Archivio della categoria 'Varie'
La tigre di Lorenzo Pavolini
“Accanto alla tigre” di Lorenzo Pavolini
Ci sono libri che , nel momento in cui compaiono sugli scaffali, tu sai che dovrai leggerli. Per me “Accanto alla tigre”, di Lorenzo Pavolini è stato uno di quei libri.
Il motivo, per quel che importa, possono intuirlo coloro che mi conoscono ed hanno letto “Mio cugino il fascista”. Non tanto perché la figura di Alessandro Pavolini compare sullo sfondo, in alcune scene, quanto perché il protagonista Alex è molto “pavoliniano”, nell’essere interprete di quel fascismo, nel suo modo di parlare e di pensare, ed anche nel modo di affrontare la morte.
A ciò si aggiunga il fatto che all’epoca, nel 2005 - attratto come sono dalle vite dei grandi perdenti - ero seriamente intenzionato a scrivere una biografia del gerarca morto a Dongo nell’aprile del 1945. Non un romanzo biografico o una biografia romanzata, bensì una “vera” biografia.
Per fortuna, non l’ho fatto.
Non sapevo, confesso, che Lorenzo Pavolini fosse il nipote di Alessandro; e non potevo sapere che pochi anni dopo ne avrebbe scritto. Ma ora questo libro c’è, ed anche questa è una fortuna ; perché l’Autore ha deciso , a un certo punto della sua vita, di guardare negli occhi la tigre che gli camminava accanto da sempre, la stessa che suo nonno aveva cavalcato fino in fondo.Fino all’ultimo giorno.
Alessandro Pavolini era
Questo era il Pavolini Alessandro nel suo consolidato clichè un po’ tetro, un po’ romantico, un po’ robespierriano di fanatico e integralista difensore del regime morente.
Suo nipote Lorenzo, fino al momento in cui non ha guardato negli occhi la tigre, aveva non dimenticato , ma rimosso quella figura , quasi volesse affidarla ad un impossibile oblio.
La sua narrazione dà conto in pieno dell’accettazione di tale impossibilità, e di come si sia imposta, giorno dopo giorno, la ricerca di una verità più profonda, quale che fosse.
Scritte sui muri di neofascisti nostrani, inneggianti al nonno, e il primo impulso di cancellarle; le fotografie dei cadaveri appesi a testa in giù a Piazzale Loreto; spezzoni di ricordi di famiglia, o di testimonianze spurie e incomplete; conversazioni con chiunque fosse in grado di dire qualcosa in più su quell’epoca e su quegli uomini. Visite fallite al cimitero milanese dove sono sepolti i repubblichini morti nella primavera del ’45, compreso Alessandro; indizi e stimoli fra i più disparati, spesso descritti con ironia, tutti convergenti verso gli occhi della tigre.
E alla base di tutto, le domande inevitabili: chi era Alessandro Pavolini? Cosa ha spinto un intellettuale gentile e raffinato, nonché scrittore di talento, a cavalcare la tigre? Qual’era il fascismo in cui credeva? Quali erano i suoi valori di uomo, al di fuori della politica? Qual’era il suo reale rapporto con la violenza, la guerra, la vendetta politica? Qual’era la sua intima percezione della vita e della morte?
Le risposte, spesso mediate e sfumate, mai apodittiche, le lascio volentieri alla lettura di questa narrazione, permettendo al lettore di conservare intatto il valore del percorso e condividere con l’Autore il senso della scoperta, che è la cosa più importante.
In quest’opera la scrittura cresce man mano che si procede, che si conosce, che si scopre.
Sono convinto che sia un risultato voluto, perché questa crescita corrisponde al superamento progressivo delle diffidenze e delle incertezze iniziali nell’intraprendere un cammino per molti anni rinviato .
Le brevi riflessioni sul senso della Storia , ben distribuite nell’opera, acquistano di sempre maggiore incisività e profondità, raggiungendo in alcuni passaggi una bellezza letteraria che non contrasta con lo stile asciutto e con la messa al bando di ogni possibile indulgenza al sentimentalismo familistico.
Quando racconta di sé, infatti, Lorenzo Pavolini sa ricorrere perfino all’understatment o all’autoironia; ma quando appare e ricompare, sempre meglio definita, la figura del nonno, le corde sono quelle di una letteratura vera , importante. E il quadro di insieme alla fine si ricompone sempre, con tutta la tragicità di un’epoca difficile, sanguinosa, drammatica e, soprattutto, non abbastanza conosciuta.
