Archivio del mese di Settembre, 2008
Nazirock, un film e qualcosa di più
“Noi ci proclamiamo revisionisti, non esitiamo a dirlo”. Questa frase non proviene da un circolo di intellettuali, o da un gruppo di studenti, e neppure da un blog di appassionati di storia. A pronunciarla è il leader di un gruppo rock, che fa della musica di discreto livello. Il problema, però, non è la musica: sono i testi. Il gruppo si chiama “Legittima Offesa”: uno slogan efficace quanto violento, nonostante provenga, dopotutto, da un artista: chi ci calpesta, chi ci disprezza, lo possiamo anche attaccare. Non solo verbalmente.
La lunga marcia del “revisionismo” di bassa lega, quello che a volta si afferma solo per dispetto a chi è di sinistra, si sta concludendo vittoriosamente. Gruppi organizzati di giovani e giovanissimi non esitano a riunirsi per salutarsi romanamente, per gridare slogan nazi, per scambiarsi invettive traboccanti disprezzo per lo straniero , condendole con un generico richiamo a valori tradizionali: patria, famiglia, cristianesimo. Sono fascisti. Dichiaratamente fascisti .E siccome vogliono esserlo integralmente, sono nazi- fascisti.
Li trovi allo stadio. Li trovi sempre più spesso nelle piazze. Detestano le forze dell’ordine quanto i comunisti, i “sionisti”(leggasi=gli ebrei), e di conseguenza tute le democrazie, prima fra tutta l’America, perchè è dominata da speculatori ebrei e/o massoni (ricordate le “plutocrazie” contro cui si scagliava Mussolini?). Perchè aiuta Israele.
Questo il mondo che compare nel film- reportage di Claudio Lazzaro, “Nazirock”, che merita di essere visto, ma che tante difficoltà ha avuto nel trovare normali canali di distribuzione, un pò per la paura dei gestori delle sale, un po’ per la scarsa attenzione nell’ambito stesso della Sinistra. E anche questo si spiega: ultimata la produzione a pochi mesi dalle ultime elezioni, non si è ritenuto utile utilizzare una pellicola che presenta numerosi riferimenti alla presenza, nel centro - destra, anche della componente di Forza Nuova, che è il punto di riferimento politico degli estremisti di destra, ed è pilotata da personaggi che nella migliore delle ipotesi sono razzisti, nella peggiore hanno avuto a che fare più volte con la giustizia.
Accanto ai leader neofascisti, una schiera di pseudo-intellettuali da brivido, che diffondono ed argomentano teorie raccapriccianti, consigliano libri che pretendono di smontare la “leggenda” di Auschwitz, si abbandonano elucubrazioni sulla differenza delle razze e delle culture. Pessimi maestri. Non stupisca che , se si chiede a qualcuno di quei ragazzi chi è il loro personagio stroico di riferimento, loro non esitano indicare Mussolini. Non ne sanno molto, ma per loro il Duce è un mito. E anche Hitler era un grande statista. Se gli si chiede dei lager e della Shoah, loro dicono che un’invenzione, o un’esagerazione della storia ufficiale, quella dei vincitori. Se invece sono un pò più acculturati, o smaliziati dal punto di vista dialettico, argomentano diversamente: così come Hitler ha compiuto degli “eccessi”, anche Mussolini ha compiuto degli errori; forse non doveva allearsi con la Germania; forse non doveva entrare in guerra; però ha fatto tante cose buone, perchè il Duce vedeva un grande futuro per l’Italia e per l’Europa, proteggeva i ceti più deboli, difendeva l’unità nazionale, era il vero baluardo contro la scristianizzazione e il materialismo.
Cose già sentite mille volte, non è vero? E non solo da diciottenni palestrati ed ignoranti, che ballano trasformando la danza in un corpo a corpo animalesco, sognando di avere un comunista o un ebreo fra le mani. Li ascoltiamo ogni giorno anche da persone che attualmente rappresentano le istituzioni.
E allora, come non pensare al lento, sotterraneo processo di svalorizzazione e banalizzazione dell’antifascismo e della Resistenza? Alla equiparazione surretizia fra i ragazzi di Salò e i partigiani, assimilando alle motivazioni della lotta (l’onore, la dignità nazinale, la loro idea di patria), i valori fondamentali del campo in cui hanno combattuto. Come se partigiani e camicie nere volessero la stessa cosa. Come se il rispetto per le vittime, e il riconoscimento della loro dignità, rendesse obbligatorio il rispetto per le loro idee, restituendo anche ad esse dignità.
Così, la “vulgata”ufficiale del centro-destra ha ormai stabilito e diramato i propri capisaldi concettuali. Non sono gli stessi dei nazirock, perchè escludono il nazismo. Lo condannano. Ma lo fanno per rivalutare il fascismo. Così, per loro, il fascismo aveva un progetto per l’Italia, poggiava su valori solidi; magari peccava di eccessivo autoritarismo, ma senza esagerare. il confino politico era un luogo di villeggiatura; il consenso al regime era generale, si opponeva solo qualche comunista frustrato scappato in Francia; le riforme sociali erano giuste e popolari; lo stato corporativo una grande intuizione. Ma la guerra, la sconfitta, le dsitruzioni, le stragi? La risposta è pronta: peccato che ci sia stato Hitler, beh, quello lì’ esagerava, era lui “il male assoluto”.
