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Laboratorio di scrittura 2011 - 12
Laboratorio di Scrittura 2011 / 12
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Pubblicato il: Settembre 21st, 2011 under Varie, coaching, presentazione libri, scrittura creativa.
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La tigre di Lorenzo Pavolini
“Accanto alla tigre” di Lorenzo Pavolini
Ci sono libri che , nel momento in cui compaiono sugli scaffali, tu sai che dovrai leggerli. Per me “Accanto alla tigre”, di Lorenzo Pavolini è stato uno di quei libri.
Il motivo, per quel che importa, possono intuirlo coloro che mi conoscono ed hanno letto “Mio cugino il fascista”. Non tanto perché la figura di Alessandro Pavolini compare sullo sfondo, in alcune scene, quanto perché il protagonista Alex è molto “pavoliniano”, nell’essere interprete di quel fascismo, nel suo modo di parlare e di pensare, ed anche nel modo di affrontare la morte.
A ciò si aggiunga il fatto che all’epoca, nel 2005 - attratto come sono dalle vite dei grandi perdenti - ero seriamente intenzionato a scrivere una biografia del gerarca morto a Dongo nell’aprile del 1945. Non un romanzo biografico o una biografia romanzata, bensì una “vera” biografia.
Per fortuna, non l’ho fatto.
Non sapevo, confesso, che Lorenzo Pavolini fosse il nipote di Alessandro; e non potevo sapere che pochi anni dopo ne avrebbe scritto. Ma ora questo libro c’è, ed anche questa è una fortuna ; perché l’Autore ha deciso , a un certo punto della sua vita, di guardare negli occhi la tigre che gli camminava accanto da sempre, la stessa che suo nonno aveva cavalcato fino in fondo.Fino all’ultimo giorno.
Alessandro Pavolini era
Questo era il Pavolini Alessandro nel suo consolidato clichè un po’ tetro, un po’ romantico, un po’ robespierriano di fanatico e integralista difensore del regime morente.
Suo nipote Lorenzo, fino al momento in cui non ha guardato negli occhi la tigre, aveva non dimenticato , ma rimosso quella figura , quasi volesse affidarla ad un impossibile oblio.
La sua narrazione dà conto in pieno dell’accettazione di tale impossibilità, e di come si sia imposta, giorno dopo giorno, la ricerca di una verità più profonda, quale che fosse.
Scritte sui muri di neofascisti nostrani, inneggianti al nonno, e il primo impulso di cancellarle; le fotografie dei cadaveri appesi a testa in giù a Piazzale Loreto; spezzoni di ricordi di famiglia, o di testimonianze spurie e incomplete; conversazioni con chiunque fosse in grado di dire qualcosa in più su quell’epoca e su quegli uomini. Visite fallite al cimitero milanese dove sono sepolti i repubblichini morti nella primavera del ’45, compreso Alessandro; indizi e stimoli fra i più disparati, spesso descritti con ironia, tutti convergenti verso gli occhi della tigre.
E alla base di tutto, le domande inevitabili: chi era Alessandro Pavolini? Cosa ha spinto un intellettuale gentile e raffinato, nonché scrittore di talento, a cavalcare la tigre? Qual’era il fascismo in cui credeva? Quali erano i suoi valori di uomo, al di fuori della politica? Qual’era il suo reale rapporto con la violenza, la guerra, la vendetta politica? Qual’era la sua intima percezione della vita e della morte?
Le risposte, spesso mediate e sfumate, mai apodittiche, le lascio volentieri alla lettura di questa narrazione, permettendo al lettore di conservare intatto il valore del percorso e condividere con l’Autore il senso della scoperta, che è la cosa più importante.
In quest’opera la scrittura cresce man mano che si procede, che si conosce, che si scopre.
Sono convinto che sia un risultato voluto, perché questa crescita corrisponde al superamento progressivo delle diffidenze e delle incertezze iniziali nell’intraprendere un cammino per molti anni rinviato .
Le brevi riflessioni sul senso della Storia , ben distribuite nell’opera, acquistano di sempre maggiore incisività e profondità, raggiungendo in alcuni passaggi una bellezza letteraria che non contrasta con lo stile asciutto e con la messa al bando di ogni possibile indulgenza al sentimentalismo familistico.
