Archivio del Settembre 12th, 2008
A Roma si parla di Fulvia
Il mio ultimo romanzo, “Nulla se non il corpo - Fulvia, una donna di potere nell’età di Cesare”, sarà oggetto di un incontro di presentazione a Roma, venerdi 19 settembre 2008, alle ore 18. L’incontro avrà luogo presso la Sede dell’Associazione Civita , in Piazza Venezia 11. Del libro parleranno la Dr.ssa Simonetta Matone, Capo di Gabinetto del Ministero per le Pari Opportunità, e la Prof. Anna Maria Giannini, docente universitaria di Psicologia ed autrice di lavori sulla psicologia dell’arte e delle forme espressive.
Naturalmente, ci sarò anch’io .
Chi fosse interessato a partecipare può contattami attraverso questo sito.
Vincenzo
Pubblicato il: Settembre 12th, 2008 under presentazione libri.
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Revisionisti storici, revisionisti d’accatto: il “male assoluto” è l’ignoranza.
L’illusione della “memoria condivisa”tramonta inesorabilmente, frammentandosi nelle piccole memorie distorte che ci riconsegnano gli spezzoni di un passato non risolto. Solo “un po’ di calcinaccio”, dopo le ultime picconate? Ci piacerebbe pensarlo, ma non è così.
Dopo l’ultima esternazione di Gianni Alemanno, sindaco di Roma, cominciamo ad accorgerci che l’edificio etico-culturale che custodiva l’essenza della Repubblica scricchiola paurosamente, mentre già sono pronte le ruspe per completare il lavoro. I nuovi architetti sono pronti a trasfromare il “Ground Zero” della legalità repubblicana in qualcosa di nuovo. Laddove “nuovo” può significare anche “vecchio”. E non promette nulla di buono.
Nuova non è certamente la posizione espressa da Alemanno: il fascismo non fu male assoluto, perchè fu un fenomeno complesso, non liquidabile in una formula. Male assoluto - ha detto - furono certamente le leggi razziali, con cui si volle imitare il percorso della Germania nazionalsocialista.
Mettiamoci nei panni di chi, come buona parte dei giovani, abbia solo una cognizione superficiale di quelle tragedie: sembra una posizione dettata dal buon senso, moderata, perfino ovvia, condivisibile dai più. Eppure, non è così: è un’affermazione non solo sbagliata, ma anche tendente alla legittimazione della falsità.E non una frase buttata lì, senza dar troppo peso alle parole: riflette invece concetti che da molto tempo hanno inizato a serpeggiare nella società, e adesso riemergono quando molte dighe sono state già superate, in un tragico Vajont politico che rischia di essere inarrestabile. Ci sono quindi due riflessioni da fare. La prima riguarda la falsità, la seconda il danno provocato dalle difese sbagliate, spesso superiore a quello degli attacchi subiti.
Si definisce “revisionismo” qualsiasi tendenza politico-culturale che metta in discussione convinzioni comunemente condivise all’interno di un ambito ideologico definito e maggioritario. In campo storico, il termine è stato utilizzato principalmente - seppure non esclusivamente - per indicare gli studi di coloro che hanno trattato fenomeni, come il fascismo, in modo non esclusivamente inquisitivo. Il termine “revisionismo”, quindi, viene spesso utilizzato in modo non neutrale: da definizione diventa accusa.
In Italia ciò era avvenuto, ad esempio, in concomitanza con l’uscita delle opere storiche di Renzo De Felice. Ma è avvenuto anche in Germania , con i libri di Ernst Nolte, un flilosofo della Storia discepolo di Martin Heidegger. Ciò che interessa sottolineare è come i contenuti della loro opere, lette da pochissimi, ricompaiono nelle opinioni - ovviamente meno strutturate - di molti. Uno dei punti di forza del “revisionismo” è la sua capacità di penetrare per canali apparentemente inspiegabili, perchè invisibili. Il primo a rendersene conto fu lo stesso Nolte, che applicò all’ascesa del nazismo una categoria apparentemente estranea alla filosofia ed alla storiografia: quella emozionale delle percezioni collettive. Ed equiparando nazismo e stalinismo, arrivò a sostenere che i lager erano la riproduzione dei gulag sovietici. Ponendosi , fra i primi, il problema del “male assoluto”, disse inoltre che neppure Hitler era “male assoluto”, poichè perfino l’Olocausto aveva qualcosa con cui relativizzarsi: un modello.
