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Cefalonia 1943
Capo S. Teodoro, a Cefalonia, è un luogo suggestivo verso il tramonto. C’è una costruzione classicheggiante, con un colonnato circolare, posta in fondo alla striscia di terra che si protende verso l’altra parte della baia, dove c’è la città di Lixouri. E’ a un tiro di schioppo da Argostoli, il capoluogo di un’isola fantastica, che il turismo di massa ancora non ha seriamente deteriorato. Oggi, lungo quel tratto di costa, ci sono alcune costruzioni turistiche e residenziali. Una “casetta rossa” si può vedere, ma non è quella di triste memoria, o non lo è più, è stata ricostruita - dicono - dopo il terremoto del ‘53. Lì avvenne la più documentata delle esecuzioni perpetrate nel settembre 1943 ai danni degli italiani della Divisione Acqui, quella riservata agli ufficiali. E’ impossibile non avvertire un senso di pena e di dolore, anche se a Cefalonia si è andati come turisti.
Prima di giungere a S.Teodoro, la strada proveniente da Argostoli porta in cima alla collinetta dove c’è il sobrio ma dignitoso monumento che ricorda tutti i Caduti italiani dell’isola, che dopo l’8 settembre 1943 furono vittima di una delle più disonorevoli e spietate azioni di rappresaglia operate dalla Wehrmacht. Lì non c’erano le famigerate SS, c’erano militari che uccidevano altri militari in divisa, prigionieri dopo la battaglia, per ordine di Hitler in persona. Effetto dell’armistizio di Cassibile, del noto comunicato del maresciallo Badoglio, dello sbandamento generale. Ma soprattutto di un desiderio di vendetta incontenibile, nascosto dietro speciose disquisizioni sullo “status” di ribelli degli italiani.
Sembra incredibile che un’isola benedetta dal mare e dal cielo, uno dei luoghi più belli della Terra, abbia visto scatenarsi l’inferno di fuoco e di vendetta di quel settembre. Ma altrettanto incredibile è come su un episodio di tale gravità sia ancora in vita una rissa, in buona parte ideologica, che impedisce tuttora di poter disporre di una versione condivisa su ciò che realmente accadde. Di fronte ad una vergogna storica di tali proporzioni, una piccola, postuma vergogna tutta italiana, che riecheggia polemiche su fascismo, antifascismo e Resistenza molto vicine ad un clima da dopoguerra.
E’ fuori luogo rammentare qui le vicende di quei giorni. Basterà dire che a distanza di oltre sessant’anni, i pochi storici che si sono occupati della vicenda, i pochi reduci superstiti, i familiari dei Caduti e quelli dei sopravvissuti sono più volte coinvolti - spesso loro malgrado - in discussioni che riguardano il numero delle vittime; il comportamento del generale Gandin , comandante della divisione ; quello dei suoi subalterni; quasi dimenticando, in alcuni casi, l’unico dato certo di quel doloroso evento, ovvero che vi furono esecuzioni in massa di miltari già arresi, in varie località dell’isola, per pura vendetta contro i “traditori” italiani. Quasi che conoscere il numero esatto delle vittime possa in qualche modo modificare il senso di quanto è accaduto.
Poche fonti certe, molte fonti memorialistiche contrastanti, pochi documenti utilizzabili in modo parziale e contraddittorio , anche di parte tedesca: per gli storici, una normale difficoltà “professionale” che fa parte del loro lavoro, e che sarebbe sormontabile se la ricerca potesse avvenire con distacco e serenità .
Invece, non siamo in grado di stabilire se veramente ci fu il famoso “referendum” con cui Gandin avrebbe posto ai soldati l’alternativa fra cedere le armi, combattere i tedeschi, o continuare la guerra con loro. Sull’operato del Generale - anche lui fucilato - e sulla lunga trattativa con i tedeschi che precedette i combattimenti, esistono giudizi contrastanti, addirittura opposti. Un uomo posto di fronte a problemi drammatici ed insolubili? La vittima di ordini superiori equivalenti ad una condanna a morte ? Un comandante abbandonato dal Suo stesso comando e dagli Alleati? Un saggio temporeggiatore che fece del suo meglio per evitare la catastrofe? Un indeciso che perse del tempo prezioso? O addiritura un traditore, un “filotedesco” che voleva cedere ma fu scavalcato dalla volontà di resistere dei suoi uomini, e poi giustificò al nemico il mancato accordo con la disubbidienza di costoro, esponendo la Divisione al trattamento da “banditi”?
