Archivio del mese di Ottobre, 2008
Mostra su Giulio Cesare al Chiostro del Bramante: Roma ricorda il più famoso dei Romani.
Sta per aprirsi al Chiostro del Bramante in Roma una mostra dedicata alla figura di Caio Giulio Cesare: “Giulio Cesare: l’uomo, le imprese, il mito” (24 ottobre - 3 maggio 2009). Si preannuncia come un evento di grande importanza storica, culturale ed archeologica.
Il “Corriere della sera” di oggi dedica due pagine all’appuntamento . C’è un’intervista al curatore Giovanni Gentili, che preannuncia i capolavori di arte antica e contemporanea, raccolti per l’occasione da tutto il mondo; un’intervista a Luca Canali, un noto latinista che nelle sue opere si è occupato più volte di Cesare e della sua epoca; ed un articolo dello storico e filologo Luciano Canfora - autore della migliore biografia recente di Cesare - che parla soprattutto della censura, decretata da Augusto, alle opere teatrali giovanili del suo Padre adottivo.
I mie lettori sanno che quest’anno sono usciti due miei libri dedicati a Cesare ed alla Roma tardorepubblicana: la ricostruzione della congiura del marzo 44 a.C: , “Le congiure parallele”, ed il romanzo biografico dedicato a Fulvia , “Nulla se non il corpo”. Possono quidi immaginare come, per il sottoscritto, la mostra su Cesare rappresenti un evento “imperdibile”.
Non mancherò di riferire ai lettori le mie impressioni ; non è escluso, per gli amici romani, o per coloro che vorranno passare un week-end nella Capitale, l’appuntamento di una visita che non chiamerei “guidata”- non è il mio mestiere - ma “accompagnata”, o “informata”.
Anche dal servizio apparso sul “Corriere” si evince come l’interesse per una figura così complessa si stia rivolgendo soprattutto al Cesare uomo. Non c’è più nulla da scoprire sulla figura del conquistatore, non molto su quella del Cesare uomo di Stato e navigato politico. L’aspetto più moderno di Cesare consiste, invece, proprio nella sua raffinatezza intellettuale, nella sua apertura al nuovo, nella capacità di valutare uomini, problemi e circostanze con un approccio analitico, scevro da pregiudizi. Le vere doti del leader.
Del resto, il periodo in cui visse presenta anch’esso caratteristiche straordinarie che lo avvicinano alla nostra sensibilità contemporanea. In particolare, la lotta per il potere presentava, all’epoca, aspetti che sembrano, distanza di duemila anni, anticipare molti temi che attualmente infiammano il dibattito politico, e che i “grandi” del tempo capivano e gestivano con una consapevolezza ed una abilità tali da far apparire i protagonisti di oggi come mal riusciti imitatori.
Se un “messaggio” di questo genere arriverà ai visitatori, sicuramente gli organizzatori della mostra avranno reso loro un grande servizio.
V.C.
Pubblicato il: Ottobre 22nd, 2008 under Varie.
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Spike Lee e le polemiche inutili: “Miracolo a Sant’Anna”, in fondo, è solo un film
Nelle nostre sale la prima scena del film si apre con un avvertimento per il pubblico italiano. Prima che la scena di apertura, quella del delitto a New York, compaia sullo schermo, una scritta avverte lo spettatore non solo che il film, tratto da un romanzo, è un’opera di fantasia, ma anche che - come accertato in sede storica e processuale - la reponsabilità dell’ eccidio di Sant’Anna di Stazzema è da ascriversi esclusivamente alle SS, che perpetrarono una strage di civili non giustificata da alcuna motivazione di carattere bellico.
L’impressione - salvo smentita - è che tale avvertenza sia stata inserita recentemente ad esclusivo beneficio del pubblico italiano. Le polemiche sulla pellicola di Spike Lee , infatti, sono comprensibili solo in casa nostra, e sicuramente erano impreviste sia dal regista che dalla produzione.