Premesso che un autore del genere non può essere banalizzato, nè sintetizzato, va precisato che Nolte, nonostante le inquietanti apparenze, non è classificabile come negazionista, nè liquidabile come personaggio che intenda surretiziamente ricavare dal nazismo dei “valori”o “modelli” per riproporli nel mondo attuale (per quanto il suo ultimo lavoro, “Controversie”, abbia alimentato qualche dubbio in proposito). Il suo è un tentativo molto “tedesco” di spiegare in termini filosofici le distruzioni e i crimini orrendi della II GM in chiave di “guerra civile europea”, ovvero una situazione dominata dallo scontro epocale da due opposti totalitarismi che però avevano in comune il metodo della distruzione del nemico, interno o esterno che fosse.
Attraverso quegli oscuri sentieri che trasformano le elaborazioni intellettuali in parole d’ordine d’uso corrente, volgarizzandole , gli stessi temi prospettati da Nolte sono rientrati nel comune repertorio lessicale dell’anticomunismo. Quando Berlusconi cita, come spesso ha fatto, un libro che parla di 100 milioni di morti prodotti dal comunismo, sfrutta semplicemente banali sottoprodotti “storiografici”, accessibili alla portata intellettuale sua e di molti altri, per riproporre qualcosa di diverso dal revisionismo, ovvero un’operazione ideologica e propagandistica : la svalorizzazione dell’antifascismo, in quanto inquinato dalla cutura marxista che avrebbe prodotto, nel XX secolo, un “mostro” altrettanto orribile del nazismo e del fascismo. Perfino più efficace nel produrre morti.
Qialcosa di simile è avvenuto in Italia con De Felice, il quale sosteneva che la visione del fascismo e della Resistenza era sclerotizzata in una prigione agiografica e mitologica di cui era custode la cultura di Sinistra, la quale, per assenza di interlocutori, era diventata - di fatto - egemone. Essendosi quindi stabilito nel dopoguerra il binomio Resistenza - Costituzione, qualsiasi interpretazione che andasse al di fuori del modello “ufficiale” veniva respinta come attentato alla democrazia. De Felice definiva ”vulgata”, per l’appunto, l’immagine del fascismo e della Resistenza proposta dalla cultura da lui ritenuta dominante, e recepita passivamente dall’opinione pubblica. Con questo indicava un processo secondo il quale alcune verità, o parole d’ordine, si diffondono attraverso la semplificazione mediatica o ideologica, e si sedimentano nel sentire comune. Un processo, quindi, che non può essere inteso a senso unico, applicabile da chiunque a qualsiasi cosa, a destra come sinistra. Ma nel linguaggio della Destra la “vulgata” diventava il termine utilzzato per definire una cultura pronta a negare la verità di fatti che potrebbero incrinarne il mito (come , ad esempio, le foibe, o gli eccidi del dopoguerra nel “triangolo rosso”).
Ovvio che un approccio di questo genere si presta a manipolazioni altrettanto subdole di quelle attribuite ai conservatori, quelli che Pansa ha polemicamente definito i “gendarmi della memoria”. E dopo decenni di attacchi alla “vulgata”, ecco l’immagine del fascismo che ci viene offerta da Alemanno: fu un fenomeno “complesso”…e come non poteva esserlo, avendo costruito un regime ventennale? Non fu “male assoluto”… e qui il primo inganno, perchè “assoluto” può assumere un significato etico, ma può anche essere sinonimo di “totale”, ergo il fascismo conteneva elementi di “bene” oltre a quelli classificabili come “male”. Mentre invece “male assoluto” erano le leggi razziali, che - concede Alemanno - fu sbagliato introdurre, ma che erano una imitazione della politica antisemita di Hitler. Quindi Hitler era “assolutamente” cattivo, ma il fascismo no , almeno fino a quando non ha legato il suo destino a quello della Germania.
