Archivio del Ottobre 7th, 2008
Crisi dei mercati, paura, speranze: l’importanza di avere un progetto.
In una intervista al “Corriere della Sera” di oggi, un banchiere cattolico, Roberto Mazzotta, ha citato un passo di J.M. Keynes: ” Il problema economico non è, se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana. Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi ed autentici della religione e delle virtù tradizionali”.
Una intervista in tempi di crisi finanziaria fa così riscoprire quale fosse l’approccio di un grande economista, che segnò un’epoca, di fronte alla grande crisi originata dal crollo di Wall Street nel 1929. Un messaggio fortemente laico ed universale, ancorchè riferito alla dimensione religosa: il significato è che nelle fasi di dosorientamento e di preoccupazione per le proprie condizioni materiali di vita, le persone vogliono comunque guardare al futuro, e lo fanno in nome della loro umanità e della loro eticità. Non si aspettano, quindi, che ai sette anni di vacche magre ne seguano sette di vacche grasse. Desiderano che siano i valori “solidi ed autentici” a caratterizzare l’avvenire. In ciò riseide la loro maggiore speranza.
Mentre nei prossimi mesi le banche centrali e i responsabili dell’economia, perchè costretti dall’emergenza, lavoreranno per disboscare la giungla della finanza dalle bande di speculatori professionali che hanno impunemente imperversato, razziando e saccheggiando, la gente comune riceverà messaggi tendenti a tranquillizzarla: tenete duro, abbiate fiducia, alle vacche magre seguiranno le vacche grasse. Come sempre.
Ci si chiede se sia questa la risposta attesa. Prevenire il panico è cosa buona giusta, perchè è ingiustificato, e fa danno; ma una cosa è il panico, che esplode nelle circostanze critiche ed emergenziali, cosa diversa è la paura diffusa e quotidiana, che poggia su un’insicurezza di fondo, sedimentata negli anni . Chi pronuncerà sagge parole di ottimismo, forse, ha fatto la sua parte per alimentare paura e insicurezza: paura del terrorismo, paura della delinquenza, paura dello straniero , paura dell’immondizia, paura del diverso. Paura e basta.
Si discuterà molto sul sistema delle regole; sugli spazi eccessivi concessi all’avidità di chi non investe, non produce, non crea lavoro, ma è abituato a realizzare guadagni enormi in pochi minuti, cavalcando come un surfista le oscillazioni dei listini, e coalizzandosi con altri come lui per condizionarle a proprio vantaggio. Generali di ventura che misurano la vittoria con il numero dei morti sul campo, non importa di quale esercito o di quale popolazione, perchè il sangue versato, in realtà, riversa oro nelle loro tasche. A scapito della gente comune, e dei più deboli. Ma anche degli imprenditori che investono, che producono, che creano, che organizzano,che hanno un progetto, o addirittura un sogno. E rischiano ciò che è loro, non di altri.
Come guardare al futuro, allora? Dov’è la bussola ?
Si ha la percezione di essere un’epoca di cambiamenti profondi. In realtà tutte le epoche sono di cambiamento e di transizione, c’è sempre un passato, un presente e un futuro. La percezione di oggi è tale perchè il navigatore della nostra vettura si è inceppato, mentre una nebbia improvvisa si è addensata sulla strada; siamo costretti a rallentare, a fermarci. A chiedere informazioni ad un passante, che magari ne sa quanto noi.
Cosa significa tutto questo? Che in realtà la nostra direzione di marcia dipendeva sempre da qualcuno che ce la indicava. La carta stradale, il navigatore, il passante. Qualcuno o qualcosa che ci diceva cosa fare, dove andare, mentre al volante della nostra vettura avevamo l’illusione di essere noi al comando. Tutto va bene se il tempo è clemente, se la visibilità è buona, se gli strumenti a nostra disposizione funzionano. La voce del navigatore satellitare era fredda, meccanica, ma rassicurante. Ha sempre avuto una risposta pronta. Fino ad oggi.
La citazione di Keynes, allora, altro non voleva dire che questo: le crisi violente, le rotture, non si superano semplicemente rispristinando, sic et sempliciter, la situazione precedente. Perchè? Perchè sono parte della situazione precedente. Le aspettative migliori, per noi stessi, riguarderanno sempre e comunque qualcosa di più o di diverso da ciò che si è perso.
Se cambia il mondo e il contesto in cui viviamo, specie di fronte a fratture traumatiche della continuità e della stabilità, non è difficile accettare l’idea del cambiamento, perchè naturale ed inevitabile. Ma si è molto meno disposti a subirlo in base alle prescrizioni di chi ha semplicemente il compito di uscire dall’emergenza, e vuole ripristinare la situazione precedente. Non sempre chi cura, ripara, corregge, è colui che ha il compito di costruire. Un medico può guarirci da una malattia, e magari facendolo ci restituisce la vita; ma non sarà lui a indicarci come spenderla.
Allora si rimettono in fila le priorità, si ridiscutono gli obiettivi, si ridiscute se stessi; si cercano nuovi obiettivi. Si scopre che i nostri valori, le cose vere, le cose solide, non erano perse, ma semplicemente accantonate. Che abbiamo utilizzato alcune nostre capacità perchè ci risultava più facile, o più utile, dimenticando che ne possediamo altre, più faticose da recuperare perchè più nascoste. Magari proprio quelle che ora ci servono.
La speranza è qualcosa di molto concreto. Se non poggia sulla realtà è solo un atto di fede. Si nutre del possibile, dell’esistente, non prevede solo un futuro, ma anche la strada da fare per arrivarci; il lavoro da intraprendere per far sì che il luogo desiderato sia lo stesso che abbiamo immaginato. La politica di molti anni fa ci aveva insegnato che non importa tanto il punto che si raggiunge, quanto la direzione verso cui ci si dirige. Affascinante, ma sbagliato. Perchè era ciò che l’ideologia suggeriva alla politica, esentando quest’ultima dal pragmatismo del realizzare, a vantaggio di chi indicava con un dito l’orizzonte dicendo: “Quella è la direzione!”. E regolarmente aggiungendo, sottovoce: “Seguitemi”.
Chi desidera cambaire, e rimettersi in marcia, ha bisogno di sapere che il luogo pensato come meta esiste, e può essere raggiunto. Deve misurare l’opportunità con le forze che ha dentro di sè, con gli ostacoli che incontrerà, con le alleanze di cui potrà disporre, o che saprà guadagnarsi.
Ma quando la politica non ha obiettivi, perchè non ha un progetto, resta sempre per ciascuno la possibilità di avere i propri obiettivi e il proprio progetto. E’ l’unica via d’uscita dalla paura.
Vincenzo
Pubblicato il: Ottobre 7th, 2008 under Varie.
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