Di conseguenza, si è divisi anche sul giudizio riguardo chi, fra le fila italiane, fin dall’8 settembre, fece pressione perchè si combattesse senza esitazioni contro i tedeschi. Furono eroi o irresponsabili insubordinati gli artiglieri che, in corso di trattativa, aprirono il fuoco contro i primi mezzi da sbarco tedeschi? Furono eroi o traditori quelli che consegnarono armi ai partigiani greci dell’ELAS, per poi unirsi a loro nelle attività di guerriglia?
Molti di voi avranno già capito che le risposte a queste domande hanno implicazioni politiche. Le quali, come al solito, allontanano dalla verità. Nel 2001 il mio ben più illustre omonimo , l’allora presidente Ciampi, rese solennemente omaggio ai Caduti indicando nel sacrificio dei nostri militari il primo atto di Resistenza contro il nazismo. Fu probabilmente quell’ intervento a riaccendere le polemiche, e per qualche tempo la quasi-dimenticata Cefalonia divenne popolare, per effetto di un noto film holliwoodiano, tratto da un best-seller, e di una fiction televisiva che vedeva come protagonista Zingaretti.
Così, si è riaperta anche la discussione sul numero delle vittime, con “versioni” che vanno da meno di 2000 a 9000, o più. Come se ridimensionare o sovradimensionare la strage potesse in qualche modo modificare il giudizio sull’eccidio. E purtroppo, la contabilità del massacro non si potrà mai determinare con esattezza, anche perchè i documenti di parte italiana furono distrutti prima della resa, mentre i tedeschi fecero di tutto per occultare i corpi degli uccisi bruciandoli, infoibandoli, gettandoli in mare, uccidendo i marinai italiani costretti a quella macabra mansione. In certi casi, si ha quasi l’impressione che ridurre il “numero” ai minimi termini, in qualche modo, voglia far passare in secondo piano la ferocia nazista, facendo assomigliare le esecuzioni ad un duro ma inevitabile atto di rappresaglia contro dei “ribelli”. Così come è vero che le cifre per lungo tempo “consolidate”, che - considerando anche la successiva morte in mare o nei lager di molti prigionieri - comportavano il quasi totale annientamento della “Acqui” (forte di circa 11.500 effettivi) erano chiaramente esagerate, perchè assommavano fonti memorialistiche prive di effettivi riscontri. Ma a questo punto il nostro lettore avrà già percepito la sostanziale sterilità della polemica sui “numeri”, rispetto alla portata drammatica degli avvenimenti. Io un’idea me la sono fatta (come sapete, amo approfondire…) , sia sulle “cifre” che sulla vicenda nel suo insieme, ma preferisco non esprimerla, almeno per ora: non ho nessuna intenzione di contribuire ad una polemica che solo una ulteriore, obiettiva analisi storica potrà chiarire.
Vi confesso che vistando quei luoghi, con i calzoncini e la ciabatte da turista, non pensavo alle cifre, al referendum, alle trattative fra Gandin , i tedeschi e i suoi stessi ufficiali. Provavo solo tristezza. E avevo un po’ di vergogna per non essermi fermato, nel centro di Argostoli , a comprare dei fiori. Io e mia moglie abbiamo scattato qualche foto, che posterò qui appena possibile. Poi la mia vacanza è proseguita. Cefalonia è un posto unico al mondo, che si lascia con il desiderio di tornarvi. Ma se avrete la fortuna di andarci, sacrificate mezz’ora del vostro tempo, visitate quei luoghi: vi assicuro che il vostro modo di sentirvi italiani non sarà più lo stesso. E ricordatevi di lasciare un fiore, o almeno una preghiera, in memoria di coloro che non sono tornati.
Vincenzo
Pubblicato il: Agosto 28th, 2008 under Varie.