Quando racconta di sé, infatti, Lorenzo Pavolini sa ricorrere perfino all’understatment o all’autoironia; ma quando appare e ricompare, sempre meglio definita, la figura del nonno, le corde sono quelle di una letteratura vera , importante. E il quadro di insieme alla fine si ricompone sempre, con tutta la tragicità di un’epoca difficile, sanguinosa, drammatica e, soprattutto, non abbastanza conosciuta.
Fra le persone cui Lorenzo si rivolge per capire aspetti non banali del regime cui il nonno aveva devoluto anima e corpo, c’è anche Antonio Pennacchi. E’ singolare che nell’edizione dello “Strega” di quest’anno si siano ritrovati entrambi fra i finalisti, con due lavori molto diversi che però fanno riferimento alla stessa epoca. Segno che le riflessioni sul fascismo , un po’ sclerotizzate nella storiografia ufficiale, tornano centrali nella narrativa, sulla spinta di molte domande tuttora inevase, o neppure formulate.
Vincenzo Ciampi
Lorenzo Pavolini, “Accanto alla tigre” – Galleria Fandango, 2010. Pgg. 243, euro 16,50
Ci sono libri che , nel momento in cui compaiono sugli scaffali, tu sai che dovrai leggerli. Per me “Accanto alla tigre”, di Lorenzo Pavolini è stato uno di quei libri.
Il motivo, per quel che importa, possono intuirlo coloro che mi conoscono ed hanno letto “Mio cugino il fascista”. Non tanto perché la figura di Alessandro Pavolini compare sullo sfondo, in alcune scene, quanto perché il protagonista Alex è molto “pavoliniano”, nell’essere interprete di quel fascismo, nel suo modo di parlare e di pensare, ed anche nel modo di affrontare la morte.
A ciò si aggiunga il fatto che all’epoca, nel 2005 - attratto come sono dalle vite dei grandi perdenti - ero seriamente intenzionato a scrivere una biografia del gerarca morto a Dongo nell’aprile del 1945. Non un romanzo biografico o una biografia romanzata, bensì una “vera” biografia.
Per fortuna, non l’ho fatto.
Non sapevo, confesso, che Lorenzo Pavolini fosse il nipote di Alessandro; e non potevo sapere che pochi anni dopo ne avrebbe scritto. Ma ora questo libro c’è, ed anche questa è una fortuna ; perché l’Autore ha deciso , a un certo punto della sua vita, di guardare negli occhi la tigre che gli camminava accanto da sempre, la stessa che suo nonno aveva cavalcato fino in fondo.Fino all’ultimo giorno.
Alessandro Pavolini era
Questo era il Pavolini Alessandro nel suo consolidato clichè un po’ tetro, un po’ romantico, un po’ robespierriano di fanatico e integralista difensore del regime morente.
Suo nipote Lorenzo, fino al momento in cui non ha guardato negli occhi la tigre, aveva non dimenticato , ma rimosso quella figura , quasi volesse affidarla ad un impossibile oblio.
La sua narrazione dà conto in pieno dell’accettazione di tale impossibilità, e di come si sia imposta, giorno dopo giorno, la ricerca di una verità più profonda, quale che fosse.
Scritte sui muri di neofascisti nostrani, inneggianti al nonno, e il primo impulso di cancellarle; le fotografie dei cadaveri appesi a testa in giù a Piazzale Loreto; spezzoni di ricordi di famiglia, o di testimonianze spurie e incomplete; conversazioni con chiunque fosse in grado di dire qualcosa in più su quell’epoca e su quegli uomini. Visite fallite al cimitero milanese dove sono sepolti i repubblichini morti nella primavera del ’45, compreso Alessandro; indizi e stimoli fra i più disparati, spesso descritti con ironia, tutti convergenti verso gli occhi della tigre.
E alla base di tutto, le domande inevitabili: chi era Alessandro Pavolini? Cosa ha spinto un intellettuale gentile e raffinato, nonché scrittore di talento, a cavalcare la tigre? Qual’era il fascismo in cui credeva? Quali erano i suoi valori di uomo, al di fuori della politica? Qual’era il suo reale rapporto con la violenza, la guerra, la vendetta politica? Qual’era la sua intima percezione della vita e della morte?
