Archivio del Settembre 1st, 2008
Le molte verità sull ‘eccidio di Cefalonia
Alcuni lettori, a seguito del breve post su Cefalonia da me inserito giorni fa, mi hanno “rimproverato” per non aver espresso le mie opinioni sul dibattito storico-ideologico riaccesosi, negli ultimi anni, sull’eccidio compiuto dalla Wehrmacht nel settembre 1943. Si tratta di amici che hanno letto il mio primo romanzo, nel quale si ricorda - con diversa ambientazione, ed in contesti diversi - la tragedia dell’ 8 settembre.
Va premesso che le opinioni, non suffragate dai fatti, contano poco (ammesso che le mie contino comunque qualcosa). Per rispondere, dovrei ripercorrere analiticamente quelle vicende e citare studi , testimonianze, atti processuali italiani e tedeschi; il fatto che il sottoscritto, per personale interesse, si sia documentato, non lo autorizza a intervenire con la pretesa di fornire una sua verità.
Per non sottrarmi alla sollecitazione, credo sia più utile limitarmi a riassumere, col maggiore distacco possibile, i termini principali delle controversia così come si è delineata a partire dalla commemorazione fatta da Carlo Azeglio Ciampi nel 2001 a Cefalonia, nella quale l’allora Presidente indicò nel sacrificio della Divisione Acqui il primo atto della Resistenza contro il nazismo. Affermazione che al di là della inestattezza meramente “cronologica”, che poco conta , da un lato ricomprendeva le Forze Armate, o almeno una parte di esse, in un filone - quello resistenziale - che più spesso le escludeva; dall’altro, indirettamente, sembrava avallare una tesi per molto tempo presente nella storiografia e nel sentire comune, ovvero che la maggior parte dei militari della “Acqui” accettò consapevolmente di combattere contro i tedeschi, e si pronunciò affinchè questa fosse la decisione finale del generale Gandin, comandante della Divisione.
I punti su cui si è concentrata la controversia sono essenzialmente tre. Sono questioni complesse, che è meglio citare quasi per “titoli”, piuttosto che tentare spiegazioni, con il rischio di disinformare per superficialità.
Il primo punto controverso riguarda le reali motivazioni, le modalità e i tempi di quella decisione (peraltro corrispondente ad ordini ricevuti dal Comando di Brindisi, che rispondeva al Governo Badoglio, in contraddizione con quelli precedentemente ricevuti dal Comando di Atene, controllato dalle autorità germaniche). In particolare, viene messo in dubbio che il generale Gandin, impegnato in una difficile trattativa con i tedeschi, abbia realmente promosso un “referendum” fra le truppe, come per lungo tempo si è “pacificamente” ritenuto. A questo punto, i giudizi su Gandin - anch’egli fucilato - si dividono im modo radicale. Chi ne difende l’operato punta l’attenzione sulla oggettiva insostenibilità della sua posizione militare e psicologica, ritenendo che alla fine il Generale abbia dovuto obbedire agli ordini superiori, pur consapevole che le forze tedesche già presenti sull’Isola avrebbero ricevuto appoggio aereo e rinforzi tali da soverchiare la difese (come in effetti avvenne, stante l’impossibilità a ricevere sua volta aiuti, e lo scarso interesse strategico degli Alleati, impegnati a Salerno, ad alimentare la difesa di Cefalonia) . Per converso, c’è sempre stato chi ha rilevato nel ccomportamento del Generale elementi di indecisione, se non di ambiguità, evidenziando come il protrarsi della trattativa, e la riluttanza procedere tempestivamente al disarmo della guarnigione germanica, abbia consentito al comando tedesco di preparare con tutta calma l’invasione dell’Isola, facendo perdere agli Italiani il vantaggio numerico iniziale, alimentando inoltre la diffidenza da parte dell’ex-alleato, già “avvelenato” dall’armistizio recentemente firmato a Cassibile. La versione più estrema di questa impostazione è rappresentata dal libro di Paolo Paoletti uscito nel 2007 (”Cefalonia 1943, una verità inimmaginabile”) nella quale la figura del Generale è , in pratica, quella di un “traditore”. Analizzando fatti e documenti Paoletti giunge alla conclusione che tutto il comportamento del Generale , comprese le sue decisioni tattiche (come la cessione volontaria del valico di Kardakata) , rispecchiava la volontà di collaborare con i tedeschi e di schierare la Divisione al loro fianco, per poi rassegnarsi alla volontà di molti Ufficiali, e di molti soldati, di combatterli. Obbligato a resistere, il Generale avrebbe giustificato il voltafaccia ai tedeschi - con cui pareva già aver raggiunto un accordo - comunicando loro per iscritto di aver perso il controllo disciplinare della Divisione. In tal modo, avrebbe fornito al nemico un ulteriore pretesto per eseguire rappresaglie in massa contro i “traditorii” italiani.