Il film di Lee è importante, ma non è bellissimo, nè riuscitissimo, anche se a tratti si vede la mano del maestro. La ciritica forse è stata fin troppo severa, perchè lo stile asciutto e “duro” del regista - qua e là attraversato da improvvismi lampi di retorica, o di surrealismo - presenta situazioni drammatiche in modo piuttosto anticonvenzionale rispetto a tanti film ambientati in tempo di guerra. La tensione etica ed emotiva, che indubbiamente esiste, può essere colta solo da chi abbia una particolare sensibilità a quegli avvenimenti, un livello di cultura storica e di informazione sufficiente, e una mente scevra da preconcetti. Non è un film per tutti, insomma; e inoltre, alcune incongruenze e lentezze nella narrazione non hanno contribuito nè alla cassetta, nè alla benevolenza dei critici.
Ciò premesso, “Miracolo a S.Anna” non è un film sulla strage di Sant’anna di Stazzema: è esenzialmente un film sulla partecipazione dei neri alla II Guerra Mondiale, e sul loro dissidio fra senso del dovere e consapevolezza della loro emarginazione anche all’interno dell’ esercito amricano. I protagonisti sono cinque militari della Divisione “Buffalo”, un reparto “tutto nero” di fanteria, ma comandato da bianchi, che effettivamente partecipò alle operazioni dall’estate del ‘44 ai primi mesi del ‘45. la loro zoba di impiego fu, nello stesso periodo, teatro di feroci repressioni antipartigiane condotte non solo dalle SS, ma anche da reparti della Wermacht e dalla milizia della RSI. Il vero protagonista, però, è il bambino, scampato all’eccidio di S.Anna è protetto prima da un soldato di colore, il “gigante di cioccolato”, poi da tutti i suoi commilitoni.
C’è solo una scena che riguarda effettivamente i fatti di S.Anna, ovvero quella dell’ epilogo, con l’uccisione delle donne, dei vecchi e dei bambini girata nel luogo dove essa effettivamente si verificò, ovvero davanti alla chiesa situata poco fuori il paese.
Il motivo delle polemiche è il seguente. Dalle dinamica del film, si evincerebbe che l’azione spietata delle SS fosse motivata dall’esistenza di reparti partigiani in zona, e in particolare dlla caccia ad uno dei loro capi. C’è inoltre la figura di un partigiano traditore, che è in combutta con i tedeschi e che esporrà un altro paese, non identiifcato (quindi frutto di fantasia) ad un ulteriore attacco delle SS, nela quale saranno coinvolti anche i cinque soldati neri della “Buffalo”.
Dal film inoltre emergerebbe - ma questo, in verità, è meno evidente nella narrazione - che l’atteggiamento della popolazione civile sarebbe stato diffidente nei confronti degli americani, ed anche nei confronti degli stessi partigiani. Inutile dire che ciò ha rivitalizzato le vecchie polemiche sul rapporto fra partigiani e popolazione, in presenza della minaccia di rappresaglie contro i civili.
Il film non è una ricostruzione storica; il bambino scampato alla strage ha un’ovvia funzione metaforica e sinbolica nei confronti dei soldati americani di colore, per loro difendere lui e i civili era diventa un modo di difendere se stessi e dare un senso alla partecipazione ad una guerra nella quale erano considerati, dagli alti comandi, poco più che “carne da cannone”.
Vale la pena ricordare , invece, ciò che emerge chiaramente dalla storiogorafia, ed è stato ulteriormente rafforzato dal processo contro alcuni SS superstiti, con la sentenza di condanna emanata qualche anno fa dal Tribunale militare di La Spezia.
Fra tutte le rappresaglie compiute dai nazisti, quella di Sant’Anna , oltre che la più cruenta, fu anche la meno giustificata da motivi di carattere militare, anche volendo annoverare fra questi ultimi le esigenze di “bonifica” delle retrovie. Mentre è ovvio che in tutta l’area appenninica, al di qua della Linea Gotica, c’erano numerose formazioni partigiane, ed operazioni condotte da partigiani, nella meta’ di agosto del 1944 intorno ai paesi dell’ Alta Versilia non c’era più significativa attività di guerriglia. Ciò è opportuno ricordarlo per aderenza alla realtà, non perchè la presenza di partigiani, aiutati o meno dalla popolazione civile, potesse in ogni caso giustificare l’uccisione di vecchi e bambini.