Le risposte, spesso mediate e sfumate, mai apodittiche, le lascio volentieri alla lettura di questa narrazione, permettendo al lettore di conservare intatto il valore del percorso e condividere con l’Autore il senso della scoperta, che è la cosa più importante.
In quest’opera la scrittura cresce man mano che si procede, che si conosce, che si scopre.
Sono convinto che sia un risultato voluto, perché questa crescita corrisponde al superamento progressivo delle diffidenze e delle incertezze iniziali nell’intraprendere un cammino per molti anni rinviato .
Le brevi riflessioni sul senso della Storia , ben distribuite nell’opera, acquistano di sempre maggiore incisività e profondità, raggiungendo in alcuni passaggi una bellezza letteraria che non contrasta con lo stile asciutto e con la messa al bando di ogni possibile indulgenza al sentimentalismo familistico.
Quando racconta di sé, infatti, Lorenzo Pavolini sa ricorrere perfino all’understatment o all’autoironia; ma quando appare e ricompare, sempre meglio definita, la figura del nonno, le corde sono quelle di una letteratura vera , importante. E il quadro di insieme alla fine si ricompone sempre, con tutta la tragicità di un’epoca difficile, sanguinosa, drammatica e, soprattutto, non abbastanza conosciuta.
Fra le persone cui Lorenzo si rivolge per capire aspetti non banali del regime cui il nonno aveva devoluto anima e corpo, c’è anche Antonio Pennacchi. E’ singolare che nell’edizione dello “Strega” di quest’anno si siano ritrovati entrambi fra i finalisti, con due lavori molto diversi che però fanno riferimento alla stessa epoca. Segno che le riflessioni sul fascismo , un po’ sclerotizzate nella storiografia ufficiale, tornano centrali nella narrativa, sulla spinta di molte domande tuttora inevase, o neppure formulate.
Vincenzo Ciampi
Lorenzo Pavolini, “Accanto alla tigre” – Galleria Fandango, 2010. Pgg. 243, euro 16,50
Pubblicato il: Settembre 3rd, 2010 under Varie, coaching, presentazione libri, scrittura creativa.
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L’intervento di Giusto Traina - Roma, 29 aprile, libreria “Nero su Bianco”
Intervento di Giusto Traina
I libri che presentiamo oggi trattano di un periodo chiave della storia romana, il passaggio dalla repubblica al principato. La data canonica di questo passaggio è ben nota: il 27 a.C., quando Gaio Giulio Cesare Ottaviano prese il cognomen di Augusto. La propaganda di Augusto teneva a presentare il suo governo come la restaurazione delle tradizioni repubblicane dopo le derive delle guerre civili, ma di fatto, se tecnicamente le istituzioni romane venivano solo ritoccate, si trattava di una svolta autoritaria, o meglio di una rivoluzione, per l’appunto quella che gli storici definiscono la Rivoluzione romana. L’espressione si deve a sir Ronald Syme, che aveva pubblicato il libro The Roman Revolution nel 1939, nel momento più critico del « secolo breve ». Syme aveva tratteggiato il suo Augusto pensando fortemente ai dittatori che premevano gran parte dell’Europa sotto i loro stivali, e stavano per coinvolgerla in una terribile guerra e in una serie di orrori collaterali. A differenza da altri storici del tempo, Syme non si limitava a definire la personalità politica dei grandi protagonisti di questo passaggio, come Cesare, Pompeo, Augusto. Syme aveva scelto un metodo diverso, sfruttando quel tipo particolare di indagine storica che si definisce «prosopografia », la ricerca degli individui per delinearne la biografia. Prima di lui, positivi eruditi avevano spianato la strada, raccogliendo schede su schede di tutti i personaggi noti e meno noti. Una ricerca tediosa e apparentemente poco esaltante, se chi la fa è uno studioso che si contenta e si compiace della propria diligente erudizione. Ma un materiale preziosissimo se chi lo tratta è uno storico di razza come Syme, capace non solo di far parlare i documenti e di far rivivere i suoi personaggi, anche quelli più oscuri, ma anche di trasformare il suo discorso in una riflessione sui propri tempi. Non a caso, il suo libro genero’ i maggiori stimoli e le reazioni più significative solo a guerra finita, almeno da parte di chi, sulla scia di un Benedetto Croce, riteneva che tutta la storia sia storia contemporanea.