Quest’ultima non è una tesi ”revisionista”, è un semplice falso, dal contenuto assolutorio e riabilitativo. Basterebbe guardare alle vicende dell’elaborazione delle leggi razziali, e del “Manifesto della razza”, per capire quanto il fascismo nostrano ci abbia messo di suo, senza essere eterodiretto . E basterebbe ripercorrere la legislazione della Repubblica Sociale, per verificare come la considerazione degli ebrei come “popolo nemico” _ con tutte le ovvie conseguenze in tempo di guerra - fosse stata formalmente recepita. Con la relativa ratifica dell’antisemitismo non come acquisizione”incidentale” del fascismo, ma come elemento fondante. Si può discutere e, in parte, convenire sul fatto che, nell’arco del ventennio, non fu la politica razziale a caratterizzare il regime; ma non si può , onestamente, ritenerla un incidente di percorso nel quale sfortunatamente esso sarebbe incorso sotto la malefica influenza di Hitler.
Se il Sindaco di una capitale europea può permettersi di affermare certe cose - il che mi riempie, personalmente, di indignazione - è perchè , purtroppo , sono già in molti a recepirle come verità ovvia, o almeno accettabile. E qui veniamo alle difese sbagliate. Non è colpa di Alemanno, se la sua (subdola) disinvoltura storica trova terreno fertile in una diffusa ignoranza.
Nel commentare quelle dichiarazioni, un leader politico di Sinistra ha - purtroppo - detto la cosa sbagliata. Piero Fassino, infatti, ha dichiarato in TV : “I libri di storia si scrivono una volta sola”. Tragico autogol : è’ esattamente su questo atteggiamento difensivo che poggia l’efficacia propagandistica del revisionismo d’accatto. I libri di Storia si riscrivono sempre. Lo stesso errore è stato fatto con i libri di Giampaolo Pansa, a partire dal “Sangue dei vinti”, regalandogli una grande fortuna editoriale grazie ai continui attacchi di chi sosteneva che ricordare gli eccidi nel “triangolo rosso”significava minare le basi dell’antifascismo. Oppure criticandolo perchè la sua è memorialistica, non Storia( affermazione giusta, ma irrilevante). Il problema di fondo è più semplice: le cose raccontate da Pansa sono vere. Non c’è nulla di più rivoluzionario che accettare la verità. Così, Pansa è apparso come colui che da un giorno all’altro avrebbe riscoperto verità nascoste, faziosamente attaccato da irriducibili conservatori. Il che è falso, Pansa non ha scoperto nulla: basterebbe citare il libro “La resa dei conti”, di Gianni Oliva - non a caso, uno storico che fa politica nel PD - uscito nel ‘99, prima del best - seller di Pansa, in cui quella “verità” è compiutamente raccontata e spiegata.
Allora, aveva ragione De Felice (accusato, a suo tempo, di essere “fascista”) ad indicare l’immobilità di una visione “ufficiale” della storia recente?
Non è questa la domanda che più mi appassiona. Io ritengo che quel “primato” culturale si sia effettivamente logorato con il tempo, quasi mummificato, e ci ha fatto perdere la capacità di trasmettere valori attraverso la memoria. Siamo arretrati, ora rischiamo di difendere la trincea sbagliata. Ci sono, invece, mille motivi per considerare quei valori molto più attuali di quanto non lo fossero a guerra finita, quando si afermavano da sé, perchè la distinzione fra vincitori e vinti era netta e inequivocabile. La violenza, l’egoismo, la prepotenza, l’intolleranza, il razzismo strisciante eppure negato, l’emarginazione dei più deboli, il decisionismo ad uso mediatico. Tutto questo era nel fascismo, ed ora riemerge lentamente e tragicamente nella società, perchè le difese della memoria si sono allentate. Non è abbastanza?
Ci siamo seduti dulla Costituzione. E abbiamo sbagliato. Perchè la Costituzione si porta sulle spalle, si vive, si insegna, si ridiscute. Si soffre. Il filo della memoria non si ricompone da sè, va ritessuto continuamente, senza paura. Mentre laddove esiste solo il presente, la forza dei valori si annulla, e si accresce quella di chi valori, in fondo, non ne ha.
V.C.
Pubblicato il: Settembre 12th, 2008 under Varie.
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