Non ci sarebbero questi discorsi, e non ci sarebbero neppure i ragazzi con le svastiche, se la concezione vagamente buonista e riabilitatoria del fascismo non avesse, lentamente, recuperato terreno. Se dalle opere di De Felice non fosse stato estrapolato il linguaggio, magari senza neppure leggerle fino in fondo. Alla “vulgata” antifascista si è opposta una “contro-vulgata” (non lo dico io, l’ha detto uno storico), e ora c’è il sospetto che sia divenuta maggioritaria. Una tragedia. Qui non voglio ripetere le considerazioni già svolte in altre parti recenti di questo blog; compresa la critica alle difese sbagliate , come ad esempio il negazionismo di segno opposto su tanti aspetti della nostra Storia (perchè scagliarsi contro chi parla delle foibe, o degli eccidi di fascisti a guerra finita?). Voglio solo ricordare che se ciò è avvenuto, è perchè si è consentito che l’ignoranza non fosse più un disvalore. La colpa è nostra.
Uno dei giovani intervistati da Claudio Lazzaro poteva essere, davvero, un “bravo ragazzo”. Parlava dell’educazione (”sana”, la definisce) che ha ricevuto a casa sua dai genitori. Onestà, lealtà, lavoro, buoni sentimenti, senso della Patria e del dovere. Poi aggiungeva che , pur con qualche riserva (Hitler gli piaceva poco), nell’ambiente di destra ha trovato il modo di esprimere e condividere quei valori. La domanda, ora, è: quando è avvenuto quel passaggio? Cosa abbiamo fatto noi per intercettare i valori di quel ragazzo? Come abbiamo comunicato con lui? Quali elementi conoscitivi, nella società e nella scuola, avrebbe potuto e dovuto trovare per avere un’alternativa alla scelta che ha fatto?
Io, personalmente, ho paura della risposta.
V.C.
Pubblicato il: Settembre 26th, 2008 under Varie.
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Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa in una fiction RAI .
Riporto parzialmente una lettera (una vera lettera di carta, scritta a penna, una rarità!) che mi è pervenuta da Marcella P. , una mia lettrice (bontà sua) della provincia di Cuneo, che spero mi perdonerà per aver utilizzato il suo scritto: “Leggendo i tuoi post sull’ 8 settembre , su Cefalonia, sul revisionismo, e ricordando il tuo primo romanzo, quello premiato nella mia Città, mi sono ricordata di aver letto qualcosa riguardo ad una produzione televisiva che sta per essere presentata ad un Festival cinematografico . Si tratta di una fiction prodotta dalla RAI e ispirata a “Il sangue dei vinti” di Giampaolo Pansa, che ho letto anni fa. Su internet c’era qualche anticipazione sulla trama. C’è la storia di due fratelli (uno lo intepreta Placido) che si trovano divisi dalla guerra civile nell’ Italia dell’8 settembre, così come nel romanzo lo erano Alex e Michele, cugini e amicissimi; c’è il bombardamento di Roma; c’è la ragazza che frequenta i gerarchi, quindi - immagino - l’ambiente romano prima del crollo del Regime. Ho letto di una peregrinazione nell’italia devsatata. Poi ci saranno senz’altro molte fucilazioni, ricordo che nel tuo libro anche Alex, il cugino fascista, diventa ”sangue dei vinti”. Non ti sono fischiate un po’ le orecchie ? Magari quelli che hanno fatto la fiction hanno letto il tuo libro, oltre a quello di Pansa…”
Bene, Marcella, io sapevo che questa fiction stava per uscire , ed ero curioso di vederla realizzata, dato il periodo storico in cui è ambientata. Ma della sceneggiatura - che a quanto vedo, almeno all’inizio, si distacca un po’ dal libro di Pansa - non sapevo nulla. Sono andato anch’io a guardare su internet, ed ora probabilmente ne so quanto te, cioè poco . D’altra parte si tratta solo di anticipazioni, che danno indicazioni piuttosto generiche. Se ho capito bene Michele Placido interpreterà un commissario di polizia (dovrebbe esserci anche un “giallo”) , mentre il fratello del poliziotto sarà un partigiano, e una parte delle vicende più drammatiche si svolgerà - pare - in Piemonte. Gli eventi e le situazioni di cui si parla sono stati trattati già mille volte da saggisti, storici, registi, memorialisti, sceneggiatori. Tutti si sono ispirati a tutti. L’analogia maggiore sembra effettivamente essere quella del rapporto fra i due protagonisti, che sono fratelli e di idee diverse, così come Alex e Michele, nel mio romanzo, sono cugini. Non saprei che altro dire, in realtà mi cogli alla sprovvista: prima di aver visto il film, le ambientazioni, le atmosfere, i personaggi, non posso pronunciarmi sulle eventuali analogie, nè dire, ad esempio, se la ragazza interpretata dalla Bobulova ha qualcosa della “mia” Ines (la cito perchè leggo che quella figura ti è piaciuta molto; grazie!). Posso dire , invece, che hai stuzzicato ulteriormente la mia curiosità. Se poi hanno letto il mio romanzo…beh, bisognerebbe chiederlo agli sceneggiatori, forse non lo sapremo mai, mi piacerebbe avere tanti lettori da ritenerlo possibile, ma non è così, purtroppo non arrivo a tanto. Non ancora, almeno…
Perchè, invece, ho aperto questo post, citando la lettera (forse un tantino maliziosa, ma simpaticamente) di una lettrice? Perchè quella fiction, solo per il suo argomento, farà discutere molto. Anzi, ha già cominicato a far discutere. E magari, di riflesso, se ne parlerà anche su queste modestissime pagine. La Storia irrisolta continua a dividere, e continuerà a farlo per molto tempo.