Ora, pero’, molti anni ci separano dall’epoca di Syme, quando certamente l’Europa era meno alfabetizzata, ma tutti gli operatori culturali e i politici sapevano chi fossero Cesare e Augusto, e riuscivano addirittura a situarli nello spazio e nel tempo. Nell’Inghilterra pre-thatcheriana, prima di dirigersi a studi più solidi di diritto o di economia, la ruling class molto spesso cominciava da una laurea breve in lettere classiche. Un altro Ciampi, il nostro ex presidente Carlo Azeglio, prima di diventare direttore della Banca d’Italia aveva studiato latino e greco alla Normale di Pisa. Ora, pero’, non equivocate: non sto affatto cercando di convincervi che era meglio quando si temeva ancora di morire democristiani, e non aspettatevi da me il pistolotto sulla decadenza dei valori culturali con il riferimento d’obbligo alle veline o ai calciatori, ovvero allo sconcertante, e quel che è peggio forse calcolato, strafalcione su Romolo e Remolo. Come storico di professione, anche se non sono mai stato obbligato a un particolare giuramento, ritengo infatti di avere l’obbligo di documentarmi prima di giudicare, pratica sempre più desueta e praticamente rimossa in un’epoca che valorizza la doxa, l’opinione. I comunicati che hanno preannunciato questo evento sul web insistono sulla dimensione politica, ammiccano a un confronto tra l’ieri e l’oggi. Un atteggiamento di tutto rispetto ma che mi lascia più freddo, in quanto, almeno a mio modo di vedere, per lo studio dell’antico è più utile e affascinante definire non tanto analogie, attualità, o peggio insegnamenti e moniti, quanto un “inventario delle differenze”In ogni caso, devo dire che la pubblicazione di questi due libri rappresenta una variabile interessante rispetto all’idea che gli antichisti di professione si fanno solitamente dei non specialisti appassionati del passato e del mondo classico. Almeno in Italia, si suppone che oggi chi si volge alla Grecia e a Roma sia un pacioso antiquario, visitatore di musei e per nulla spaventato, anzi attratto da una certa terminologia esoterica, che lo fa entrare in un club a parte. Certo, non mancano i consueti riferimenti a una certa Grecia vista come nutrice di democrazia e razionalità, e anche il lettore meno sensibile al fascino della civiltà classica si sarà informato, magari da una corsiva lettura delle pagine culturali dei quotidiani, chesso’, almeno sul dilemma etico-giuridico rappresentato da Sofocle nell’Antigone.
Ma sono sorpreso nel vedere come nell’anno di grazia 2009 non solo si possa trovare un interesse non antiquario o aneddotico, ma anche politico per la Roma di Cesare e dei Cesari. E soprattutto, che vi sia un editore aperto al punto di puntare sulla ricaduta di questa lettura. L’operazione non è affatto semplice né indolore; e devo dire che, nell’aprire questi libri, avevo qualche sospetto e fin troppi preconcetti. Non conoscevo l’autore se non per via telematica, e sapevo soltanto che condivide alcune idee da me accennate in una breve biografia di Marco Antonio. Idee peraltro indimostrabili sulla base di una rigorosa analisi storica, che al massimo si potrebbero giustificare con la condiscendenza di quegli empirici ma sensati studiosi che sono i britannici, che tendono a classificare i colleghi italiani come simpatici mistificatori dal motto « se non è vero è ben trovato » (l’espressione resta in italiano nel testo ma, sospetto che sia stata inventata dagli inglesi). Insomma, aprendo i libri di Enzo Ciampi mi trovavo combattuto : da una parte, il mio ipertrofico ego incuriosito e lusingato per questi sviluppi in una forma romanzata, l’unica possibile, di quello che avevo già espresso con le reticenze di chi è tenuto alle dovute cautele per non offendere Clio, amante generosa quanto esigente. Dall’altra, il nervo vago reagiva e mi diceva: vabbé, sarà un Montanelli 2.0. Avete presente, la Storia di Roma di Indro Montanelli, uno dei volumi più riusciti tra le sue opere storiche, e al tempo stesso inguaribilmente kitsch per la tendenza a ridurre gli eventi e i personaggi alle categorie del giornalismo d’attualità. E poi temevo soprattutto che si trattasse di romanzi storici : un