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Il 25 luglio 1943 e le congiure parallele
Ritorno per l’occasione sul saggio pubblicato nel febbraio scorso, “Le congiure parallele”, che miei lettori sanno essere dedicato alla ricostruzione della congiura che portò all’uccisone di Giulio Cesare. Il titolo evocava la posizione, perlomeno ambigua, del console Marco Antonio , destinato a nel giro di poche ore a rivelarsi il vero “beneficiario politico” del cesaricidio.
A distanza di duemila anni, e a poche centinaia di metri dal luogo di quel delitto, si consumò nel luglio del 1943 l’eliminazione politica di un altro celebre dittatore. Alle 17,10 del 24 luglio, infatti, ebbe inizio a Palazzo Venezia la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, culminata con la messa in votazione, a notte fonda, dell’”Ordine del Giorno Grandi”. E’ noto che, nonostante la posizione contraria di Mussolini, quel documento - che caldeggiava la restituzione alla Corona di tutte le sue prerogative statutarie - ebbe la maggioranza, e fornì al re il pretesto formale per la destituzione del duce. Il siluramento - seguito dall’ arresto - ebbe luogo nel pomeriggio del 25, a Villa Savoia, dove Mussolini si era recato a colloquio con il Re.
La drammatica seduta del Gran Consiglio è entrata nella mitologia storica: è opinione diffusa, infatti, che a liquidare il regime sia stata l’approvazione del documento redatto da Dino Grandi, e appoggiato soprattutto da Federzoni, Bottai, De Marsico e Ciano. La Repubblica di Salò, pochi mesi dopo, avallò la tesi del complotto e del tradimento e con legge retroattiva promosse il processo - farsa di Verona, che mel gennaio del ‘44 portò alla fucilazione di Ciano e di altri quattro gerarchi (De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi) che lo avevano approvato. Per gli altri firmatari una condanna a morte in contumacia che non potè essere eseguita, essendosi costoro già messi in salvo.
In realtà, le vicende del 24-25 luglio rappresentano un classico esempio di “congiure parallele”. La seduta del Gran Consiglio costituiva un fatto importante, ma non decisivo, perchè interveniva a facilitare decisioni già prese , e oggettivamente inevitabili.
La situazione bellica era definitvamente compromessa. All’inizio dell’estate, era vicina al collasso: lo sbarco in Sicilia degli Alleati aveva dimostrato come anche il territorio nazionale fosse indifendibile. In quei mesi, figure del mondo economico o della vecchia classe politica liberale avevano sondato il terreno per una pace separata, che era senz’altro di interesse anche per gli Alleati. Qualsiasi “sganciamento” era però subordinato - sotto la formula della “resa incondizionata” - alla liquidazione del regime.
Dino Grandi aveva ricevuto dal Re, pur fra reticenze ed ambiguità, una sorta di mandato a creargli un pretesto “costituzionale”per procedere alla rimozione di Mussolini. La preoccupazione principale era la reazione tedesca, unita alla consapevolezza che la Casa regnante non potesse che essere travolta dalla tragedia del Paese. Perdendo mesi preziosi, la monarchia sperava ancora di salvare se stessa, e cercava chi potesse provocare una svolta dall’interno del regime. E’ quello che Grandi, coraggiosamente, fece: convinto che si dovesse addirittura ribaltare il fronte , e schierarsi con gli angloamericani, elaborò il suo documento sottoponendolo prima ai colleghi su cui sapeva di poter contare, e poi preparandosi cinicamente ad ottenerne l’approvazione in corso di riunione, soprattutto da parte di chi non ne comprendeva la vera portata.
Nel frattempo, però, gli alti comandi militari avevano già preparato i piani per l’arresto di Mussolini, anche a costo di forzare la mano al Re: si era perfino giunti alla determinazione di eliminarlo, se necessario. In ogni caso, tutto si sarebbe concluso entro luglio.
Il pronunciamento del Gran Consiglio ebbe la funzione di evitare un trapasso traumatico, con relativi spargimenti di sangue. Vittorio Emanuele III ebbe il pretesto per vincere le sue stesse resistenze ad assumere una decisione che giungeva, peraltro, in tragico ritardo. La dichiarata fedeltà alla Corona di Grandi e dei personaggi a lui vicini gli avrebbe lasciato mano libera nella determinazione del nuovo governo: la scelta era già caduta su Badoglio. Gli esponenti del fascismo - anche quelli che avevano appoggiato l’inizativa di Grandi - ne sarebbero stati esclusi.