Il vostro
Vincenzo
P.S. : Ogni tanto, presso l’editore, mi arriva qualche lettera. A me fa molto piacere, ma…perchè non scrivermi su questo blog? L’abbiamo costruito per voi.
Pubblicato il: Settembre 24th, 2008 under Varie.
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A Roma si parla di Fulvia
Il mio ultimo romanzo, “Nulla se non il corpo - Fulvia, una donna di potere nell’età di Cesare”, sarà oggetto di un incontro di presentazione a Roma, venerdi 19 settembre 2008, alle ore 18. L’incontro avrà luogo presso la Sede dell’Associazione Civita , in Piazza Venezia 11. Del libro parleranno la Dr.ssa Simonetta Matone, Capo di Gabinetto del Ministero per le Pari Opportunità, e la Prof. Anna Maria Giannini, docente universitaria di Psicologia ed autrice di lavori sulla psicologia dell’arte e delle forme espressive.
Naturalmente, ci sarò anch’io .
Chi fosse interessato a partecipare può contattami attraverso questo sito.
Vincenzo
Pubblicato il: Settembre 12th, 2008 under presentazione libri.
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Revisionisti storici, revisionisti d’accatto: il “male assoluto” è l’ignoranza.
L’illusione della “memoria condivisa”tramonta inesorabilmente, frammentandosi nelle piccole memorie distorte che ci riconsegnano gli spezzoni di un passato non risolto. Solo “un po’ di calcinaccio”, dopo le ultime picconate? Ci piacerebbe pensarlo, ma non è così.
Dopo l’ultima esternazione di Gianni Alemanno, sindaco di Roma, cominciamo ad accorgerci che l’edificio etico-culturale che custodiva l’essenza della Repubblica scricchiola paurosamente, mentre già sono pronte le ruspe per completare il lavoro. I nuovi architetti sono pronti a trasfromare il “Ground Zero” della legalità repubblicana in qualcosa di nuovo. Laddove “nuovo” può significare anche “vecchio”. E non promette nulla di buono.
Nuova non è certamente la posizione espressa da Alemanno: il fascismo non fu male assoluto, perchè fu un fenomeno complesso, non liquidabile in una formula. Male assoluto - ha detto - furono certamente le leggi razziali, con cui si volle imitare il percorso della Germania nazionalsocialista.
Mettiamoci nei panni di chi, come buona parte dei giovani, abbia solo una cognizione superficiale di quelle tragedie: sembra una posizione dettata dal buon senso, moderata, perfino ovvia, condivisibile dai più. Eppure, non è così: è un’affermazione non solo sbagliata, ma anche tendente alla legittimazione della falsità.E non una frase buttata lì, senza dar troppo peso alle parole: riflette invece concetti che da molto tempo hanno inizato a serpeggiare nella società, e adesso riemergono quando molte dighe sono state già superate, in un tragico Vajont politico che rischia di essere inarrestabile. Ci sono quindi due riflessioni da fare. La prima riguarda la falsità, la seconda il danno provocato dalle difese sbagliate, spesso superiore a quello degli attacchi subiti.
Si definisce “revisionismo” qualsiasi tendenza politico-culturale che metta in discussione convinzioni comunemente condivise all’interno di un ambito ideologico definito e maggioritario. In campo storico, il termine è stato utilizzato principalmente - seppure non esclusivamente - per indicare gli studi di coloro che hanno trattato fenomeni, come il fascismo, in modo non esclusivamente inquisitivo. Il termine “revisionismo”, quindi, viene spesso utilizzato in modo non neutrale: da definizione diventa accusa.
In Italia ciò era avvenuto, ad esempio, in concomitanza con l’uscita delle opere storiche di Renzo De Felice. Ma è avvenuto anche in Germania , con i libri di Ernst Nolte, un flilosofo della Storia discepolo di Martin Heidegger. Ciò che interessa sottolineare è come i contenuti della loro opere, lette da pochissimi, ricompaiono nelle opinioni - ovviamente meno strutturate - di molti. Uno dei punti di forza del “revisionismo” è la sua capacità di penetrare per canali apparentemente inspiegabili, perchè invisibili. Il primo a rendersene conto fu lo stesso Nolte, che applicò all’ascesa del nazismo una categoria apparentemente estranea alla filosofia ed alla storiografia: quella emozionale delle percezioni collettive. Ed equiparando nazismo e stalinismo, arrivò a sostenere che i lager erano la riproduzione dei gulag sovietici. Ponendosi , fra i primi, il problema del “male assoluto”, disse inoltre che neppure Hitler era “male assoluto”, poichè perfino l’Olocausto aveva qualcosa con cui relativizzarsi: un modello.