L’ultimo episodio di attacco compiuto da una formazione delle “Garibaldi” risaliva al 4 agosto (la strage è del 12 agosto) : erano stati fatti saltare due ponti che collegavano la Versilia alla Garfagnana. Nei giorni successivi la situazione si era normalizzata, e le formazioni partigiane avevano già lasciato la zona. Tanto è vero che quando le SS della 16ma Div. corazzata cominciarono a rislaire dal fondovalle, la popolazione si aspettava solo di essere sfollata, e cominciava a raccolgiere le masserizie. Ci possono essere dubbi,invece, sul fatto che una rappresaglia talmente cruenta fosse stata pianificata in anticipo. Infatti un tedesco fu ferito ad una spalla da un isolato colpo di arma da fuoco mentre il suo reparto transitava nella frazione di Vacareccia. Dal ferimento all’inizio della repressione, comunque, passarono trenta minuti, ed i primi a farne le spese furono gli abitanti di quel paesino, rinchiusi in un cascinale ed eliminati con il lancio di bombe a mano. Poi la furia delle SS coinvolse tutti i piccolissimi centri della zona, fino allo sterminio finale davanti alla chiesa di Sant-Anna. I morti totali sono stati stimati a lungo in 560. Alcuni studi recenti parlano di 390 vittime. Un classico episodio di spietata guerra ai civili, dalla quale non si poteva ottenere l’arresto o l’uccisione di un solo “bandito”. Nel film, la figura tormentata del capo partigiano - oggetto di una taglia da parte delle SS - e del traditore che lo uccide sono presumibilmente figure di fantasia, mentre è documentato il fatto che le squadre naziste furono guidate in quei luoghi da collaborazionisti italiani.
Situazioni in cui la popolazione civile manifestò sentimenti negativi nei confronti dei partigiani, durante tutta l’attività della guerra partigiana, sono altrettanto documentate, e in presenza della minaccia di rappresaglie sono anche pefettamente comprensibili. Riconoscerle non toglie nulla alla barbarie dimostrata contro i civili, negarle è da stupidi. Nel caso reale di Sant’Anna, tuttavia, non vi fu nulla che possa ragionevolmente ricondurre a qualcosa del genere.
Inoltre, la strage - nonostante la crudezza della scena madre del film - fu ancora più efferata di quanto non si veda sullo schermo. Con episodi di crudeltà e di sadismo che è raccapricciante perfino descrivere. Con l’occasione, invito a scrivermi i lettori interessati a documentarsi su quegli avvenimenti, sarò lieto di fornirgli indicazioni sulle fonti (sia di parte italiana che tedesca).
Non è comunque la strage in sè, come abbiamo visto, a rappresentare il “topic” del film. Così come le polemiche sull’antifascismo c’entrano davvero poco: nell’opera di Spike Lee i fascisti non compaiono neppure. Si può supporre che il traditore sia in realtà un fascista , ma pare mosso più che altro da una vendetta personale; e c’è un anziano del paese che ha la tessera del partito e la foto di Mussolini (finirà ammazzato anche lui dai tedeschi). Tutto qui. Per il resto una storia molto, molto americana, benchè quasi tutta ambientata in un Paese dell’Appenino. Definirlo film “revisionista”non è solo sbagliato, ma privo di senso. Così come è triste notare che c’è sempre chi si insinua in polemiche speciose per avanzare l’idea che le rappresaglie fossero colpa dei partigiani, e non dei nazisti che sparavano, e di coloro che li aiutavano. Di qui l’opportuno “disclaimer” posto all’inzio della proiezione.
Pubblicato il: Ottobre 13th, 2008 under Varie.
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La Borsa dei Valori
In questi giorni è difficile, per chi ha investito i propri risparmi, sottrarsi al quotidiano bollettino di guerra dei mercati finanziari. E’ un po’ come trovarsi nella fila dei parenti di soldati al fronte che, ogni giorno, andavano a leggere l’elenco dei caduti , e cominciavano dalla lettera più lontana dell’ordine alfabetico.
Ci sono altre quotazioni, però, che stanno cambiando. Oltre alla Borsa Valori di Piazza Affari, o di Wall Street, c’è quella dei Valori umani e civili . Che segna paurosi ribassi.