Fra le persone cui Lorenzo si rivolge per capire aspetti non banali del regime cui il nonno aveva devoluto anima e corpo, c’è anche Antonio Pennacchi. E’ singolare che nell’edizione dello “Strega” di quest’anno si siano ritrovati entrambi fra i finalisti, con due lavori molto diversi che però fanno riferimento alla stessa epoca. Segno che le riflessioni sul fascismo , un po’ sclerotizzate nella storiografia ufficiale, tornano centrali nella narrativa, sulla spinta di molte domande tuttora inevase, o neppure formulate.
Vincenzo Ciampi
Lorenzo Pavolini, “Accanto alla tigre” – Galleria Fandango, 2010. Pgg. 243, euro 16,50
Ci sono libri che , nel momento in cui compaiono sugli scaffali, tu sai che dovrai leggerli. Per me “Accanto alla tigre”, di Lorenzo Pavolini è stato uno di quei libri.
Il motivo, per quel che importa, possono intuirlo coloro che mi conoscono ed hanno letto “Mio cugino il fascista”. Non tanto perché la figura di Alessandro Pavolini compare sullo sfondo, in alcune scene, quanto perché il protagonista Alex è molto “pavoliniano”, nell’essere interprete di quel fascismo, nel suo modo di parlare e di pensare, ed anche nel modo di affrontare la morte.
A ciò si aggiunga il fatto che all’epoca, nel 2005 - attratto come sono dalle vite dei grandi perdenti - ero seriamente intenzionato a scrivere una biografia del gerarca morto a Dongo nell’aprile del 1945. Non un romanzo biografico o una biografia romanzata, bensì una “vera” biografia.
Per fortuna, non l’ho fatto.
Non sapevo, confesso, che Lorenzo Pavolini fosse il nipote di Alessandro; e non potevo sapere che pochi anni dopo ne avrebbe scritto. Ma ora questo libro c’è, ed anche questa è una fortuna ; perché l’Autore ha deciso , a un certo punto della sua vita, di guardare negli occhi la tigre che gli camminava accanto da sempre, la stessa che suo nonno aveva cavalcato fino in fondo.Fino all’ultimo giorno.
Alessandro Pavolini era
Questo era il Pavolini Alessandro nel suo consolidato clichè un po’ tetro, un po’ romantico, un po’ robespierriano di fanatico e integralista difensore del regime morente.
Suo nipote Lorenzo, fino al momento in cui non ha guardato negli occhi la tigre, aveva non dimenticato , ma rimosso quella figura , quasi volesse affidarla ad un impossibile oblio.
La sua narrazione dà conto in pieno dell’accettazione di tale impossibilità, e di come si sia imposta, giorno dopo giorno, la ricerca di una verità più profonda, quale che fosse.
Scritte sui muri di neofascisti nostrani, inneggianti al nonno, e il primo impulso di cancellarle; le fotografie dei cadaveri appesi a testa in giù a Piazzale Loreto; spezzoni di ricordi di famiglia, o di testimonianze spurie e incomplete; conversazioni con chiunque fosse in grado di dire qualcosa in più su quell’epoca e su quegli uomini. Visite fallite al cimitero milanese dove sono sepolti i repubblichini morti nella primavera del ’45, compreso Alessandro; indizi e stimoli fra i più disparati, spesso descritti con ironia, tutti convergenti verso gli occhi della tigre.
E alla base di tutto, le domande inevitabili: chi era Alessandro Pavolini? Cosa ha spinto un intellettuale gentile e raffinato, nonché scrittore di talento, a cavalcare la tigre? Qual’era il fascismo in cui credeva? Quali erano i suoi valori di uomo, al di fuori della politica? Qual’era il suo reale rapporto con la violenza, la guerra, la vendetta politica? Qual’era la sua intima percezione della vita e della morte?
Le risposte, spesso mediate e sfumate, mai apodittiche, le lascio volentieri alla lettura di questa narrazione, permettendo al lettore di conservare intatto il valore del percorso e condividere con l’Autore il senso della scoperta, che è la cosa più importante.
In quest’opera la scrittura cresce man mano che si procede, che si conosce, che si scopre.
Sono convinto che sia un risultato voluto, perché questa crescita corrisponde al superamento progressivo delle diffidenze e delle incertezze iniziali nell’intraprendere un cammino per molti anni rinviato .
Le brevi riflessioni sul senso della Storia , ben distribuite nell’opera, acquistano di sempre maggiore incisività e profondità, raggiungendo in alcuni passaggi una bellezza letteraria che non contrasta con lo stile asciutto e con la messa al bando di ogni possibile indulgenza al sentimentalismo familistico.
Quando racconta di sé, infatti, Lorenzo Pavolini sa ricorrere perfino all’understatment o all’autoironia; ma quando appare e ricompare, sempre meglio definita, la figura del nonno, le corde sono quelle di una letteratura vera , importante. E il quadro di insieme alla fine si ricompone sempre, con tutta la tragicità di un’epoca difficile, sanguinosa, drammatica e, soprattutto, non abbastanza conosciuta.