Premesso che un autore del genere non può essere banalizzato, nè sintetizzato, va precisato che Nolte, nonostante le inquietanti apparenze, non è classificabile come negazionista, nè liquidabile come personaggio che intenda surretiziamente ricavare dal nazismo dei “valori”o “modelli” per riproporli nel mondo attuale (per quanto il suo ultimo lavoro, “Controversie”, abbia alimentato qualche dubbio in proposito). Il suo è un tentativo molto “tedesco” di spiegare in termini filosofici le distruzioni e i crimini orrendi della II GM in chiave di “guerra civile europea”, ovvero una situazione dominata dallo scontro epocale da due opposti totalitarismi che però avevano in comune il metodo della distruzione del nemico, interno o esterno che fosse.
Attraverso quegli oscuri sentieri che trasformano le elaborazioni intellettuali in parole d’ordine d’uso corrente, volgarizzandole , gli stessi temi prospettati da Nolte sono rientrati nel comune repertorio lessicale dell’anticomunismo. Quando Berlusconi cita, come spesso ha fatto, un libro che parla di 100 milioni di morti prodotti dal comunismo, sfrutta semplicemente banali sottoprodotti “storiografici”, accessibili alla portata intellettuale sua e di molti altri, per riproporre qualcosa di diverso dal revisionismo, ovvero un’operazione ideologica e propagandistica : la svalorizzazione dell’antifascismo, in quanto inquinato dalla cutura marxista che avrebbe prodotto, nel XX secolo, un “mostro” altrettanto orribile del nazismo e del fascismo. Perfino più efficace nel produrre morti.
Qialcosa di simile è avvenuto in Italia con De Felice, il quale sosteneva che la visione del fascismo e della Resistenza era sclerotizzata in una prigione agiografica e mitologica di cui era custode la cultura di Sinistra, la quale, per assenza di interlocutori, era diventata - di fatto - egemone. Essendosi quindi stabilito nel dopoguerra il binomio Resistenza - Costituzione, qualsiasi interpretazione che andasse al di fuori del modello “ufficiale” veniva respinta come attentato alla democrazia. De Felice definiva ”vulgata”, per l’appunto, l’immagine del fascismo e della Resistenza proposta dalla cultura da lui ritenuta dominante, e recepita passivamente dall’opinione pubblica. Con questo indicava un processo secondo il quale alcune verità, o parole d’ordine, si diffondono attraverso la semplificazione mediatica o ideologica, e si sedimentano nel sentire comune. Un processo, quindi, che non può essere inteso a senso unico, applicabile da chiunque a qualsiasi cosa, a destra come sinistra. Ma nel linguaggio della Destra la “vulgata” diventava il termine utilzzato per definire una cultura pronta a negare la verità di fatti che potrebbero incrinarne il mito (come , ad esempio, le foibe, o gli eccidi del dopoguerra nel “triangolo rosso”).
Ovvio che un approccio di questo genere si presta a manipolazioni altrettanto subdole di quelle attribuite ai conservatori, quelli che Pansa ha polemicamente definito i “gendarmi della memoria”. E dopo decenni di attacchi alla “vulgata”, ecco l’immagine del fascismo che ci viene offerta da Alemanno: fu un fenomeno “complesso”…e come non poteva esserlo, avendo costruito un regime ventennale? Non fu “male assoluto”… e qui il primo inganno, perchè “assoluto” può assumere un significato etico, ma può anche essere sinonimo di “totale”, ergo il fascismo conteneva elementi di “bene” oltre a quelli classificabili come “male”. Mentre invece “male assoluto” erano le leggi razziali, che - concede Alemanno - fu sbagliato introdurre, ma che erano una imitazione della politica antisemita di Hitler. Quindi Hitler era “assolutamente” cattivo, ma il fascismo no , almeno fino a quando non ha legato il suo destino a quello della Germania.
Quest’ultima non è una tesi ”revisionista”, è un semplice falso, dal contenuto assolutorio e riabilitativo. Basterebbe guardare alle vicende dell’elaborazione delle leggi razziali, e del “Manifesto della razza”, per capire quanto il fascismo nostrano ci abbia messo di suo, senza essere eterodiretto . E basterebbe ripercorrere la legislazione della Repubblica Sociale, per verificare come la considerazione degli ebrei come “popolo nemico” _ con tutte le ovvie conseguenze in tempo di guerra - fosse stata formalmente recepita. Con la relativa ratifica dell’antisemitismo non come acquisizione”incidentale” del fascismo, ma come elemento fondante. Si può discutere e, in parte, convenire sul fatto che, nell’arco del ventennio, non fu la politica razziale a caratterizzare il regime; ma non si può , onestamente, ritenerla un incidente di percorso nel quale sfortunatamente esso sarebbe incorso sotto la malefica influenza di Hitler.
Se il Sindaco di una capitale europea può permettersi di affermare certe cose - il che mi riempie, personalmente, di indignazione - è perchè , purtroppo , sono già in molti a recepirle come verità ovvia, o almeno accettabile. E qui veniamo alle difese sbagliate. Non è colpa di Alemanno, se la sua (subdola) disinvoltura storica trova terreno fertile in una diffusa ignoranza.