Il secondo argomento di contrasto è rappresentato dalle azioni degli Ufficiali italiani che fin dal 9 settembre fecero pressioni su Gandin, prima affinchè si disarmassero i tedeschi presenti sull’Isola, poi perchè ci si difendesse con le armi. Viene spesso citato, in proposito, l’affondamento di alcuni mezzi da sbarco tedeschi , nonostante gli ordini contrari di Gandin, ad opera di alcune batterie di artiglieri; e la cessione di armi ai partigiani greci operanti a Cefalonia. Il giudizio nei confronti di costoro, com’è intuibile, varia di molto in relazione al valore politico e resistenziale che si attribuisce al loro comportamento. E richiama nuovamente la discussione sull’attendibilità famoso “referendum”, o altra forma di consultazione “di base” promossa da Gandin che - se confermata - rafforzerebbe la legittimità del loro comportamento. L’arco dei giudizi - nei quali è sempre difficile soppesare il contenuto ideologico - oscilla paurosamente. Si parte dal riconoscimento del coraggio e del senso patriottico di chi individuò subito il vero nemico, riconoscendo legittimità al Governo che aveva firmato l’armistizio e liquidato il Regime, e riteneva quindi doveroso reagire alle intimazioni tedeschi, sconfessando le esitazioni del comandante sul campo. Si passa poi a chi ritiene valorosi ma irresponsabili coloro che, di fatto, avrebbero inutilmente esposto i commilitoni ad una inevitabile rappresaglia. Si conclude con chi ritene che tali Ufficiali, agendo in quanto politicizzati e antifascisti, avrebbero semplicemente disobbedito a chiari ordini superiori, e poi sobillato le truppe, rendendosi colpevoli di tradimento.
Il terzo punto di controversia riguarda il numero delle vittime, quindi la portata reale della repressione compiuta dalla Wehrmacht. Fino al discorso commemorativo di Ciampi a Cefalonia, era opinione diffusa, ancorchè non unanime, che gran parte della Divisione fosse stata distrutta per effetto diretto o indiretto della spietata azione tedesca. Chi visita il monumento ai nostri Caduti di Argostoli - il capoluogo dell’Isola - può leggere nelle iscrizioni commemorative cifre che porterebbero a 9\10.000 morti italiani. Ciò per effetto, oltre che dei combattimenti, delle rappresaglie ai danni non solo della maggioranza degli Ufficiali (giustiziati presso la tristemente famosa “Casetta Rossa” a Capo S.Teodoro), ma di migliaia di soldati già arresi ai reparti di montagna della Wehrmacht, in varie locallità dell’Isola. Ad essi si aggiunsero successivamente i 1.300 prigionieri annegati in mare, sulle navi che li trasportavano verso la prigionia, e un migliaio morti nei lager . Ciò come conseguenza di ordini provenienti da Berlino, che prevedevano il trattamento dei nostri militari, ancorchè combattenti in divisa di un regolare esercito, alla stregua di “banditi”.