Fra le persone cui Lorenzo si rivolge per capire aspetti non banali del regime cui il nonno aveva devoluto anima e corpo, c’è anche Antonio Pennacchi. E’ singolare che nell’edizione dello “Strega” di quest’anno si siano ritrovati entrambi fra i finalisti, con due lavori molto diversi che però fanno riferimento alla stessa epoca. Segno che le riflessioni sul fascismo , un po’ sclerotizzate nella storiografia ufficiale, tornano centrali nella narrativa, sulla spinta di molte domande tuttora inevase, o neppure formulate.
Vincenzo Ciampi
Lorenzo Pavolini, “Accanto alla tigre” – Galleria Fandango, 2010. Pgg. 243, euro 16,50
Pubblicato il: Settembre 3rd, 2010 under Varie.
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Il laboratorio di scrittura riapre ad ottobre
Laboratorio di scrittura 2010 - 11
Sede: Associazione “Insieme per Fare”, Via Pelagosa 3, Roma (Zona Montesacro) - tel 068185374
Orari degli incontri: h : 20,15 - 22, ogni venerdi, con cadenza quindicinale per ciascuna “classe”. Da ottobre 2010 a maggio 2011.
Costo di partecipazione: Euro 350 , con possibilità di rateizzazione in tre tranhces per studenti e studentesse (*)
Data del primo incontro: venerdi 8 ottobre 2010
Numero max di partecipanti per ciascuna classe (non derogabile) : 12 (con diritto di precedenza in ordine di iscrizione)
L’attività quest’anno prevede la divisione in due gruppi: la replica del percorso base, e il completamento del biennio per chi ha già partecipato alla precedente esperienza, o sia in possesso dei requisiti che verranno illustrati più oltre.
Percorso base
Non ci sono limiti di età o di livello di istruzione per i partecipanti.
L’esperienza del primo anno è risultata estremamente coinvolgente dal punto di vista umano, prima ancora che da quello espressivo: sulla scorta di queste indicazioni, verrà replicata la medesima metodologia già messa a punto in corso d’opera, adattata alle caratteristiche del gruppo che si andrà a costituire e alle individualità che ne faranno parte.
La partecipazione al laboratorio non può ovviamente assicurare nè il successo letterario, nè la qualifica di “scrittore”; quindi non richiede necessariamente l’ambizione a conseguire tali obiettivi. Lo scopo principale è quello di scoprire e coltivare le potenzialità che possono rendere più libera, consapevole ed efficace la capacità di comunicare esperienze ed emozioni attraverso la scrittura. L’impostazione prescelta privilegia la narrativa, ma un percorso di questo genere si adatta perfettamente anche a chi intende migliorare il proprio approccio a forme non letterarie di comunicazione scritta . O semplicemente la propria sensibilità come lettore.
Ciò passa necessariamente attraverso l’individuazione e la rimozione di una serie di barriere che si creano fra noi e la “pagina bianca”, che spesso inibiscono la capacità di esprimerci, portano a ritenere troppo arduo realizzare il desiderio di strutturare un racconto, o fanno apparire come insostenibile la prospettiva di sottoporlo ad un “pubblico”. L’osservazione delle realtà quotidiana, di se stessi, e l’approccio alla lettura sono quindi gli elementi fondamentali che ci accompagneranno per tutto il corso. Ovviamente verranno proposti anche degli argomenti “tecnici”, che verranno diluiti durante il percorso e verranno sempre introdotti attraverso esempi concreti.
Partecipare al laboratorio comporterà svolgere i cosiddetti “compiti a casa”. La cadenza quindicinale , e non settimanale , ha lo scopo di consentire, via e- mail, e su un blog riservato a noi , l’interscambio con il docente e fra gli stessi partecipanti. Non mancherà mai un “feedback” da parte mia.
Il resto vi verrà illustrato da alcuni dei partecipanti al primo anno nell’incontro di apertura, nel quale i due gruppi lavoreranno insieme.
“Secondo anno”
Sarà dedicato principalmente al romanzo.
Potranno accedervi coloro che hanno già partecipato al primo anno, e inoltre:
chi ha già al proprio attivo pubblicazioni significative; chi ha già partecipato a laboratori di scrittura creativa, anche di impostazione diversa da questo, ma di durata più o meno equivalente, e inoltre sia particolarmente interessato alla redazione di un romanzo.