Nel commentare quelle dichiarazioni, un leader politico di Sinistra ha - purtroppo - detto la cosa sbagliata. Piero Fassino, infatti, ha dichiarato in TV : “I libri di storia si scrivono una volta sola”. Tragico autogol : è’ esattamente su questo atteggiamento difensivo che poggia l’efficacia propagandistica del revisionismo d’accatto. I libri di Storia si riscrivono sempre. Lo stesso errore è stato fatto con i libri di Giampaolo Pansa, a partire dal “Sangue dei vinti”, regalandogli una grande fortuna editoriale grazie ai continui attacchi di chi sosteneva che ricordare gli eccidi nel “triangolo rosso”significava minare le basi dell’antifascismo. Oppure criticandolo perchè la sua è memorialistica, non Storia( affermazione giusta, ma irrilevante). Il problema di fondo è più semplice: le cose raccontate da Pansa sono vere. Non c’è nulla di più rivoluzionario che accettare la verità. Così, Pansa è apparso come colui che da un giorno all’altro avrebbe riscoperto verità nascoste, faziosamente attaccato da irriducibili conservatori. Il che è falso, Pansa non ha scoperto nulla: basterebbe citare il libro “La resa dei conti”, di Gianni Oliva - non a caso, uno storico che fa politica nel PD - uscito nel ‘99, prima del best - seller di Pansa, in cui quella “verità” è compiutamente raccontata e spiegata.
Allora, aveva ragione De Felice (accusato, a suo tempo, di essere “fascista”) ad indicare l’immobilità di una visione “ufficiale” della storia recente?
Non è questa la domanda che più mi appassiona. Io ritengo che quel “primato” culturale si sia effettivamente logorato con il tempo, quasi mummificato, e ci ha fatto perdere la capacità di trasmettere valori attraverso la memoria. Siamo arretrati, ora rischiamo di difendere la trincea sbagliata. Ci sono, invece, mille motivi per considerare quei valori molto più attuali di quanto non lo fossero a guerra finita, quando si afermavano da sé, perchè la distinzione fra vincitori e vinti era netta e inequivocabile. La violenza, l’egoismo, la prepotenza, l’intolleranza, il razzismo strisciante eppure negato, l’emarginazione dei più deboli, il decisionismo ad uso mediatico. Tutto questo era nel fascismo, ed ora riemerge lentamente e tragicamente nella società, perchè le difese della memoria si sono allentate. Non è abbastanza?
Ci siamo seduti dulla Costituzione. E abbiamo sbagliato. Perchè la Costituzione si porta sulle spalle, si vive, si insegna, si ridiscute. Si soffre. Il filo della memoria non si ricompone da sè, va ritessuto continuamente, senza paura. Mentre laddove esiste solo il presente, la forza dei valori si annulla, e si accresce quella di chi valori, in fondo, non ne ha.
V.C.
Pubblicato il: Settembre 12th, 2008 under Varie.
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L’Italia dell’ 8 settembre 1943: la storia del Tenente Aloisio.
Si avvicina una data carica di significati, evocativa di una tragedia. Ai miei lettori ricorda, forse, le ambientazioni e le atmosfere di “Mio cugino il fascista”, il mio primo romanzo. Per questo racconterò loro una storia vera, quella di mio zio Ambrogio Aloisio. Zio Nini.
Questa storia comincia nel 1940 a Napoli, sua città di adozione. Se non ci fosse la guerra, Ambrogio sarebbe uno studente di legge, pronto a laurearsi in fretta e a trovarsi un impiego. Ma la guerra purtroppo c’è, Ambrogio è ufficiale di complemento di fanteria. Vive a Napoli perchè suo padre Francesco, di origine pugliese, è direttore di una succursale della Banca Commerciale, e da anni ha casa lì, con la moglie Dina, piemontese, e l’atra figlia più piccola, Nanda (mia madre). Gli afflati bellici non sono molto popolari in casa Aloisio. Don Francesco appartiene ad una vecchia borghesia liberale che non si lascia incantare dalle velleità del Regime. E questa mentalità i vertici della Banca non la sopportano , è mai possibile che un dirigente dell’Istituto non sia iscritto al Partito? Possibile che non si sia mai visto, il sabato, con la camicia nera e il distintivo? No, non è possibile, quindi che si decida, o si adegua o lascia il lavoro.
Francesco deve adeguarsi, tiene famiglia: ma la camicia nera si rifiuta di comprarla. Non ce la fa proprio, è più forte di lui. Se la fa prestare da un parente, che poi non manca di sfotterlo per l’inusitato abbigliamento, fissando ironicamente il distintivo. Francesco commenta : “P.N.F.? Per Necessità Familiari!”.
Il giovane Ambrogio queste cose le sa, sul Duce e sulla guerra la pensa come il padre. Ma è anche uno per il quale “right or wrong, it’s my country” non è una prerogativa anglosassone. In guerra non si manda nessuno al tuo posto. Lui vuole andare in Russia.
A Napoli c’è un suo grande amico: lo chiamano Franz e non la pensa come lui. O meglio, sulla guerra ha le stesse idee, ma per Franz non è giusto andare a farsi ammazzare per qualcosa in cui non si crede. Franz è quello saggio, quello che trattiene per il braccio Ambrogio quando adocchia una ragazza che gli piace: sa che è capace di attaccare discorso anche per strada, anche se la vede accompagnata da qualche fidanzato muscoloso come un armadio. Troppe volte ha rischiato di ritrovarsi con un occhio nero. Franz, che la guerra eviterà di farla, tenta di dissuaderlo: ” Ma che fai, vai volontario in Russia a combattere con i tedeschi? E’ la guerra di Hitler, non la nostra”. Ambrogio gli risponde: “Va bene , tu resta qui , ci vado anche per te in Russia . E al mio ritorno penseremo ai tedeschi”. Gliel’ha detto veramente, con quelle esatte parole. Come vedremo, non dimenticherà la promessa.
