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Archivio del mese di Novembre, 2008

Amos Oz e il perchè della scrittura.

Ci sono libri che dovrebbero essere letti dagli scrittori. “La vita fa rima con la morte“, di Amos Oz, è uno di essi (Feltrinelli 2008, pgg. 106, euro10,00). L’incipit ne è una dimostrazione: “Tali sono le questioni fondamentali: perchè scrivi.Perchè nella fattispecie scrivi proprio in quel modo. “

Si tratta di un romanzo breve, nel quale il protagonista è Lo Scrittore, invitato ad un incontro con il pubblico in un centro culturale. Una routine vissuta distrattamente, quasi con fastidio, con tutto il seguito prevedibile di discorsi di circostanza,  domande scontate e risposte educate.  L’incontro è solo un pretesto: nell’attesa passata in un bar, volutamente ritardatario, e poi nella sala convegni, lo scrittore osserva. E su ogni persona incontrata casualmente costruisce nella mente un’ipotesi di storia. Volti, voci, gesti sufficienti a mettere in moto la fantasia . L’attrattiva fisica della giovane barista che passa accanto al suo tavolo, e alla quale attribuisce fidanzati presenti e futuri. La voce della lettrice, Rachele, che lui accompagna a casa,  che subisce il suo fascino, ma che alla fine lui non segue fino all’interno dell’abitazione, tranne poi raccontare i vari modi in cui l’incontro galante avrebbe potuto concludersi.  E tanti altri personaggi , su ognuno dei quali esiste un’embrione di racconto e, se necessario, un nome fittizio da attribuire.

Si capisce che saranno storie non scritte. Nate e morte per noia, per indifferenza, o per la messa in libertà della fantasia. Con un sottofondo di solitudine che emerge dalle pagine finali, ove la realtà è stare soli con se stesso, e sulla quale non si può costruire alcunché . La premessa, quella dell’incipit, è destinata a rimanere disattesa: “perchè scrivi” è la domanda di chi non scrive.  

Non credo che per Amos Oz esista solo un modo di far germogliare un’idea letteraria. Come per nessuno. Ma quello che racconta in questo libro è, in tutta evidenza, un modo suo. Molto diverso da ciò che il pubblico immagina. Perchè un romanzo, comunque, nascerà sempre da una maniera del tutto personale di osservare la realtà, la gente e, infine, se stesso. Il segno delle mutandine della cameriera non evocherà paradisi erotici, ma la domanda : chi potrebbe essere il suo fidanzato? E nemmeno la tenera soggezione della lettrice, di fronte all’autore famoso, avrà effetti dirompenti: perchè la fantasia su una notte di sesso non avvenuta, ma immaginata, prevederà che lo scrittore, per provarne il desiderio, pensi alla cameriera. Una fantasia nella fantasia. E così realtà e finzione si intrecciano, e alla fine si annullano a vicenda.

Sono molto rari i casi in cui la genesi del raccontare diventa, a sua volta, racconto. “La vita fa rima con la morte“ può risvegliare il desiderio di scrivere. Oppure renderlo temerario.

    

Le Idi di Marzo secondo V.M. Manfredi

Un principio non scritto di “bon ton” sconsiglierebbe, da parte di un autore che abbia trattato un determinato argomento , esprimere giudizi sul libro di  altro  autore, scritto sulla stessa materia  . 

In questo caso, però, due considerazioni aiutano a rimuovere  le esitazioni. La prima è che l’inchiostro versato fino ad oggi sulla morte di Cesare occuperebbe lo stesso spazio dell’Oceano Pacifico, ed altro ancora ne sarà versato, di qui all’eternità. Il secondo è che Valerio Massimo Manfredi è un narratore molto popolare ed affermato, a differenza di chi vi scrive. Che qui infatti riveste i panni, modesti ma non sgraditi, del comune lettore.                    

“Idi di Marzo” (Mondadori, ottobre 2008, pgg. 259, euro 18,60) è un romanzo, e come tale va letto. Anche un romanzo storico è, prima di tutto, un’opera letteraria. Seguirne lo svolgimento sulla base delle conoscenze storiografiche acquisite costituirebbe un approccio parziale e fuorviante. Manfredi si è meritato la fama di conoscitore profondo del mondo antico, ed anche in quest’opera la lettura delle fonti “si vede”. Ad esempio Plutarco, Svetonio, Nicola di Damasco (del quale viene ripresa la ricostruzione dell’incidente ai Lupercali, anche se l’intepretazione offertane è molto personale). Ma anche Carcopino, Canfora, e perfino il Napoleone Bonaparte del suo libello sulle guerre di Cesare, scritto (anzi, dettato) a S.Elena, del quale viene riutilizzata la motivazione dell’inutilità, per Cesare, di perseguire ambizioni regali (Napoleone aveva scritto: “I Romani erano abituati a ricevere i re nell’anticamera dei loro promagistrati”).

Va premesso che  la conoscenza storica dei fatti non sempre aiuta a cogliere un romanzo  nella sua  essenza; anzi, può essere di ostacolo. Non perchè , nel caso di “Idi di marzo”, vi siano clamorosi stravolgimenti, ma perchè, come spesso avviene, l’inserimento di personaggi di fantasia in un contesto reale crea una doppia dimensione narrativa: quella dei fatti più o meno accertati, e quella in cui ad essi si riconnettono le vicende delle figure create dallo scrittore.  La scommessa è quella di creare nel lettore la percezione di un “cursus unicum”, nel quale i due livelli si mimetizzino a vicenda, senza che l’attenzione sia carpita dall’uno o dall’altro.In questo caso, una scommessa vinta solo in parte. Per meglio spiegarci, pur tenendo presente le avvertenze di cui sopra, entreremo brevemente nel merito di entrambi gli aspetti. 