Le ” Solidarietà” non trovano più compratori. Tutti vendono. Era una “blue chip”, ora sta per diventare un titolo sospeso per eccesso di ribasso. Coloro che fino a pochi anni fa eravamo disposti ad aiutare, oggi sono una minaccia. Ci mettono in difficoltà, perchè la loro condizione sembra raffigurare un futuro peggiore . Hanno la pelle di colore diverso, non hanno il permesso di soggiorno; rappresentano più del 50% dei detenuti delle nostre carceri. Rubano le cose, rubano il lavoro. Se l’economia ci farà diventare ancora più poveri, diventeremo come loro? Meglio non averli davanti agli occhi.
“Onestà” è un titolo contrastato, un caso particolare . Le azioni “Onestà Ordinarie” sono sempre nel nostro portafoglio, e reggono bene. Chi le ha sempre emesse, in realtà, è una public company di cui siamo noi stessi azionisti, come i nostri padri, e i nostri figli. Ci crediamo ancora, dobbiamo crederci. Ma le “Onestà Privilegiate”, invece, perdono ogni giorno. Esse infatti poggiano anche sull’essere onesti degli altri. Sull’etica quale comune sentire. Circolano facilmente dove c’è la cultura delle regole, della legalità. Oggi hanno perso molto del loro appeal fra i risparmiatori, perchè gli investitori istituzionali le sconsigliano.
Sono in lieve ma continua caduta le azioni “Democrazia”. La corporate emittente è sempre solida, ma sta perdendo alcune quote di mercato nelle consociate “Tolleranza”, “Informazione”, “Antifascismo”. Non ha concorrenti ufficiali che competano, sfacciatamente, con il marchio “Intolleranza”, “Censura”, “Fascismo”, perchè si presenterebbero con un prodotto invendibile. Sta crescendo, però, un mercato nero di prodotti taroccati e fuori norma, pericolosi per la salute, che vengono fatti chissà dove, e imitano i marchi originari, quelli positivi, ma in realtà snaturano il marchio originale. Il consumatore vede che costano poco, e li compra. La “corporate” comincia a risentirne.
Le azioni “Cultura” , invece, vanno male, sono sempre più svalutate. I pochi detentori superstiti rimpiangono di averle mantenute pervicacemente nel portafoglio nonostante le perdite, anche se non hanno ancora il coraggio di liberarsene. Il che è una fortuna, ed evita il crollo, perchè se anche loro cedessero al “panic selling”, della “Cultura” non rimarrebbe più nulla.
Che fare?
C’è una legge di mercato che poggia su due virtù fondamentali: il coraggio e la lungimiranza. Ma anche sulla logica stessa della finanza. Si dice, infatti, che quando si verificano ribassi generalizzati, e i prezzi sono al minimo, quello è il momento di comprare. Magari domani ci sarà un ulteriore ribasso, ma se teniamo duro e abbiamo fiducia l’investimento sarà premiato, perchè altri ci imiteranno, i valori risaliranno, e noi avremo guadagnato.
Quindi, il mio consiglio è il seguente: comprate, ricomprate quelle azioni, che oggi valgono poco. Saremo tutti più ricchi.
V.
Pubblicato il: Ottobre 8th, 2008 under Varie.
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Crisi dei mercati, paura, speranze: l’importanza di avere un progetto.
In una intervista al “Corriere della Sera” di oggi, un banchiere cattolico, Roberto Mazzotta, ha citato un passo di J.M. Keynes: ” Il problema economico non è, se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana. Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi ed autentici della religione e delle virtù tradizionali”.
Una intervista in tempi di crisi finanziaria fa così riscoprire quale fosse l’approccio di un grande economista, che segnò un’epoca, di fronte alla grande crisi originata dal crollo di Wall Street nel 1929. Un messaggio fortemente laico ed universale, ancorchè riferito alla dimensione religosa: il significato è che nelle fasi di dosorientamento e di preoccupazione per le proprie condizioni materiali di vita, le persone vogliono comunque guardare al futuro, e lo fanno in nome della loro umanità e della loro eticità. Non si aspettano, quindi, che ai sette anni di vacche magre ne seguano sette di vacche grasse. Desiderano che siano i valori “solidi ed autentici” a caratterizzare l’avvenire. In ciò riseide la loro maggiore speranza.