Dina la pensa come l’amico di suo figlio. E’una donna piuttosto determinata: Ambrogio non deve andare a farsi ammazzare. All’ospedale militare c’è un amico ufficiale medico. Ma in tempo di guerra non si fanno simili regali, è necessario avere almeno un pretesto. Dina il pretesto lo trova: le cozze. Sì, le cozze. Ambrogio ne va matto, ne mangia quantità inimmaginabili, che il più delle volte gli fanno male. Cosa c’è di meglio, allora, di un succulento pranzo di saluto? Al mercato Dina non sceglie certamente quelle più fresche. Ambrogio non sa quando potrà mangiarne ancora. Certo non in Russia. Si abboffa.
Dopo un’ora sta malissimo, tanto che Dina teme di aver esagerato. Ambrogio viene ricoverato, non è in grado neppure di dire come si chiama, figuriamoci partire per la Russia. Dina pensa di avercela fatta, ma ad Ambrogio basta sentirsi solo un pò meglio per lasciare l’ospedale di notte e raggiungere all’ultimo momento la Divisione “Pasubio” in partenza.
Della Russia non l’ho mai sentito parlare. Solo dagli altri membri della famiglia ho saputo qualcosa. Ricordi spezzettati, frammenti. Come le riunioni di ufficiali dal Generale Messe, che teneva a dieci passi di distanza i subalterni, per paura di prendersi i pidocchi. Il principio di congelamento ai piedi. La devozione assoluta di un attendente, ‘nu bravo guaglione, che lo trattava come un sovrano, e non è tornato. In Russia riceve anche una decorazione, non dagli italiani ma dai tedeschi: la Croce di Ferro. Non li ha mai amati i tedeschi. In Russia ha modo di conoscerli da vicino: vede con i suoi occhi, durante la ritirata, gli italiani che cercano di salire sugli automezzi germanici, aggrappandosi disperatamente, e quelli che gli tagliano le mani. La Croce di Ferro, però , non la nasconde: il nastrino se lo tiene sulla divisa, è un promemoria per il futuro. Come se fosse cucito sulla pelle.
Alla fine ce la fa a rimpatriare. Siamo già inoltrati nel 1942. Non ritova la stessa Italia, tutto sta per crollare. Non può restare a casa, è ancora in servizio . Non succede nulla fino all’ 8 settembre del 1943.
Un ufficiale tedesco fa caso alla Croce di Ferro, quando si aspetta che il tenente Aloisio ceda volentieri alla sua intimazione di combattere al fianco della Wehrmacht. Ma dopo quello che ha visto, Aloisio con la Wehrmacht non vuole combattere mai più. Rifiuta. Allora quello, prima incredulo, poi furioso, gli strappa il nastrino, gli sputa in faccia : “Tu traditore italiano, non degno di questo. Domani kaputt”.
Così gli dice, e lo lascia in custodia a due militari in un cascinale di campagna: l’indomani, con comodo , verranno a prenderlo e lo fucileranno. Ma non è ancora finita : chi è scampato alla Russia forse può cavarsela anche stavolta. Una delle sentinelle è un contadinotto corpulento e goffo, non sembra un fulmine di guerra. In compenso è arrogante e brutale: proprio quello che ci vuole. Aloisio chiede di essere portato fuori per un bisogno impellente. Gli viene concesso, ma naturalmente il tedesco gli sta alle spalle con il fucile spianato. Aloisio lo provoca, gli dice che è un vigliacco, che si sente forte solo perchè ha un’arma in mano. Quello ride, sa dire solo: tu italiano, tu kaputt. Aloiso insiste, gli dice che senza quel fucile lui lo farebbe a pezzi. Che farebbe a pezzi qualsiasi tedesco. Forse il soldato intuisce che il prigioniero sta giocando il tutto per tutto, ma lasciarsi insultare da un italiano traditore non lo sopporta proprio. Non depone neppure l’arma, fa solo il gesto di farlo : è’ sufficiente. Aloisio gli è addosso, lo colpisce, l’elmetto cade e il tedesco, in un attimo, si ritrova con la testa rotta. Forse è morto, forse lo fucileranno dopo i suoi kameraden. Kaputt.
A casa non può andare. Forse non sa neppure che sua madre e sua sorella ora sono in Piemonte, vicino ad Alessandria. Ormai sono bloccate lì, come tante famiglie che si riuniranno solo a guerra finita . A Napoli non si poteva più stare, troppi bombardamenti. A qualcuno, per giunta, era venuto in mente di far alloggiare degli ufficiali tedeschi in licenza breve proprio a casa Aloisio.
Situazione imbarazzante. Bisogna fare buon viso a cattivo gioco. Don Francesco e Dina non si aspettano nulla di meglio degli Unni, ma quelli sono piloti di aviazione, molto giovani, educati e rispettosi; cercano di parlare italiano, non fanno altro che dire “scusa” e “grazie” . Sembra che facciano del loro meglio per comportarsi bene, per non dare fastidio. Non si sentono amati in quella città, vogliono fare bella figura. Li’ c’è una casa e una famiglia, dopotutto anche loro in Germania hanno lasciato una casa e una famiglia. Il più giovane di tutti sembra perfino troppo giovane per volare. Fa quasi tenerezza. Non dice una parola, ma tutti si accorgono che a tavola fissa con aria estasiata Nandina, che ha quindici anni, e non capisce bene cosa sta succedendo. Finchè una sera quel ragazzo, impacciato ma sorridente, si presenta con un’anello di brillanti. Vuole fidanzarsi in casa.