Analizzeremo in profondità le caratteristiche di struttura e di genere del romanzo; esploreremo il processo creativo e le difficoltà principali che si incontrano nella trasformazione in forma compiuta dell’idea narrativa che è alla base del nostro progetto letterario; parleremo della caratterizzazione dei personaggi, sia i protagonisti che le figura cosiddette “minori”; personaggi che analizzeremo anche attraverso la struttura dei dialoghi, affrontando il problema del linguaggio che attribuiamo loro; ci confronteremo con esempi di vario genere e di varie epoche, che sceglieremo insieme e studieremo alla luce di quanto proposto nella parte cosiddetta “teorica”.
Inoltre, per avere una visione più ampia, sono previste alcune escursioni verso due forme di scrittura diverse dal romanzo: la scrittura cinematografica, limitatamente al problema della trasposizione filmica di opere letterarie;e la scrittura teatrale, sempre con riguardo alla caratterizzazione dei personaggi attraverso il dialogo. Argomenti cui peraltro si farà cenno , come già avvenuto, anche nella parte finale del corso base.
Soprattutto per chi è interessato al corso base, è previsto un incontro conoscitivo - non obbligatorio - di circa un’ora, presso la stessa Sede, che avrà luogo martedi 28 settembre alle ore 19,30, data-limite per raccogliere le iscrizioni e le quote relative. Sarà mia cura invitare anche alcuni dei partecipanti al “Lab” 2009-10, ai quali, se vorrete, potrete rivolgere delle domande. Vi prego di preannunciare per tempo la vostra presenza. Chi non potesse essere presente il 28/9, ma intenda partecipare al corso, può contattarmi via mail .
La mail di riferimento è: vin_ciam@virgilio.it
A presto
Vincenzo Ciampi
(*) - Essendo il corso a numero chiuso, l’accettazione di un’iscrizione potrebbe comportare l’esclusione di altre per cui, anche in presenza di rateizzazione, l’iscrizione si intenderà impegnativa per tutto il periodo.
Pubblicato il: Agosto 30th, 2010 under Varie.
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“Lezione di storia” (che lezione non è) : Roma, 26 luglio, Villa Celimontana, ore 18,30
La Libreria “Nero su Bianco” , nell’ambito di Celimontana Jazz, ha organizzato una piccola “Piazzetta del Libro”, che nelle ultime tre settimane ha già ospitato incontri con numerosi autori (ha “aperto” Stefano Benni).Domenica 26, alle 18:30, è previsto un incontro(”Lezione di Storia”) che ha il seguente tema: Il Mito nella storia. Le domande proposte a chi interverrà sono: come scindere il personaggio dal mito? E come si insegna la Storia?Parteciperanno Tommaso di Carpegna Falconeri ( docente di Storia Medievale all’Univ. di Urbino), autore de “L’uomo che si credeva Re di Francia”; lo scrittore e giornalista Marco Brando, autore de “Lo strano caso di Federico II di Svevia”; e il sottoscritto, il vostro Vincenzo Ciampi, il quale - come alcuni di voi già sanno - ha scritto due romanzi e un piccolo saggio a contenuto (prevalentemente) storico.Naturalmente non sarà una “lectio” - chi organizza non vuol fare concorrenza ai celebri incontri all’Auditorium - bensì una conversazione piuttosto informale, all’ombra di un platano, sul modo in cui la Storia viene percepita e divulgata. Su come si dovrebbe” insegnare”,invece, è probabile che lo storico presente dica la sua. Io, al massimo, ho provato a raccontarla.Non parlerò dei miei libri, ma dirò qualcosa sul mito della follia nella storia ( e nella letteratura). Nulla di teorico. Se vi farà piacere, vi intratterrò sulla “follia” dell’imperatore Caligola, partendo dall’ipotesi che la sua presunta demenza fosse una costruzione a posteriori di storici ostili, mentre molti suoi “atti” folli, riportati alla politica del tempo, erano semplicemente efficacissime provocazioni. Compreso il cavallo-senatore, e le matrone dei ceti elevati “costrette” a prostituirsi. Se ci sarà tempo, farò un esempio tratto dal secolo scorso, sul tema “la follia come giustificazione del male”.Può interessarvi?Bene. Se passate da quelle parti, anche tornando dal mare (vige un regime di ciabatta libera) venitemi a trovare. Magari saremo in pochi, ma buoni. Mal che vada, la sera ci sono sempre interessanti esibizioni musicali, così potrete rifarvi.Vi aspettoVincenzo
Pubblicato il: Luglio 23rd, 2009 under Varie.
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26 giugno a Roma: “Auroralia” . L’Enzo Ciampi in locandina sono io.

Pubblicato il: Giugno 17th, 2009 under Varie.
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Intervista su “Mio cugino il fascista” - dal sito AgoravoxMagazine
Pubblicato il: Gennaio 11th, 2009 under Varie.
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2009
Cari amici, lettori e non,
vi auguro un duemilanove ricco di serenità, di soddisfazioni, e di buone letture.
