiede dei lager e della Shoah, loro dicono che un’invenzione, o un’esagerazione della storia ufficiale, quella dei vincitori. Se invece sono un pò più acculturati, o smaliziati dal punto di vista dialettico, argomentano diversamente: così come Hitler ha compiuto degli “eccessi”, anche Mussolini ha compiuto degli errori; forse non doveva allearsi con la Germania; forse non doveva entrare in guerra; però ha fatto tante cose buone, perchè il Duce vedeva un grande futuro per l’Italia e per l’Europa, proteggeva i ceti più deboli, difendeva l’unità nazionale, era il vero baluardo contro la scristianizzazione e il materialismo.

Cose già sentite mille volte, non è vero? E non solo da diciottenni palestrati ed ignoranti, che ballano trasformando la danza in un corpo a corpo animalesco, sognando di avere un comunista o un ebreo fra le mani. Li ascoltiamo ogni giorno anche da persone che attualmente rappresentano le istituzioni. 

E allora, come non pensare al lento, sotterraneo processo di svalorizzazione e banalizzazione dell’antifascismo e della Resistenza? Alla equiparazione surretizia fra i ragazzi di Salò e i partigiani, assimilando  alle motivazioni della lotta (l’onore, la dignità nazinale, la loro idea di patria), i valori fondamentali del campo in cui hanno combattuto. Come se partigiani e camicie nere volessero la stessa cosa. Come se il rispetto per le vittime, e il riconoscimento della loro dignità, rendesse obbligatorio il rispetto per le loro idee, restituendo anche ad esse dignità.  

Così, la “vulgata”ufficiale del centro-destra ha ormai  stabilito e diramato i propri capisaldi concettuali. Non sono gli stessi dei nazirock, perchè escludono il nazismo. Lo condannano. Ma lo fanno per rivalutare il fascismo. Così, per loro, il fascismo aveva un progetto per l’Italia, poggiava su valori solidi; magari peccava di eccessivo autoritarismo, ma senza esagerare. il confino politico era un luogo di villeggiatura; il consenso al regime era generale, si opponeva solo qualche comunista frustrato scappato in Francia; le riforme sociali erano giuste e popolari; lo stato corporativo una grande intuizione. Ma la guerra, la sconfitta, le dsitruzioni, le stragi? La risposta è pronta: peccato che ci sia stato Hitler, beh, quello lì’ esagerava, era lui “il male assoluto”.   

Non ci sarebbero questi discorsi, e non ci sarebbero neppure i ragazzi con le svastiche, se la concezione vagamente buonista e riabilitatoria del fascismo non avesse, lentamente, recuperato terreno. Se dalle opere di De Felice non fosse stato estrapolato il linguaggio, magari senza neppure leggerle fino in fondo. Alla “vulgata” antifascista si è opposta una “contro-vulgata” (non lo dico io, l’ha detto uno storico), e ora c’è il sospetto che  sia divenuta maggioritaria. Una tragedia. Qui non voglio ripetere le considerazioni già svolte in altre parti recenti di questo blog; compresa la critica alle difese sbagliate , come ad esempio il negazionismo di segno opposto su tanti aspetti della nostra Storia (perchè scagliarsi contro chi parla delle foibe, o degli eccidi di fascisti a guerra finita?). Voglio solo ricordare che se ciò è avvenuto, è perchè si è consentito che l’ignoranza non fosse più un disvalore. La colpa è nostra.

Uno dei giovani intervistati da Claudio Lazzaro poteva essere, davvero, un “bravo ragazzo”. Parlava dell’educazione (”sana”, la definisce) che ha ricevuto a casa sua dai genitori. Onestà, lealtà, lavoro, buoni sentimenti, senso della Patria e del dovere.  Poi aggiungeva che , pur con qualche riserva (Hitler gli piaceva poco), nell’ambiente di destra ha trovato il modo di esprimere e condividere quei valori.  La domanda, ora, è: quando è avvenuto quel passaggio? Cosa abbiamo fatto noi per intercettare i valori di quel ragazzo? Come abbiamo comunicato con lui? Quali elementi conoscitivi, nella società e nella scuola, avrebbe potuto e dovuto trovare per avere un’alternativa alla scelta che ha fatto?

Io, personalmente, ho paura della risposta.   

V.C.

Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa in una fiction RAI .