Panico totale. Che fare? Come dirgli che non possono accettare quel regalo? Sono davvero così permalosi i tedeschi? Alla fine, Dina trova il modo per restituirglielo, cercando di non offenderlo troppo. Il ragazzo capisce, ha gli occhi lucidi ma non dice nulla. Ha fretta, deve tornare in missione. Sarà l’ultima.
Ambrogio non sa che in Piemonte lo credono morto, perchè le autorità militari lo danno per probabile vittima di un’esecuzione. Dina, però, non è donna che si perda d’animo. Quando ha appreso dell’arresto di Mussolini non ha mancato di affacciarsi alla finestra ed esultare, facendosi sentire da tutto il paese. Così mentre Ambrogio, scampato alla fucilazione, è in cerca di un posto per rifugiarsi, in Piemonte i fascisti che il 25 luglio si erano dileguati si affrettano a riprendere le loro posizioni. Alla signora Dina quella pubblica esternazione non la perdonano: che figura ci farebbero i gerarchetti locali, se non prendessero provvedimenti?. La mandano a chiamare, e lei - scortata da due adolescenti in camicia nera - si presenta vestita di tutto punto, profumata, con i guanti. Se si aspettano che abbassi gli occhi e chieda scusa, beh, si sbagliano. E’ lei che li guarda dall’alto in basso. Il capetto e i suoi sodali capiscono subito di non averle messo paura, neanche un po’. Le chiedono:” Dove sono i vostri congiunti? Perchè non hanno aderito alla Repubblica? Sono dei traditori?”. Traditori? Non l’avessero mai detto… Dina li incenerisce con gli occhi, parla a voce alta: “Mio marito è al suo posto di lavoro, mio figlio ha fatto il suo dovere di militare. Quindi non vi azzardate neppure a nominarli!”. Sì, proprio “il suo dovere” ha detto, anche se teme che Ambrogio sia morto per davvero. Non è lo stesso “dovere” di quei signori : li sta sfidando. Si guardano fra di loro, e decidono che è meglio lasciar perdere . C’è il coprifuoco, i due ragazzini devono riaccompagnarla a casa. Ma uno di loro, che imbraccia un fucile più grande di lui, sottovoce le dice: “Brava, signora. Gliel’avete cantata giusta a quelli là!”
Chissà, forse non sono così cattivi “quelli là”; magari dovevano recitare la parte, perchè il cazziatone da fare alla signora Dina se l’erano già beccato loro. Sono della zona, la conoscono da molti anni. La conoscono così bene che nell’aprile del ‘45 uno di loro, braccato e impaurito, non avrà dubbi quando dovrà scegliere a quale porta bussare per salvarsi la pelle . Sarà la porta delle signora Dina.
Ma torniamo al tenente Aloisio, scampato alla morte per un pelo. Deve andare verso Sud. Gli viene in mente solo il paese vicino Bari dove ci sono ancora i parenti di suo padre. Ci dovrà arrivare a piedi. Lo aiuta solo il pensiero di allontanarsi dai tedeschi. Quando si presenta dai suoi parenti è in condizioni pietose, non lo riconoscono , stanno quasi per cacciarlo via. E’ ridotto così male che dorme per due giorni filati, senza neppure alzarsi dal letto, come se tutte le funzioni vitali fossero in sospeso.
Ora può dire, a buon diritto: “Ne ho avuto abbastanza”. La Russia. Il Don ghiacciato. La temperatura a -30°. I pidocchi e il Generale Messe. Le dita congelate. I combattimenti furiosi. La penosa ritirata. Il nazista che lo condanna a morte e il soldato che se lo fa scappare. La fuga nelle campagne. Le giornate di marcia verso Sud.
Ma tre anni prima, al suo amico Franz, Ambrogio aveva fatto una promessa: “Dopo penseremo ai tedeschi”. Ora c’è l’occasione buona per mantenerla. Così il il tenente Aloisio lo ritroviamo sul fronte di Montecassino. Combatte ancora , sempre volontario, sempre con una divisa italiana, questa volta al fianco degli Alleati. Finalmente si sente dalla parte giusta . E’ una guerra altrettanto dura, ma è una guerra diversa. Vede utilizzare mezzi che non immaginava: “C’era per un caso un solo tedesco, annidato in una casamatta con una mitragliatrice? Ok, fermi tutti! Perchè rischiare perdite inutili? L’ufficiale americano chiamava l’aviazione, l’aereo arrivava, bum! Problema risolto.” Ora gli è più chiaro perchè la guerra fatta prima è andata male. Ma questa Aloisio la vince, alla fine l’Abbazia la espugnano i marocchini e i gurkha, ma poco importa, la strada verso Roma è ormai spianata. E’ davvero finita, si può tornare a casa. C’è da laurearsi , lavorare, mettere su famiglia.