Vincenzo Ciampi
Pubblicato il: Dicembre 31st, 2008 under Varie.
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Amos Oz e il perchè della scrittura.
Ci sono libri che dovrebbero essere letti dagli scrittori. “La vita fa rima con la morte“, di Amos Oz, è uno di essi (Feltrinelli 2008, pgg. 106, euro10,00). L’incipit ne è una dimostrazione: “Tali sono le questioni fondamentali: perchè scrivi.Perchè nella fattispecie scrivi proprio in quel modo. “
Si tratta di un romanzo breve, nel quale il protagonista è Lo Scrittore, invitato ad un incontro con il pubblico in un centro culturale. Una routine vissuta distrattamente, quasi con fastidio, con tutto il seguito prevedibile di discorsi di circostanza, domande scontate e risposte educate. L’incontro è solo un pretesto: nell’attesa passata in un bar, volutamente ritardatario, e poi nella sala convegni, lo scrittore osserva. E su ogni persona incontrata casualmente costruisce nella mente un’ipotesi di storia. Volti, voci, gesti sufficienti a mettere in moto la fantasia . L’attrattiva fisica della giovane barista che passa accanto al suo tavolo, e alla quale attribuisce fidanzati presenti e futuri. La voce della lettrice, Rachele, che lui accompagna a casa, che subisce il suo fascino, ma che alla fine lui non segue fino all’interno dell’abitazione, tranne poi raccontare i vari modi in cui l’incontro galante avrebbe potuto concludersi. E tanti altri personaggi , su ognuno dei quali esiste un’embrione di racconto e, se necessario, un nome fittizio da attribuire.
Si capisce che saranno storie non scritte. Nate e morte per noia, per indifferenza, o per la messa in libertà della fantasia. Con un sottofondo di solitudine che emerge dalle pagine finali, ove la realtà è stare soli con se stesso, e sulla quale non si può costruire alcunché . La premessa, quella dell’incipit, è destinata a rimanere disattesa: “perchè scrivi” è la domanda di chi non scrive.
Non credo che per Amos Oz esista solo un modo di far germogliare un’idea letteraria. Come per nessuno. Ma quello che racconta in questo libro è, in tutta evidenza, un modo suo. Molto diverso da ciò che il pubblico immagina. Perchè un romanzo, comunque, nascerà sempre da una maniera del tutto personale di osservare la realtà, la gente e, infine, se stesso. Il segno delle mutandine della cameriera non evocherà paradisi erotici, ma la domanda : chi potrebbe essere il suo fidanzato? E nemmeno la tenera soggezione della lettrice, di fronte all’autore famoso, avrà effetti dirompenti: perchè la fantasia su una notte di sesso non avvenuta, ma immaginata, prevederà che lo scrittore, per provarne il desiderio, pensi alla cameriera. Una fantasia nella fantasia. E così realtà e finzione si intrecciano, e alla fine si annullano a vicenda.
Sono molto rari i casi in cui la genesi del raccontare diventa, a sua volta, racconto. “La vita fa rima con la morte“ può risvegliare il desiderio di scrivere. Oppure renderlo temerario.
Pubblicato il: Novembre 26th, 2008 under Varie.
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Mostra su Giulio Cesare al Chiostro del Bramante: Roma ricorda il più famoso dei Romani.
Sta per aprirsi al Chiostro del Bramante in Roma una mostra dedicata alla figura di Caio Giulio Cesare: “Giulio Cesare: l’uomo, le imprese, il mito” (24 ottobre - 3 maggio 2009). Si preannuncia come un evento di grande importanza storica, culturale ed archeologica.
Il “Corriere della sera” di oggi dedica due pagine all’appuntamento . C’è un’intervista al curatore Giovanni Gentili, che preannuncia i capolavori di arte antica e contemporanea, raccolti per l’occasione da tutto il mondo; un’intervista a Luca Canali, un noto latinista che nelle sue opere si è occupato più volte di Cesare e della sua epoca; ed un articolo dello storico e filologo Luciano Canfora - autore della migliore biografia recente di Cesare - che parla soprattutto della censura, decretata da Augusto, alle opere teatrali giovanili del suo Padre adottivo.
I mie lettori sanno che quest’anno sono usciti due miei libri dedicati a Cesare ed alla Roma tardorepubblicana: la ricostruzione della congiura del marzo 44 a.C: , “Le congiure parallele”, ed il romanzo biografico dedicato a Fulvia , “Nulla se non il corpo”. Possono quidi immaginare come, per il sottoscritto, la mostra su Cesare rappresenti un evento “imperdibile”.