genere che in Italia è pericoloso affrontare almeno quanto la fantascienza, e che in genere non trovo di particolare interesse. Intendiamoci, è questione di gusti e di tolleranza ridotta. Personalmente, detesto anche il ritratto dell’imperatore Adriano, nei fatti un despota imperialista e parvenu, trasformato in un esteta decadente dalla pur elegante penna di Marguerite Yourcenar. E poi, il film che mi ero fatto in partenza mi rammentava opere oggi dimenticate, e pour cause, come « I tre schiavi di Giulio Cesare » di Riccardo Bacchelli o anche la più allegra « Avventura nel primo secolo » di Paolo Monelli. Quanto a precedenti relativamente più illustri come « Quo vadis ? », « Gli ultimi giorni di Pompei » o « Ben Hur », essi devono essenzialmente la loro fama alla loro grande e ripetuta fortuna cinematografica. Traquilli, Enzo Ciampi ci ha risparmiato tutto cio’, anche se il libro su Fulvia potrebbe essere una buona base per un biopic, magari con Monica Bellucci come protagonista e Kim Rossi Stuart nella parte di Clodio*.
Anzitutto, abbiamo qui una lettura godibile e uno stile che raccomanderei a molti dei miei colleghi, che anche quando si cimentano nella divulgazione pensano più alle critiche dei loro simili che alla pazienza del lettore. E poi, una visione chiara e ben definita degli eventi, che per questo periodo si rivela particolarmente istruttiva. La storia della tarda repubblica non è condizionata dalla genialità manipolatrice di un Tacito, che ci fa apparire il principato giulio-claudio come un incubo per i senatori resi schiavi di un potere dispotico e ingiusto, e al tempo stesso riduce l’intera dimensione del Mediterraneo a una questione di equilibri di potere e intrighi. Gli storici che documentano questo periodo presentano una visione contraddittoria, e proprio per questo diversificata. E soprattutto abbiamo la testimonianza lasciata da un protagonista d’eccezione, Marco Tullio Cicerone. Qui, con Ciampi abbiamo una totale comunità di giudizio : non so, e appunto gli chiedo, se lui abbia focalizzato nel grande oratore ciociaro una sorta di analogia con un celebre politico dei nostri giorni, del resto fondatore e presidente del Centro di studi ciceroniani. Ma di certo, anche senza attualizzare inutilmente la politica di allora e quella di oggi, non vi è niente di più disgustosamente ipocrita di uno slogan come cedant arma togae, soprattutto detto da chi, proconsole di Cilicia nel 51 a.C., si era guadagnato il titolo di generale vittorioso massacrando una popolazione locale magari non troppo pacifica, ma che certo non minacciava particolarmente l’ordine romano.
Enzo Ciampi non scrive da storico, ma in qualche maniera applica a un periodo lontano la tecnica del giornalismo d’inchiesta. Questo appare sia dalla ricostruzione sulle Idi di marzo, sia dal libro su Fulvia, che ho trovato molto più istruttivo di certe applicazioni ripetitive dei gender studies alle figure di donne dell’antica Roma. Bisogna dire che con Fulvia il compito è meno arduo : sappiamo bene quanto sia difficile per uno scrittore uomo delineare un personaggio donna, insomma entrare in una scrittura al femminile. Per quanto Fulvia fosse una donna affascinante, la sua passione per la politica, vista con il filtro della mentalità romana, le permetteva senz’altro di essere promossa uomo sul campo. Ma vorrei chiudere qui e, prima di aprire il dibattito, vorrei sottolineare un aspetto essenziale di questi libri. Pur attenendosi al dovuto distacco critico, Enzo rivela qui una sincera passione per la politica, cosa che non posso non ammirare in una situazione, almeno attualmente, disperata. Io resto molto più distaccato, e non solo perché, come ho detto, uno storico deve saper anzitutto osservare. Più bassamente, provo sempre più la voglia di astrarmi da certe notizie e da certi personaggi, un desiderio che per quanto egoistico, potrebbe essere giustificato dall’istinto di conservazione. Ma poi si sa come si va a finire : come quei notabili togati della poesia di Kavafis, che se ne stavano li’ ad aspettare i barbari, sperando che il loro violento arrivo potesse almeno risolvere qualcosa. E questo, a Clio, spiacerebbe.