Riporto parzialmente una lettera (una vera lettera di carta, scritta a penna, una rarità!) che mi è pervenuta da Marcella P. , una mia lettrice (bontà sua) della provincia di Cuneo, che spero mi perdonerà per aver utilizzato il suo scritto: “Leggendo i tuoi post sull’ 8 settembre , su Cefalonia, sul revisionismo, e ricordando il tuo primo romanzo, quello premiato nella mia Città, mi sono ricordata di aver letto qualcosa riguardo ad una produzione televisiva che sta per essere presentata ad un Festival cinematografico . Si tratta di una fiction prodotta dalla RAI e ispirata a “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, che ho letto anni fa. Su internet c’era qualche anticipazione sulla trama. C’è la storia di due fratelli (uno lo intepreta Placido) che si trovano divisi dalla guerra civile nell’ Italia dell’8 settembre, così come nel romanzo lo erano Alex e Michele, cugini e amicissimi; c’è il bombardamento di Roma; c’è la ragazza che frequenta i gerarchi, quindi - immagino - l’ambiente romano prima del crollo del Regime. Ho letto di una peregrinazione nell’italia devsatata. Poi ci saranno senz’altro molte fucilazioni, ricordo che nel tuo libro anche Alex, il cugino fascista,  diventa ”sangue dei vinti”. Non ti sono fischiate un po’ le orecchie ? Magari quelli che hanno fatto la fiction hanno letto il tuo libro, oltre a quello di Pansa…”

Bene, Marcella, io sapevo che questa fiction stava per uscire , ed ero curioso di vederla realizzata, dato il periodo storico in cui è ambientata. Ma della sceneggiatura - che a quanto vedo, almeno all’inizio, si distacca un po’ dal libro di Pansa - non sapevo nulla. Sono andato anch’io a guardare su internet, ed ora probabilmente ne so quanto te, cioè poco .  D’altra parte si tratta solo di anticipazioni, che danno indicazioni piuttosto generiche. Se ho capito bene Michele Placido interpreterà un commissario di polizia (dovrebbe esserci anche un “giallo”) , mentre il fratello del poliziotto sarà un partigiano, e una parte delle vicende più drammatiche si svolgerà - pare -  in Piemonte. Gli eventi e le situazioni di cui si parla sono stati trattati già mille volte da saggisti, storici, registi, memorialisti, sceneggiatori. Tutti si sono ispirati a tutti. L’analogia maggiore sembra effettivamente essere quella del rapporto fra i due protagonisti, che sono fratelli e di idee diverse, così come Alex e Michele, nel mio romanzo, sono cugini. Non saprei che altro dire, in realtà mi cogli alla sprovvista: prima di aver visto il film, le ambientazioni, le atmosfere, i personaggi, non posso pronunciarmi sulle eventuali analogie, nè dire, ad esempio, se la ragazza interpretata dalla Bobulova ha qualcosa della “mia” Ines (la cito perchè leggo che quella figura ti è piaciuta molto; grazie!). Posso dire , invece,  che  hai stuzzicato ulteriormente la mia curiosità. Se poi hanno letto il mio romanzo…beh, bisognerebbe chiederlo agli sceneggiatori, forse non lo sapremo mai, mi piacerebbe avere tanti lettori da ritenerlo possibile, ma non è così, purtroppo non arrivo a tanto. Non ancora, almeno…

Perchè, invece, ho aperto questo post, citando la lettera (forse un tantino maliziosa, ma simpaticamente) di una lettrice? Perchè quella fiction, solo per il suo argomento, farà discutere molto. Anzi, ha già cominicato a far discutere. E magari, di riflesso,  se ne parlerà anche su queste modestissime pagine. La Storia irrisolta continua a dividere, e continuerà a farlo per molto tempo. 

 Il vostro

Vincenzo    

P.S. : Ogni tanto, presso l’editore, mi arriva qualche lettera. A me fa molto piacere, ma…perchè non scrivermi su questo blog? L’abbiamo costruito per voi.

A Roma si parla di Fulvia

Il mio ultimo romanzo, “Nulla se non il corpo - Fulvia, una donna di potere nell’età di Cesare”, sarà oggetto di un incontro di presentazione a Roma, venerdi  19 settembre 2008, alle ore 18. L’incontro avrà luogo presso la Sede dell’Associazione Civita , in Piazza Venezia 11. Del libro parleranno la Dr.ssa Simonetta Matone, Capo di Gabinetto del Ministero per le Pari Opportunità, e la Prof. Anna Maria Giannini, docente universitaria di Psicologia ed autrice di lavori sulla psicologia dell’arte e delle forme espressive.

Naturalmente, ci sarò anch’io .

Chi fosse interessato a partecipare può contattami attraverso questo sito.

Vincenzo