Archivio del Ottobre 2nd, 2008
Ancora le guerre della memoria (non condivisa) su Resistenza e dintorni: Sergio Luzzatto contro chi scrive di Storia senza essere storico
“Giampaolopansismo” e “brunovespismo” sono due neologismi dalla natura polemica, ai quali potremmo aggiungere “indromontanellismo”, ”giorgiomielismo”, “arrigopetacchismo”, “antoniospinosismo”, e via dicendo, proseguendo la serie con chiunque abbia scritto di Storia in forma discorsiva e divulgativa, guadagnandosi così numerosi lettori. Tali definizioni sono tutte sinonimi di “dilettantismo”.
Nel suo recentissimo libro “Sangue d’Italia” (Ed.Manifestolibri) , una raccolta di articoli e interventi brevi dedicati principalmente al periodo più cruento della nostra storia recente, Luzzatto propone una “operazione di igiene culturale”: reagire contro la Storia contemporanea raccontata da giornalisti (soprattutto) o intellettuali non “del mestiere”, dalla quale discenderebbero versioni popolari, discorsive, accattivanti degli avvenimenti.
Luzzatto è uno storico e insegna Storia: ma nell’esprimere parziale dissenso dalla sua provocazione, mi asterrò dal ritenere le sue opinioni come effetto di una difesa corporativa, con la presunzione di andare un po’ più in profondità.
Credo che tutto, o quasi, sia cominciato quando le opere di Renzo De Felice sono state accolte con diffidenza, se non ostilità, da buona parte della cultura ufficiale. Il termine “revisionismo” , già proprio di un lessico utilizzato come un maglio nell’ortodossia marxista, è tornato ad essere speso in senso denigratorio: quasi come sinonimo di negazionismo, o di neofascismo. De Felice, lungi dall’essere depositario di una verità rivelata, aveva costruito la sua monumentale biografia di Mussolini considerando non solo l’ elemento di rottura rivoluzionaria e violenta del regime totalitario, rispetto al liberalismo parlamentare dell’Italia risorgimentale, ma anche l’evoluzione dello Stato in termini di continuità. In parole povere , quella per vent’anni era l’Italia, quello il potere, quella la politica; per cui il dittatore era anche un politico e un uomo di stato, perchè lo Stato italiano non era traslocato su un altro pianeta dal ‘22 al ‘43, era ancora lì, come la società civile sottostante che il regime aveva permeato, fino al disastro finale (in proposito, cito un recente studio di un giovane ricercatore, Giovanni M.Ceci, “Renzo De Felice storico della politica”, Rubbettino 2008) .
E’ noto come secondo De Felice, un approccio asettico e scientifico al fascismo era mancato, fino a quel momento, per cui si sarebbe imposta per decenni la c.d. “vulgata” della Sinistra, e le successive difese di chiusura assoluta contro le opere che trattavano eventi suscettibili di incrinare una visione mitica ed agiografica del fascismo e della Resistenza.
Immagino che una delle preoccupazioni di Luzzatto consista nel fatto che le opere divulgative rischino di alimentare la “controvulgata” (termine usato sia da Pavone che da Oliva, due eminenti storici di quel periodo), che si sta facendo strada come visione “buonista” e sottilmente “riabilitativa” del fascismo (ivi compresa la smitizzazione dell’antifascismo resistenziale, spogliato poco a poco della cristallina veste di eticità assoluta propria della prima “vulgata”).
Se l’indicazione di Luzzatto consiste nel ricordarci che la Storia devono scriverla gli storici, ci trova d’accordo. Ma se la conclusione è che si possa trattare e raccontare il passato solo sulla base di titoli e curricula accademici, lo siamo un po’ meno.
Credo sia opportuno, infatti, riflettere sul successo editoriale delle opere che parlano di Storia recente (ma non solo) , rispetto alle quali i lavori degli storici accreditati, sugli stessi argomenti, scompaiono al confronto. Caso emblematico è “Il sangue dei vinti”di Pansa, il quale ha proseguito sulle ali delle vendite da best-seller dedicando i lavori successivi proprio alle polemiche che quel libro ha suscitato. Un modo efficace, se ci paensiamo bene, di fidelizzare il lettore. Di Pansa si è detto che recupera la memorialistica senza passarla al vaglio; che non indaga sulle cause profonde di quegli eccidi; perfino che non cita le fonti con le classiche note a piè pagine, e con i riferimenti bibliografici propri della saggistica “seria”.
Tutte cose vere, ma non decisive in lavori che non nascevano con pretese stroiografiche. La polemica è stata ingigantita - a tutto vantaggio dell’Autore e del suo editore- proprio dall’avversione istintiva ai temi che Pansa trattava. Che sono apparsi come una sua “scoperta”, il che non è vero, perchè la “vera” storiografia se n’era già occupata (cito solo “La resa dei conti” di Gianni Oliva, che è del 1999.)
Il problema è un altro: se i libri c.d. “divulgativi” hanno successo nelle vendite, è perchè c’è una domanda di conoscenza molto diffusa. Nessun battage promozionale può essere decisivo, se le vendite assommano a centinaia di migliaia di copie. E siccome questi libri non colmano unl “vuoto storiografico”, perchè nella maggior parte dei casi tale vuoto non esiste, la domanda da porsi è la seguente: perchè gli storici non si fanno leggere ?
La risposta sbagliata sarebbe quella che rigetta la colpa sul pubblico, con ragionamenti simili al seguente: l’ingoranza è diffusa, quindi il lettore “abbocca” e si beve lo cose “poco serie”, invece dei testi scientificamente corretti. Oppure prendendosela con il “mercato editoriale”: ti fanno leggere qullo che vogliono, se chi scrive è famoso, o fa scoppiare il casino polemico, allora ben venga, vende di più.
Sono tutte risposte difensive, o autogiustificative: resta il fatto che c’è un interesse diffuso a conoscere gli eventi che ci hanno portato fino a qui, e c’è solo una categoria che riesce a soddisfarlo, quella degli aborriti “divulgatori”. Non sarebbe meglio, allora, chiedersi: di cosa scrivono gli storici? E come scrivono? Si parlano fra di loro, o sanno parlare a ciascuno di noi, scendendo dalla cattedra?
E siccome non tutti gli storici scrivono in modo astruso e incomprensibile , ma alcuni meritano di essere letti anche per il piacere di leggerli (penso agli studi di Pavone su Guerra Civile e moralità della Resistenza) , cosa viene fatto per trasmettere il messaggio positivo di un’opportunità in più, e forse migliore, presente sugli scaffali delle librerie?
Non sarà che da un pezzo anche noi abbiamo smesso di studiare, e siamo diventati ignoranti? Magari perchè siamo rimasti fermi ad una delle due opposte “vulgate”?
Pubblicato il: Ottobre 2nd, 2008 under Varie.
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