Mentre nei prossimi mesi le banche centrali e i responsabili dell’economia, perchè costretti dall’emergenza, lavoreranno per disboscare la giungla della finanza dalle bande di speculatori professionali che hanno impunemente imperversato, razziando e saccheggiando, la gente comune riceverà messaggi tendenti a tranquillizzarla: tenete duro, abbiate fiducia, alle vacche magre seguiranno le vacche grasse. Come sempre.
Ci si chiede se sia questa la risposta attesa. Prevenire il panico è cosa buona giusta, perchè è ingiustificato, e fa danno; ma una cosa è il panico, che esplode nelle circostanze critiche ed emergenziali, cosa diversa è la paura diffusa e quotidiana, che poggia su un’insicurezza di fondo, sedimentata negli anni . Chi pronuncerà sagge parole di ottimismo, forse, ha fatto la sua parte per alimentare paura e insicurezza: paura del terrorismo, paura della delinquenza, paura dello straniero , paura dell’immondizia, paura del diverso. Paura e basta.
Si discuterà molto sul sistema delle regole; sugli spazi eccessivi concessi all’avidità di chi non investe, non produce, non crea lavoro, ma è abituato a realizzare guadagni enormi in pochi minuti, cavalcando come un surfista le oscillazioni dei listini, e coalizzandosi con altri come lui per condizionarle a proprio vantaggio. Generali di ventura che misurano la vittoria con il numero dei morti sul campo, non importa di quale esercito o di quale popolazione, perchè il sangue versato, in realtà, riversa oro nelle loro tasche. A scapito della gente comune, e dei più deboli. Ma anche degli imprenditori che investono, che producono, che creano, che organizzano,che hanno un progetto, o addirittura un sogno. E rischiano ciò che è loro, non di altri.
Come guardare al futuro, allora? Dov’è la bussola ?
Si ha la percezione di essere un’epoca di cambiamenti profondi. In realtà tutte le epoche sono di cambiamento e di transizione, c’è sempre un passato, un presente e un futuro. La percezione di oggi è tale perchè il navigatore della nostra vettura si è inceppato, mentre una nebbia improvvisa si è addensata sulla strada; siamo costretti a rallentare, a fermarci. A chiedere informazioni ad un passante, che magari ne sa quanto noi.
Cosa significa tutto questo? Che in realtà la nostra direzione di marcia dipendeva sempre da qualcuno che ce la indicava. La carta stradale, il navigatore, il passante. Qualcuno o qualcosa che ci diceva cosa fare, dove andare, mentre al volante della nostra vettura avevamo l’illusione di essere noi al comando. Tutto va bene se il tempo è clemente, se la visibilità è buona, se gli strumenti a nostra disposizione funzionano. La voce del navigatore satellitare era fredda, meccanica, ma rassicurante. Ha sempre avuto una risposta pronta. Fino ad oggi.
La citazione di Keynes, allora, altro non voleva dire che questo: le crisi violente, le rotture, non si superano semplicemente rispristinando, sic et sempliciter, la situazione precedente. Perchè? Perchè sono parte della situazione precedente. Le aspettative migliori, per noi stessi, riguarderanno sempre e comunque qualcosa di più o di diverso da ciò che si è perso.
Se cambia il mondo e il contesto in cui viviamo, specie di fronte a fratture traumatiche della continuità e della stabilità, non è difficile accettare l’idea del cambiamento, perchè naturale ed inevitabile. Ma si è molto meno disposti a subirlo in base alle prescrizioni di chi ha semplicemente il compito di uscire dall’emergenza, e vuole ripristinare la situazione precedente. Non sempre chi cura, ripara, corregge, è colui che ha il compito di costruire. Un medico può guarirci da una malattia, e magari facendolo ci restituisce la vita; ma non sarà lui a indicarci come spenderla.
Allora si rimettono in fila le priorità, si ridiscutono gli obiettivi, si ridiscute se stessi; si cercano nuovi obiettivi. Si scopre che i nostri valori, le cose vere, le cose solide, non erano perse, ma semplicemente accantonate. Che abbiamo utilizzato alcune nostre capacità perchè ci risultava più facile, o più utile, dimenticando che ne possediamo altre, più faticose da recuperare perchè più nascoste. Magari proprio quelle che ora ci servono.