Non mancherò di riferire ai lettori le mie impressioni ; non è escluso, per gli amici romani, o per coloro che vorranno passare un week-end nella Capitale, l’appuntamento di una visita che non chiamerei “guidata”- non è il mio mestiere - ma “accompagnata”, o “informata”.
Anche dal servizio apparso sul “Corriere” si evince come l’interesse per una figura così complessa si stia rivolgendo soprattutto al Cesare uomo. Non c’è più nulla da scoprire sulla figura del conquistatore, non molto su quella del Cesare uomo di Stato e navigato politico. L’aspetto più moderno di Cesare consiste, invece, proprio nella sua raffinatezza intellettuale, nella sua apertura al nuovo, nella capacità di valutare uomini, problemi e circostanze con un approccio analitico, scevro da pregiudizi. Le vere doti del leader.
Del resto, il periodo in cui visse presenta anch’esso caratteristiche straordinarie che lo avvicinano alla nostra sensibilità contemporanea. In particolare, la lotta per il potere presentava, all’epoca, aspetti che sembrano, distanza di duemila anni, anticipare molti temi che attualmente infiammano il dibattito politico, e che i “grandi” del tempo capivano e gestivano con una consapevolezza ed una abilità tali da far apparire i protagonisti di oggi come mal riusciti imitatori.
Se un “messaggio” di questo genere arriverà ai visitatori, sicuramente gli organizzatori della mostra avranno reso loro un grande servizio.
V.C.
Pubblicato il: Ottobre 22nd, 2008 under Varie.
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Spike Lee e le polemiche inutili: “Miracolo a Sant’Anna”, in fondo, è solo un film
Nelle nostre sale la prima scena del film si apre con un avvertimento per il pubblico italiano. Prima che la scena di apertura, quella del delitto a New York, compaia sullo schermo, una scritta avverte lo spettatore non solo che il film, tratto da un romanzo, è un’opera di fantasia, ma anche che - come accertato in sede storica e processuale - la reponsabilità dell’ eccidio di Sant’Anna di Stazzema è da ascriversi esclusivamente alle SS, che perpetrarono una strage di civili non giustificata da alcuna motivazione di carattere bellico.
L’impressione - salvo smentita - è che tale avvertenza sia stata inserita recentemente ad esclusivo beneficio del pubblico italiano. Le polemiche sulla pellicola di Spike Lee , infatti, sono comprensibili solo in casa nostra, e sicuramente erano impreviste sia dal regista che dalla produzione.
Il film di Lee è importante, ma non è bellissimo, nè riuscitissimo, anche se a tratti si vede la mano del maestro. La ciritica forse è stata fin troppo severa, perchè lo stile asciutto e “duro” del regista - qua e là attraversato da improvvismi lampi di retorica, o di surrealismo - presenta situazioni drammatiche in modo piuttosto anticonvenzionale rispetto a tanti film ambientati in tempo di guerra. La tensione etica ed emotiva, che indubbiamente esiste, può essere colta solo da chi abbia una particolare sensibilità a quegli avvenimenti, un livello di cultura storica e di informazione sufficiente, e una mente scevra da preconcetti. Non è un film per tutti, insomma; e inoltre, alcune incongruenze e lentezze nella narrazione non hanno contribuito nè alla cassetta, nè alla benevolenza dei critici.
Ciò premesso, “Miracolo a S.Anna” non è un film sulla strage di Sant’anna di Stazzema: è esenzialmente un film sulla partecipazione dei neri alla II Guerra Mondiale, e sul loro dissidio fra senso del dovere e consapevolezza della loro emarginazione anche all’interno dell’ esercito amricano. I protagonisti sono cinque militari della Divisione “Buffalo”, un reparto “tutto nero” di fanteria, ma comandato da bianchi, che effettivamente partecipò alle operazioni dall’estate del ‘44 ai primi mesi del ‘45. la loro zoba di impiego fu, nello stesso periodo, teatro di feroci repressioni antipartigiane condotte non solo dalle SS, ma anche da reparti della Wermacht e dalla milizia della RSI. Il vero protagonista, però, è il bambino, scampato all’eccidio di S.Anna è protetto prima da un soldato di colore, il “gigante di cioccolato”, poi da tutti i suoi commilitoni.
C’è solo una scena che riguarda effettivamente i fatti di S.Anna, ovvero quella dell’ epilogo, con l’uccisione delle donne, dei vecchi e dei bambini girata nel luogo dove essa effettivamente si verificò, ovvero davanti alla chiesa situata poco fuori il paese.
Il motivo delle polemiche è il seguente. Dalle dinamica del film, si evincerebbe che l’azione spietata delle SS fosse motivata dall’esistenza di reparti partigiani in zona, e in particolare dlla caccia ad uno dei loro capi. C’è inoltre la figura di un partigiano traditore, che è in combutta con i tedeschi e che esporrà un altro paese, non identiifcato (quindi frutto di fantasia) ad un ulteriore attacco delle SS, nela quale saranno coinvolti anche i cinque soldati neri della “Buffalo”.