Dal punto di vista dell’efficacia narrativa, i  fans di Manfedi non saranno delusi. La prosa è - come al solito - lineare ed efficace; la costruzione è - come al solito - frutto di un’architettura ben studiata, nel quale l’ esatto l’equilibrio fra le due dimensioni è molto curato. Vero protagonista della narrazione è il centurione primipilo Publio Sesto detto “Baculus”, personaggio ispirato ad una figura che Cesare stesso citò nel suo “De bello gallico”;  il filo conduttore è la sua  avventurosa e disperata corsa contro il tempo da Modena a Roma per recapitare un messaggio che avrebbe dovuto mettere in guardia Cesare. Comprimari sono altri personaggi “minori”: alcuni realmente esistiti, come Artemidoro (retore al servizio di Giunio Bruto), o il medico Antistio , impegnati nello stesso tentativo, ovvero mettere in guardia Cesare. Altri di fantasia, come i misteriosi agenti tesi ad intercettare, o vanificare, ogni avvertimento. Il “thriller” intorno alla possibile rivelazione dei termini esatti della congiura ha una certa predominanza nella narrazione, ed è ben confezionato, nonostante la stragrande maggioranza dei lettori sappia in partenza che la congiura, comunque, dovrà materializzarsi.

Meno efficace, invece, la parte recitata dai protagonisti “storici”.

La figura di Cesare è quella di un Capo anziano, stanco e malato, dubbioso sulla possibilità di portare a termine i progetti ancora in piedi, incerto sulla reale consistenza del complotto. Va detto che Manfredi - saggiamente - non giunge ad avvalorare la teoria affascinante - ma sballata- del Dittatore che ha deciso di morire, e  quindi collabora passivamente alla realizzazione dell’attentato ai suoi danni (sciocchezza che ogni tanto riaffiora qua e là) ; tuttavia ne esce fuori un Cesare un po’ sbiadito , e perfino sprovveduto, visto che in una situazione tesissima affida tutta la responsabilità dell’ “intelligence” a figure chiaramente non all’altezza. 

Cicerone viene raffigurato come “grande vecchio”della trama anti-Cesare,  esterno alla congiura ma moralmente partecipe, e ispiratore di alcuni degli assassini. Una visione che coincide con quella della storiografia più moderna (forse non quella recentissima), e che in sede scientifica è stata ampiamente trattata da Canfora nella sua biografia su Giulio Cesare ( nel romanzo si fa cenno ad una corrispondenza “criptata” fra lui e Caio Cassio, alla quale lo storico barese ha dedicato uno dei capitoli più interessanti dl suo lavoro).

Altri personaggi fondamentali del complotto , come Caio Trebonio e Decimo Bruto Albino,  sembrano dipinti in modo piuttosto convenzionale, e sono trattati come semplici comprimari (quali non erano).

Più rilievo viene dato a Marco Antonio. Manfredi sa coglierlo nella sua ambiguità, e lascia capire che “sapeva”. Il che è corretto (in realtà, è lecito pensare che non si limitò a stare alla finestra) . Inoltre, l’Autore è uno dei pochi disposti (giustamente)  a riconoscergli anche intelligenza, non solo muscolie  coraggio. Ma è, in definitiva, l’Antonio di Shakespeare. Anche se alla fine - divorziando dalla celebre orazione del “Julius Caesar”- gli fa dire “Sono venuto a seppellire Cesare”. A qualcuno la “licenza” piacerà.  

Difficile resistere - specie in un romanzo - alla tentazione di coinvolgere nel gioco le donne. Cleopatra ha rancore per Cesare, che non intende riconoscere il figlio avuto da lui, ma sembra che voglia salvarlo, nel proprio interesse, ed è la vera committente dell’eroico “Baculus”. E qui Antonio, putroppo,  viene restituito allo  stereotipo della sua (presunta) arrendevolezza alle donne, perchè viene manovrato come un burattino dalla regina d’Egitto. Questa la spiegazione data dell’incedente dei Lupercali,  per il quale si ipotizza una regia esterna di Cleopatra, allo scopo di far accedere Cesare all’idea di una incoronazione. Qui, in effetti, ci si allontana un po’ troppo dal verosimile.

Non si poteva, ovviamente, lasciare in second’ordine Servilia, l’amante “storica” di Cesare, nonchè madre di Marco Giunio Bruto.  Il suo ruolo sarà  quello di ispirare l’arcifamosa profezia dell’augure Spurinna, che secondo la leggenda mise in guardia Cesare dalle Idi di marzo. La distanza dalla realtà  risulta perfino maggiore che nel precedente esempio.

In definitiva , due valutazioni finali, e sintetiche.

Se il lettore aspira a leggere un romanzo scorrevole, ben scritto, in cui si respiri l’atmosfera della Roma di Cesare, in “Idi di Marzo” troverà  risposta alle aspettative.

Se invece vuole farsi un’idea di come andarono le cose, e perchè andarono in quel modo, potrebbe restarne disorientato.