La speranza è qualcosa di molto concreto. Se non poggia sulla realtà è solo un atto di fede. Si nutre del possibile, dell’esistente, non prevede solo un futuro, ma anche la strada da fare per arrivarci; il lavoro da intraprendere per far sì che il luogo desiderato sia lo stesso che abbiamo immaginato. La politica di molti anni fa ci aveva insegnato che non importa tanto il punto che si raggiunge, quanto la direzione verso cui ci si dirige. Affascinante, ma sbagliato. Perchè era ciò che l’ideologia suggeriva alla politica, esentando quest’ultima dal pragmatismo del realizzare, a vantaggio di chi indicava con un dito l’orizzonte dicendo: “Quella è la direzione!”. E regolarmente aggiungendo, sottovoce: “Seguitemi”.
Chi desidera cambaire, e rimettersi in marcia, ha bisogno di sapere che il luogo pensato come meta esiste, e può essere raggiunto. Deve misurare l’opportunità con le forze che ha dentro di sè, con gli ostacoli che incontrerà, con le alleanze di cui potrà disporre, o che saprà guadagnarsi.
Ma quando la politica non ha obiettivi, perchè non ha un progetto, resta sempre per ciascuno la possibilità di avere i propri obiettivi e il proprio progetto. E’ l’unica via d’uscita dalla paura.
Vincenzo
Pubblicato il: Ottobre 7th, 2008 under Varie.
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Ancora le guerre della memoria (non condivisa) su Resistenza e dintorni: Sergio Luzzatto contro chi scrive di Storia senza essere storico
“Giampaolopansismo” e “brunovespismo” sono due neologismi dalla natura polemica, ai quali potremmo aggiungere “indromontanellismo”, ”giorgiomielismo”, “arrigopetacchismo”, “antoniospinosismo”, e via dicendo, proseguendo la serie con chiunque abbia scritto di Storia in forma discorsiva e divulgativa, guadagnandosi così numerosi lettori. Tali definizioni sono tutte sinonimi di “dilettantismo”.
Nel suo recentissimo libro “Sangue d’Italia” (Ed.Manifestolibri) , una raccolta di articoli e interventi brevi dedicati principalmente al periodo più cruento della nostra storia recente, Luzzatto propone una “operazione di igiene culturale”: reagire contro la Storia contemporanea raccontata da giornalisti (soprattutto) o intellettuali non “del mestiere”, dalla quale discenderebbero versioni popolari, discorsive, accattivanti degli avvenimenti.
Luzzatto è uno storico e insegna Storia: ma nell’esprimere parziale dissenso dalla sua provocazione, mi asterrò dal ritenere le sue opinioni come effetto di una difesa corporativa, con la presunzione di andare un po’ più in profondità.
Credo che tutto, o quasi, sia cominciato quando le opere di Renzo De Felice sono state accolte con diffidenza, se non ostilità, da buona parte della cultura ufficiale. Il termine “revisionismo” , già proprio di un lessico utilizzato come un maglio nell’ortodossia marxista, è tornato ad essere speso in senso denigratorio: quasi come sinonimo di negazionismo, o di neofascismo. De Felice, lungi dall’essere depositario di una verità rivelata, aveva costruito la sua monumentale biografia di Mussolini considerando non solo l’ elemento di rottura rivoluzionaria e violenta del regime totalitario, rispetto al liberalismo parlamentare dell’Italia risorgimentale, ma anche l’evoluzione dello Stato in termini di continuità. In parole povere , quella per vent’anni era l’Italia, quello il potere, quella la politica; per cui il dittatore era anche un politico e un uomo di stato, perchè lo Stato italiano non era traslocato su un altro pianeta dal ‘22 al ‘43, era ancora lì, come la società civile sottostante che il regime aveva permeato, fino al disastro finale (in proposito, cito un recente studio di un giovane ricercatore, Giovanni M.Ceci, “Renzo De Felice storico della politica”, Rubbettino 2008) .