*L’Editore, vai a sapere perché, non ama la Bellucci. Si è quindi aperto un ampio dibattito, che a cena è degenerato con le proposte più oltraggiose : Jeremy Irons come Cesare, Carlo Verdone come Cicerone e via tracannando.
Pubblicato il: Maggio 9th, 2009 under presentazione libri.
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I miei libri sulla Roma antica: incontro con Giusto Traina - Roma, 29 aprile 2009
Il 29 aprile prossimo, alle 18,30, presso la libreria “Nero su Bianco”, P.zza San Cosimato in Trastevere, Roma, il prof. Giusto Traina parlerà dei due libri da me dedicati alla Roma di Cesare: “Le congiure parallele” e “Nulla se non il corpo”.
Traina è uno storico dell’antichità greca e romana di fama internazionale, come è testimoniato dall’incarico di dirigere la sezione su Roma Antica della ” Storia d’Europa e del Mediterraneo”, opera monumentale della Salerno Editrice. Ha insegnato presso le Università di Perugia e Lecce, prima di trasferirsi in Francia , con incarichi presso le Università di Paris VIII, di Louvain- la -Neive, e infine Rouen. E’ attualmente impegnato in un progetto di ricerca sulla antica Armenia.
Un’occasione da non perdere, non solo per i miei lettori, ma per tutti gli appassionati di storia romana.
Il leit-motiv dell ‘incontro sarà la lotta politica nella Roma tardo-repubblicana, e i notevoli spunti di attualità che essa propone al lettore moderno.
All’incontro pateciperà inoltre, come moderatore, Claudio M. Messina , titolare della casa editrice (Robin Bdv) che ha pubblicato i due lavori.
Chi fosse interessato a partecipare è invitato comunicare la propria presenza su queste pagine.
Vi aspettiamo
Vincenzo Ciampi
Pubblicato il: Aprile 14th, 2009 under presentazione libri.
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Donne e potere. A Roma si parla di Fulvia.
Martedì 17 febbraio, alle 18,30, appuntamento alla Libreria Rinascita di Viale Agosta 36, a Roma.
Si parlerà ancora di “Nulla se non il corpo - Fulvia, una donna di potere nell’età di Cesare”, il mio ultimo romanzo, uscito nello scorso agosto. Il tema della serata sarà “Donne e potere“, nell’antica Roma e nei nostri tempi.
L’epoca in cui visse Fulvia, la protagonista del romanzo, presenta temi e spunti di straordinaria attualità. La fortunata ricchezza delle fonti di cui disponiamo, primo fra tutti Cicerone - grande nemico di Fulvia e del suo terzo marito, Marco Antonio - ci consente di ricostruire in modo approfondito la spietata lotta politica nella quale una matrona ricca e intelligentissima seppe ritagliarsi un ruolo di primo piano.
A introdurre gli argomenti due donne, naturalmente.
AnnaMaria Barbato Ricci è una giornalista che ha coperto incarichi di uffcio stampa e relazioni esterne in alcuni palazzi del potere romano, fra cui Palazzo Chigi.
Francesca Leoncini insegna lettere classiche nei licei ed è una giovane donna impegnata in politica (fa parte, fra l’altro, della Costituente del Partito Democratico).
L’attrice e poetessa Ilaria Caputo ci raggiungerà da Napoli per leggere lacuni brani del libro.
Naturalmente, ci sarò anch’io.
Vi aspettiamo. E se potete, preannunciate la vostra partecipazione, anche tramite questo sito.
Arrivederci.
Vincenzo Ciampi
Pubblicato il: Febbraio 3rd, 2009 under presentazione libri.
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Le Idi di Marzo secondo V.M. Manfredi
Un principio non scritto di “bon ton” sconsiglierebbe, da parte di un autore che abbia trattato un determinato argomento , esprimere giudizi sul libro di altro autore, scritto sulla stessa materia .