Dal film inoltre emergerebbe - ma questo, in verità, è meno evidente nella narrazione - che l’atteggiamento della popolazione civile sarebbe stato diffidente nei confronti degli americani, ed anche nei confronti degli stessi partigiani. Inutile dire che ciò ha rivitalizzato le vecchie polemiche sul rapporto fra partigiani e popolazione, in presenza della minaccia di rappresaglie contro i civili.
Il film non è una ricostruzione storica; il bambino scampato alla strage ha un’ovvia funzione metaforica e sinbolica nei confronti dei soldati americani di colore, per loro difendere lui e i civili era diventa un modo di difendere se stessi e dare un senso alla partecipazione ad una guerra nella quale erano considerati, dagli alti comandi, poco più che “carne da cannone”.
Vale la pena ricordare , invece, ciò che emerge chiaramente dalla storiogorafia, ed è stato ulteriormente rafforzato dal processo contro alcuni SS superstiti, con la sentenza di condanna emanata qualche anno fa dal Tribunale militare di La Spezia.
Fra tutte le rappresaglie compiute dai nazisti, quella di Sant’Anna , oltre che la più cruenta, fu anche la meno giustificata da motivi di carattere militare, anche volendo annoverare fra questi ultimi le esigenze di “bonifica” delle retrovie. Mentre è ovvio che in tutta l’area appenninica, al di qua della Linea Gotica, c’erano numerose formazioni partigiane, ed operazioni condotte da partigiani, nella meta’ di agosto del 1944 intorno ai paesi dell’ Alta Versilia non c’era più significativa attività di guerriglia. Ciò è opportuno ricordarlo per aderenza alla realtà, non perchè la presenza di partigiani, aiutati o meno dalla popolazione civile, potesse in ogni caso giustificare l’uccisione di vecchi e bambini.
L’ultimo episodio di attacco compiuto da una formazione delle “Garibaldi” risaliva al 4 agosto (la strage è del 12 agosto) : erano stati fatti saltare due ponti che collegavano la Versilia alla Garfagnana. Nei giorni successivi la situazione si era normalizzata, e le formazioni partigiane avevano già lasciato la zona. Tanto è vero che quando le SS della 16ma Div. corazzata cominciarono a rislaire dal fondovalle, la popolazione si aspettava solo di essere sfollata, e cominciava a raccolgiere le masserizie. Ci possono essere dubbi,invece, sul fatto che una rappresaglia talmente cruenta fosse stata pianificata in anticipo. Infatti un tedesco fu ferito ad una spalla da un isolato colpo di arma da fuoco mentre il suo reparto transitava nella frazione di Vacareccia. Dal ferimento all’inizio della repressione, comunque, passarono trenta minuti, ed i primi a farne le spese furono gli abitanti di quel paesino, rinchiusi in un cascinale ed eliminati con il lancio di bombe a mano. Poi la furia delle SS coinvolse tutti i piccolissimi centri della zona, fino allo sterminio finale davanti alla chiesa di Sant-Anna. I morti totali sono stati stimati a lungo in 560. Alcuni studi recenti parlano di 390 vittime. Un classico episodio di spietata guerra ai civili, dalla quale non si poteva ottenere l’arresto o l’uccisione di un solo “bandito”. Nel film, la figura tormentata del capo partigiano - oggetto di una taglia da parte delle SS - e del traditore che lo uccide sono presumibilmente figure di fantasia, mentre è documentato il fatto che le squadre naziste furono guidate in quei luoghi da collaborazionisti italiani.
Situazioni in cui la popolazione civile manifestò sentimenti negativi nei confronti dei partigiani, durante tutta l’attività della guerra partigiana, sono altrettanto documentate, e in presenza della minaccia di rappresaglie sono anche pefettamente comprensibili. Riconoscerle non toglie nulla alla barbarie dimostrata contro i civili, negarle è da stupidi. Nel caso reale di Sant’Anna, tuttavia, non vi fu nulla che possa ragionevolmente ricondurre a qualcosa del genere.
Inoltre, la strage - nonostante la crudezza della scena madre del film - fu ancora più efferata di quanto non si veda sullo schermo. Con episodi di crudeltà e di sadismo che è raccapricciante perfino descrivere. Con l’occasione, invito a scrivermi i lettori interessati a documentarsi su quegli avvenimenti, sarò lieto di fornirgli indicazioni sulle fonti (sia di parte italiana che tedesca).