Così, lo stesso Grandi non ebbe alcuna parte nelle decisioni che fecero seguito alla caduta di Mussolini. Il suo principale auspicio era che si uscisse subito dalla guerra. Ciò avvenne solo l’8 settembre, dopo cinque settimane di ambiguità e traccheggiamenti, il cui esito catastrofico è noto a tutti.
Pubblicato il: Luglio 24th, 2008 under Varie.
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Fulvia: nulla di femminile, eccetto il corpo?
E’ uscito con Robin - collana “La biblioteca del tempo” - il mio secondo romanzo. Il titolo è “Nulla se non il corpo”.Fa seguito di qualche mese alla comparsa in libreria de “Le congiure parallele”, una mia sfacciata escursione in campo storico dedicata al celeberrimo delitto delle Idi di marzo. Il romanzo che entro pochi giorni troverete in libreria è ambientato nella stessa epoca, ed è ispirato alla storia di una delle più straordinarie figure femminili dell’antichità, quella di Fulvia. Il titolo riprende il giudizio che ne lasciò Velleio Patercolo, in apparenza denigratorio: “Nihil muliebre praeter corpus gerens”, ovvero : “Non aveva nulla di femminile eccetto il corpo”. Patercolo voleva così tramandarci la memoria di una donna ambiziosa e volitiva, un uomo all’interno di un corpo femminile; ma partiva da un ideale di femminilità stereotipato e sostanzialemente falso, quello della matrona tutta dedita alle virtù domestiche, all’educazione dei figli ed al governo della “domus”. Fulvia non era così: a lei interessava molto il governo tout-court. Altri celebri autori antichi - come Plutarco - sostenevano che volesse “governare un comandante e comandare un governante”; e che per questo si era unita in matromonio a tre personaggi molto importanti nella Roma tardo-repubblicana: Publio Clodio, il tribuno-demagogo, primo squadrista della Storia; Scribonio Curione, la cui stella brillò per poco, ma molto intensamente, nei mesi che precedettero la guerra civile fra Cesare e Pompeo; e infine Marco Antonio, fino agli inizi del suo grande duello contro Ottaviano per il controllo dell’Impero.
L’unione con tre uomini di tale calibro, insieme alle testimonianze di autentici legami di amore, al di là dei posizionamenti politici - erano tutti e tre cresciuti nella scia di Giulio Cesare - dimostrano che quel “corpo” non solo era molto femminile, ma anche molto desiderato; e che Fulvia era donna che all’intelligenza - riconosciuta anche dagli avversari - univa un fascino fuolri dal comune.
La colpa che le veniva rimproverata, in realtà, era quella di aver infranto tutte le regole imposte alle donne. Elemento che la rende unica ai nostri occhi. Ad altri personaggi femminili della stessa epoca- come Servilia, l’amante “storica” di Cesare; o Livia, moglie di Ottaviano Augusto - veniva attribuita la capacità di esercitare un’influenza notevole; ma sempre agendo dietro le quinte, e mai travalicando i ruoli ufficiali. Fulvia, invece, “ci metteva la faccia”, agiva in prima persona, coraggiosamente, e ne pagava le conseguenze. Tanto è vero che gli avversari non si limitavano ad attaccare i suoi uomini, ma la investivano direttamente con le loro invettive. Come fece, ad esempio, Cicerone.
La vita di Fulvia, per risultare avvincente, non necessita di apporti della fantasia, è di per sé un romanzo: densa di avvenimenti, di passioni e di colpi di scena; costellata di eventi tragici , come la morte violenta di due dei suoi tre mariti. Si svolse in uno dei periodi più affascinanti e tormentati della storia antica , la Roma del I sec. a.C. . Ciò nonostante, non era mai stata raccontata nella sua interezza.
Fino ad oggi.
Buona lettura!
Vincenzo Ciampi
Pubblicato il: Giugno 18th, 2008 under Varie.
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Pubblicato il: Novembre 23rd, 2007 under Varie.
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