In questo caso, però, due considerazioni aiutano a rimuovere le esitazioni. La prima è che l’inchiostro versato fino ad oggi sulla morte di Cesare occuperebbe lo stesso spazio dell’Oceano Pacifico, ed altro ancora ne sarà versato, di qui all’eternità. Il secondo è che Valerio Massimo Manfredi è un narratore molto popolare ed affermato, a differenza di chi vi scrive. Che qui infatti riveste i panni, modesti ma non sgraditi, del comune lettore.
“Idi di Marzo” (Mondadori, ottobre 2008, pgg. 259, euro 18,60) è un romanzo, e come tale va letto. Anche un romanzo storico è, prima di tutto, un’opera letteraria. Seguirne lo svolgimento sulla base delle conoscenze storiografiche acquisite costituirebbe un approccio parziale e fuorviante. Manfredi si è meritato la fama di conoscitore profondo del mondo antico, ed anche in quest’opera la lettura delle fonti “si vede”. Ad esempio Plutarco, Svetonio, Nicola di Damasco (del quale viene ripresa la ricostruzione dell’incidente ai Lupercali, anche se l’intepretazione offertane è molto personale). Ma anche Carcopino, Canfora, e perfino il Napoleone Bonaparte del suo libello sulle guerre di Cesare, scritto (anzi, dettato) a S.Elena, del quale viene riutilizzata la motivazione dell’inutilità, per Cesare, di perseguire ambizioni regali (Napoleone aveva scritto: “I Romani erano abituati a ricevere i re nell’anticamera dei loro promagistrati”).
Va premesso che la conoscenza storica dei fatti non sempre aiuta a cogliere un romanzo nella sua essenza; anzi, può essere di ostacolo. Non perchè , nel caso di “Idi di marzo”, vi siano clamorosi stravolgimenti, ma perchè, come spesso avviene, l’inserimento di personaggi di fantasia in un contesto reale crea una doppia dimensione narrativa: quella dei fatti più o meno accertati, e quella in cui ad essi si riconnettono le vicende delle figure create dallo scrittore. La scommessa è quella di creare nel lettore la percezione di un “cursus unicum”, nel quale i due livelli si mimetizzino a vicenda, senza che l’attenzione sia carpita dall’uno o dall’altro.In questo caso, una scommessa vinta solo in parte. Per meglio spiegarci, pur tenendo presente le avvertenze di cui sopra, entreremo brevemente nel merito di entrambi gli aspetti.
Dal punto di vista dell’efficacia narrativa, i fans di Manfedi non saranno delusi. La prosa è - come al solito - lineare ed efficace; la costruzione è - come al solito - frutto di un’architettura ben studiata, nel quale l’ esatto l’equilibrio fra le due dimensioni è molto curato. Vero protagonista della narrazione è il centurione primipilo Publio Sesto detto “Baculus”, personaggio ispirato ad una figura che Cesare stesso citò nel suo “De bello gallico”; il filo conduttore è la sua avventurosa e disperata corsa contro il tempo da Modena a Roma per recapitare un messaggio che avrebbe dovuto mettere in guardia Cesare. Comprimari sono altri personaggi “minori”: alcuni realmente esistiti, come Artemidoro (retore al servizio di Giunio Bruto), o il medico Antistio , impegnati nello stesso tentativo, ovvero mettere in guardia Cesare. Altri di fantasia, come i misteriosi agenti tesi ad intercettare, o vanificare, ogni avvertimento. Il “thriller” intorno alla possibile rivelazione dei termini esatti della congiura ha una certa predominanza nella narrazione, ed è ben confezionato, nonostante la stragrande maggioranza dei lettori sappia in partenza che la congiura, comunque, dovrà materializzarsi.
Meno efficace, invece, la parte recitata dai protagonisti “storici”.