E’ noto come secondo De Felice, un approccio asettico e scientifico al fascismo era mancato, fino a quel momento, per cui si sarebbe imposta per decenni la c.d. “vulgata” della Sinistra, e le successive difese di chiusura assoluta contro le opere che trattavano eventi suscettibili di incrinare una visione mitica ed agiografica del fascismo e della Resistenza.
Immagino che una delle preoccupazioni di Luzzatto consista nel fatto che le opere divulgative rischino di alimentare la “controvulgata” (termine usato sia da Pavone che da Oliva, due eminenti storici di quel periodo), che si sta facendo strada come visione “buonista” e sottilmente “riabilitativa” del fascismo (ivi compresa la smitizzazione dell’antifascismo resistenziale, spogliato poco a poco della cristallina veste di eticità assoluta propria della prima “vulgata”).
Se l’indicazione di Luzzatto consiste nel ricordarci che la Storia devono scriverla gli storici, ci trova d’accordo. Ma se la conclusione è che si possa trattare e raccontare il passato solo sulla base di titoli e curricula accademici, lo siamo un po’ meno.
Credo sia opportuno, infatti, riflettere sul successo editoriale delle opere che parlano di Storia recente (ma non solo) , rispetto alle quali i lavori degli storici accreditati, sugli stessi argomenti, scompaiono al confronto. Caso emblematico è “Il sangue dei vinti”di Pansa, il quale ha proseguito sulle ali delle vendite da best-seller dedicando i lavori successivi proprio alle polemiche che quel libro ha suscitato. Un modo efficace, se ci paensiamo bene, di fidelizzare il lettore. Di Pansa si è detto che recupera la memorialistica senza passarla al vaglio; che non indaga sulle cause profonde di quegli eccidi; perfino che non cita le fonti con le classiche note a piè pagine, e con i riferimenti bibliografici propri della saggistica “seria”.
Tutte cose vere, ma non decisive in lavori che non nascevano con pretese stroiografiche. La polemica è stata ingigantita - a tutto vantaggio dell’Autore e del suo editore- proprio dall’avversione istintiva ai temi che Pansa trattava. Che sono apparsi come una sua “scoperta”, il che non è vero, perchè la “vera” storiografia se n’era già occupata (cito solo “La resa dei conti” di Gianni Oliva, che è del 1999.)
Il problema è un altro: se i libri c.d. “divulgativi” hanno successo nelle vendite, è perchè c’è una domanda di conoscenza molto diffusa. Nessun battage promozionale può essere decisivo, se le vendite assommano a centinaia di migliaia di copie. E siccome questi libri non colmano unl “vuoto storiografico”, perchè nella maggior parte dei casi tale vuoto non esiste, la domanda da porsi è la seguente: perchè gli storici non si fanno leggere ?
La risposta sbagliata sarebbe quella che rigetta la colpa sul pubblico, con ragionamenti simili al seguente: l’ingoranza è diffusa, quindi il lettore “abbocca” e si beve lo cose “poco serie”, invece dei testi scientificamente corretti. Oppure prendendosela con il “mercato editoriale”: ti fanno leggere qullo che vogliono, se chi scrive è famoso, o fa scoppiare il casino polemico, allora ben venga, vende di più.
Sono tutte risposte difensive, o autogiustificative: resta il fatto che c’è un interesse diffuso a conoscere gli eventi che ci hanno portato fino a qui, e c’è solo una categoria che riesce a soddisfarlo, quella degli aborriti “divulgatori”. Non sarebbe meglio, allora, chiedersi: di cosa scrivono gli storici? E come scrivono? Si parlano fra di loro, o sanno parlare a ciascuno di noi, scendendo dalla cattedra?
E siccome non tutti gli storici scrivono in modo astruso e incomprensibile , ma alcuni meritano di essere letti anche per il piacere di leggerli (penso agli studi di Pavone su Guerra Civile e moralità della Resistenza) , cosa viene fatto per trasmettere il messaggio positivo di un’opportunità in più, e forse migliore, presente sugli scaffali delle librerie?
Non sarà che da un pezzo anche noi abbiamo smesso di studiare, e siamo diventati ignoranti? Magari perchè siamo rimasti fermi ad una delle due opposte “vulgate”?
Pubblicato il: Ottobre 2nd, 2008 under Varie.
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