Mentre l’assassinio degli Ufficiali a S. Teodoro è confermato e documentato da numerose testimonianze, le rappresaglie perpetrate altrove ai danni della truppa, benchè svoltesi in località individuate con sufficiente precisione, e indirettamente avvalorate anche da fonti tedesche, furono di entità difficilmente definibile, perchè molte testimonianze , anche da parte degli autoctoni, sono incerte ed imprecise, e probabilmente hanno condotto a sommare più volte gli stessi episodi (e gli stessi morti). Si è quindi sviluppata , negli ultimi anni, l’idea di un eccidio numericamente inferiore, non di poco, alle versioni un tempo consolidate; l’ultima opinione di uno storico è quella espressa dal prof. Rochat il quale, correggendo precedenti valutazioni, ha “calcolato” il numero delle vittime in circa 4.000 o poco meno.
Mentre il lettore potrà ragionevolmente mostrarsi disinteressato alla contabilità del massacro - si tratta comunque di crimini efferati - sarà opportuno avvertirlo che, purtroppo, la questione dei “numeri” non è priva di implicazioni, nella misura in cui si ricollega agli altri punti controversi e, in generale, al legame etico fra sacrificio della Divisione e Resistenza. Esistono infatti versioni che minimizzano ulteriormente la portata della rappresaglia, e ritengono che le stime precedenti, nel caso si confermassero così distanti dalla realtà, sarebbero frutto non di “errori”, ma di malafede ideologica. In sostanza, nelle settimane successive alla tragedia il Governo Badoglio - dopo aver abbandonato al suo destino la “Acqui”- avrebbe cinicamente accettato, se non alimentato, un bilancio dei morti “gonfiato”, nella speranza di avere più peso nel rapporto con gli Alleati e ottenere condizioni migliori nel c.d “Armistizio Lungo” di Malta. Successivamente, dell’eccidio si sarebbe impadronita quella che De Felice definì la “vulgata” resistenziale di sinistra, fino a creare un “mito” che avrebbe poggiato proprio sulle immani proporzioni della strage.
Acceso fautore di questa tesi è l’Avv. Massimo Filippini, figlio di un Ufficiale fucilato alla “Casetta Rossa”, e autore di tre libri sull’argomento. Sulla base di un tabulato da lui recuperato presso gli archivi militari, Filippini - vado a memoria - fissa il numero della vittime ad una cifra inferiore alle 2.000 unità, comprensive - non entro in dettaglio - dei caduti in combattimento, dei 137 Ufficiali uccisi a S.Teodoro, e di alcune centinaia di militari che effettivamente potevano essere stati vittima di esecuzioni sommarie. Ad esse si dovrebbero aggiungere i morti in mare e quelli che non sono tornati dalla prigionia. Gli interventi di Filippini - una ricerca sul web li troverà numerosi - sono, evidentemente, all’opposto delle tesi di Paoletti. Tendono a riabilitare la figura di Gandin, mentre invece sono fortemente critici nei confronti degli Ufficiali , come Apollonio e Pampaloni (il Capitano Corelli del best-seller e del film), si sarebbero insubordinati sobillando la truppa contro il comandante e rendendosi corresponsabili dell’eccidio.
I miei lettori e i visitatori del mio sito mi perdoneranno se neppure a questo punto aggiungo valutazioni personali su una vicenda così ingarbugliata. La mia intenzione era solo quella di offrire un quadro, forse impreciso e semplificato, delle brucianti controversie esistenti sull’interpetazione di eventi tragici, eppure ancora lontani dall’illusione della “memoria condivisa”. Comprendo perfettamente come tutto ciò abbia un effetto disorientante. Nel caso la discussione dovesse svilupparsi in questo modesto ambito, e qualcuno fosse interessato ad ascoltare la mia opinione, sarò lieto - in tutta umiltà - di accontentarlo. Nel frattempo , chi fosse interessato a indicazioni bibliografiche, può contattarmi tramite queste pagine. Troverete il web particolarmente ricco di materiale su Cefalonia , ma la ricerca su internet non può mai essere sostitutiva della lettura dei testi e del loro confronto.
Vincenzo Ciampi
Pubblicato il: Settembre 1st, 2008 under Varie.
Commenti: 5