La figura di Cesare è quella di un Capo anziano, stanco e malato, dubbioso sulla possibilità di portare a termine i progetti ancora in piedi, incerto sulla reale consistenza del complotto. Va detto che Manfredi - saggiamente - non giunge ad avvalorare la teoria affascinante - ma sballata- del Dittatore che ha deciso di morire, e quindi collabora passivamente alla realizzazione dell’attentato ai suoi danni (sciocchezza che ogni tanto riaffiora qua e là) ; tuttavia ne esce fuori un Cesare un po’ sbiadito , e perfino sprovveduto, visto che in una situazione tesissima affida tutta la responsabilità dell’ “intelligence” a figure chiaramente non all’altezza.
Cicerone viene raffigurato come “grande vecchio”della trama anti-Cesare, esterno alla congiura ma moralmente partecipe, e ispiratore di alcuni degli assassini. Una visione che coincide con quella della storiografia più moderna (forse non quella recentissima), e che in sede scientifica è stata ampiamente trattata da Canfora nella sua biografia su Giulio Cesare ( nel romanzo si fa cenno ad una corrispondenza “criptata” fra lui e Caio Cassio, alla quale lo storico barese ha dedicato uno dei capitoli più interessanti dl suo lavoro).
Altri personaggi fondamentali del complotto , come Caio Trebonio e Decimo Bruto Albino, sembrano dipinti in modo piuttosto convenzionale, e sono trattati come semplici comprimari (quali non erano).
Più rilievo viene dato a Marco Antonio. Manfredi sa coglierlo nella sua ambiguità, e lascia capire che “sapeva”. Il che è corretto (in realtà, è lecito pensare che non si limitò a stare alla finestra) . Inoltre, l’Autore è uno dei pochi disposti (giustamente) a riconoscergli anche intelligenza, non solo muscolie coraggio. Ma è, in definitiva, l’Antonio di Shakespeare. Anche se alla fine - divorziando dalla celebre orazione del “Julius Caesar”- gli fa dire “Sono venuto a seppellire Cesare”. A qualcuno la “licenza” piacerà.
Difficile resistere - specie in un romanzo - alla tentazione di coinvolgere nel gioco le donne. Cleopatra ha rancore per Cesare, che non intende riconoscere il figlio avuto da lui, ma sembra che voglia salvarlo, nel proprio interesse, ed è la vera committente dell’eroico “Baculus”. E qui Antonio, putroppo, viene restituito allo stereotipo della sua (presunta) arrendevolezza alle donne, perchè viene manovrato come un burattino dalla regina d’Egitto. Questa la spiegazione data dell’incedente dei Lupercali, per il quale si ipotizza una regia esterna di Cleopatra, allo scopo di far accedere Cesare all’idea di una incoronazione. Qui, in effetti, ci si allontana un po’ troppo dal verosimile.
Non si poteva, ovviamente, lasciare in second’ordine Servilia, l’amante “storica” di Cesare, nonchè madre di Marco Giunio Bruto. Il suo ruolo sarà quello di ispirare l’arcifamosa profezia dell’augure Spurinna, che secondo la leggenda mise in guardia Cesare dalle Idi di marzo. La distanza dalla realtà risulta perfino maggiore che nel precedente esempio.
In definitiva , due valutazioni finali, e sintetiche.
Se il lettore aspira a leggere un romanzo scorrevole, ben scritto, in cui si respiri l’atmosfera della Roma di Cesare, in “Idi di Marzo” troverà risposta alle aspettative.
Se invece vuole farsi un’idea di come andarono le cose, e perchè andarono in quel modo, potrebbe restarne disorientato.
Pubblicato il: Novembre 9th, 2008 under presentazione libri.
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A Roma si parla di Fulvia
Il mio ultimo romanzo, “Nulla se non il corpo - Fulvia, una donna di potere nell’età di Cesare”, sarà oggetto di un incontro di presentazione a Roma, venerdi 19 settembre 2008, alle ore 18. L’incontro avrà luogo presso la Sede dell’Associazione Civita , in Piazza Venezia 11. Del libro parleranno la Dr.ssa Simonetta Matone, Capo di Gabinetto del Ministero per le Pari Opportunità, e la Prof. Anna Maria Giannini, docente universitaria di Psicologia ed autrice di lavori sulla psicologia dell’arte e delle forme espressive.
Naturalmente, ci sarò anch’io .
Chi fosse interessato a partecipare può contattami attraverso questo sito.
Vincenzo
Pubblicato il: Settembre 12th, 2008 under presentazione libri.
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