Non è comunque la strage in sè, come abbiamo visto, a rappresentare il “topic” del film. Così come le polemiche sull’antifascismo c’entrano davvero poco: nell’opera di Spike Lee i fascisti non compaiono neppure. Si può supporre che il traditore sia in realtà un fascista , ma pare mosso più che altro da una vendetta personale; e c’è un anziano del paese che ha la tessera del partito e la foto di Mussolini (finirà ammazzato anche lui dai tedeschi). Tutto qui. Per il resto una storia molto, molto americana, benchè quasi tutta ambientata in un Paese dell’Appenino. Definirlo film “revisionista”non è solo sbagliato, ma privo di senso. Così come è triste notare che c’è sempre chi si insinua in polemiche speciose per avanzare l’idea che le rappresaglie fossero colpa dei partigiani, e non dei nazisti che sparavano, e di coloro che li aiutavano. Di qui l’opportuno “disclaimer” posto all’inzio della proiezione.
Pubblicato il: Ottobre 13th, 2008 under Varie.
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La Borsa dei Valori
In questi giorni è difficile, per chi ha investito i propri risparmi, sottrarsi al quotidiano bollettino di guerra dei mercati finanziari. E’ un po’ come trovarsi nella fila dei parenti di soldati al fronte che, ogni giorno, andavano a leggere l’elenco dei caduti , e cominciavano dalla lettera più lontana dell’ordine alfabetico.
Ci sono altre quotazioni, però, che stanno cambiando. Oltre alla Borsa Valori di Piazza Affari, o di Wall Street, c’è quella dei Valori umani e civili . Che segna paurosi ribassi.
Le ” Solidarietà” non trovano più compratori. Tutti vendono. Era una “blue chip”, ora sta per diventare un titolo sospeso per eccesso di ribasso. Coloro che fino a pochi anni fa eravamo disposti ad aiutare, oggi sono una minaccia. Ci mettono in difficoltà, perchè la loro condizione sembra raffigurare un futuro peggiore . Hanno la pelle di colore diverso, non hanno il permesso di soggiorno; rappresentano più del 50% dei detenuti delle nostre carceri. Rubano le cose, rubano il lavoro. Se l’economia ci farà diventare ancora più poveri, diventeremo come loro? Meglio non averli davanti agli occhi.
“Onestà” è un titolo contrastato, un caso particolare . Le azioni “Onestà Ordinarie” sono sempre nel nostro portafoglio, e reggono bene. Chi le ha sempre emesse, in realtà, è una public company di cui siamo noi stessi azionisti, come i nostri padri, e i nostri figli. Ci crediamo ancora, dobbiamo crederci. Ma le “Onestà Privilegiate”, invece, perdono ogni giorno. Esse infatti poggiano anche sull’essere onesti degli altri. Sull’etica quale comune sentire. Circolano facilmente dove c’è la cultura delle regole, della legalità. Oggi hanno perso molto del loro appeal fra i risparmiatori, perchè gli investitori istituzionali le sconsigliano.
Sono in lieve ma continua caduta le azioni “Democrazia”. La corporate emittente è sempre solida, ma sta perdendo alcune quote di mercato nelle consociate “Tolleranza”, “Informazione”, “Antifascismo”. Non ha concorrenti ufficiali che competano, sfacciatamente, con il marchio “Intolleranza”, “Censura”, “Fascismo”, perchè si presenterebbero con un prodotto invendibile. Sta crescendo, però, un mercato nero di prodotti taroccati e fuori norma, pericolosi per la salute, che vengono fatti chissà dove, e imitano i marchi originari, quelli positivi, ma in realtà snaturano il marchio originale. Il consumatore vede che costano poco, e li compra. La “corporate” comincia a risentirne.
Le azioni “Cultura” , invece, vanno male, sono sempre più svalutate. I pochi detentori superstiti rimpiangono di averle mantenute pervicacemente nel portafoglio nonostante le perdite, anche se non hanno ancora il coraggio di liberarsene. Il che è una fortuna, ed evita il crollo, perchè se anche loro cedessero al “panic selling”, della “Cultura” non rimarrebbe più nulla.
Che fare?
C’è una legge di mercato che poggia su due virtù fondamentali: il coraggio e la lungimiranza. Ma anche sulla logica stessa della finanza. Si dice, infatti, che quando si verificano ribassi generalizzati, e i prezzi sono al minimo, quello è il momento di comprare. Magari domani ci sarà un ulteriore ribasso, ma se teniamo duro e abbiamo fiducia l’investimento sarà premiato, perchè altri ci imiteranno, i valori risaliranno, e noi avremo guadagnato.
Quindi, il mio consiglio è il seguente: comprate, ricomprate quelle azioni, che oggi valgono poco. Saremo tutti più ricchi.
V.
Pubblicato il: Ottobre 8th, 2008 under Varie.
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