Ambrogio Aloisio non ha mai parlato volentieri di queste cose. La guerra gli era piaciuta poco, ancora meno ricordarla. Non ha ricevuto onorificenze o altre decorazioni, perchè non le ha cercate, o le ha rifiutate. O magari non ha mai detto di averle avute, la cosa certa è che se ne infischiava. Ha fatto la stessa carriera di suo padre, in Banca. Dopo aver girato mezza Italia, l’ha conclusa a Bologna.Sono quasi vent’anni che non c’è più. Nel ‘78 aveva perso un figlio, andava spesso al cimitero di S.Lazzaro di Savena a trovarlo. La signora del chioschetto di fiori lo conosceva bene. Ma non tutti i fiori finivano sulla tomba del figlio. Ce n’era sempre qualcuno per la lapide che commemora i Caduti. Ora anche lui abita lì: chissà se c’è ancora la signora del chioschetto.
Solo una volta, indirettamente, mi ha raccontato qualcosa collegato al passato. Viveva da anni a Bologna, dove era - per l’appunto - direttore di banca. Era un periodo complicato, primi anni ‘70, qusi ogni giorno c’erano vertenze sindacali, spesso veniva buttato tutto in politica. Faceva parte del gioco. Si diceva che il Dr. Aloisio avesse un “buon dialogo” con i sindacati, ma una volta è capitato che fosse costretto a dire di no. Davanti a lui c’era un delegato piuttosto giovane, che l’aveva presa a male, e aveva fatto ricorso al repertorio di quegli anni: “Respingere il sindacato è come offendere i valori della Resistenza!”. La frase sbagliata alla persona sbagliata. Ambrogio ha ammesso di averlo preso il bavero, e di avergli ringhiato in faccia : “Tu vuoi parlare proprio a me della Resistenza?”.
Poi, naturalmente, tutto è finito lì, fra sorrisi e strette di mano. Ci mancherebbe.
L’8 settembre 1943 è stato molte cose.
Separazioni, guerra civile, caos, vergogna, rastrellamenti, rappresaglie, deportazioni. Coraggio e viltà. Odio e amore. Dolore e speranza.
Ma non è stato la “Morte della Patria”.
Pubblicato il: Settembre 4th, 2008 under Varie.
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Le molte verità sull ‘eccidio di Cefalonia
Alcuni lettori, a seguito del breve post su Cefalonia da me inserito giorni fa, mi hanno “rimproverato” per non aver espresso le mie opinioni sul dibattito storico-ideologico riaccesosi, negli ultimi anni, sull’eccidio compiuto dalla Wehrmacht nel settembre 1943. Si tratta di amici che hanno letto il mio primo romanzo, nel quale si ricorda - con diversa ambientazione, ed in contesti diversi - la tragedia dell’ 8 settembre.
Va premesso che le opinioni, non suffragate dai fatti, contano poco (ammesso che le mie contino comunque qualcosa). Per rispondere, dovrei ripercorrere analiticamente quelle vicende e citare studi , testimonianze, atti processuali italiani e tedeschi; il fatto che il sottoscritto, per personale interesse, si sia documentato, non lo autorizza a intervenire con la pretesa di fornire una sua verità.
Per non sottrarmi alla sollecitazione, credo sia più utile limitarmi a riassumere, col maggiore distacco possibile, i termini principali delle controversia così come si è delineata a partire dalla commemorazione fatta da Carlo Azeglio Ciampi nel 2001 a Cefalonia, nella quale l’allora Presidente indicò nel sacrificio della Divisione Acqui il primo atto della Resistenza contro il nazismo. Affermazione che al di là della inestattezza meramente “cronologica”, che poco conta , da un lato ricomprendeva le Forze Armate, o almeno una parte di esse, in un filone - quello resistenziale - che più spesso le escludeva; dall’altro, indirettamente, sembrava avallare una tesi per molto tempo presente nella storiografia e nel sentire comune, ovvero che la maggior parte dei militari della “Acqui” accettò consapevolmente di combattere contro i tedeschi, e si pronunciò affinchè questa fosse la decisione finale del generale Gandin, comandante della Divisione.
I punti su cui si è concentrata la controversia sono essenzialmente tre. Sono questioni complesse, che è meglio citare quasi per “titoli”, piuttosto che tentare spiegazioni, con il rischio di disinformare per superficialità.
Il primo punto controverso riguarda le reali motivazioni, le modalità e i tempi di quella decisione (peraltro corrispondente ad ordini ricevuti dal Comando di Brindisi, che rispondeva al Governo Badoglio, in contraddizione con quelli precedentemente ricevuti dal Comando di Atene, controllato dalle autorità germaniche). In particolare, viene messo in dubbio che il generale Gandin, impegnato in una difficile trattativa con i tedeschi, abbia realmente promosso un “referendum” fra le truppe, come per lungo tempo si è “pacificamente” ritenuto. A questo punto, i giudizi su Gandin - anch’egli fucilato - si dividono im modo radicale. Chi ne difende l’operato punta l’attenzione sulla oggettiva insostenibilità della sua posizione militare e psicologica, ritenendo che alla fine il Generale abbia dovuto obbedire agli ordini superiori, pur consapevole che le forze tedesche già presenti sull’Isola avrebbero ricevuto appoggio aereo e rinforzi tali da soverchiare la difese (come in effetti avvenne, stante l’impossibilità a ricevere sua volta aiuti, e lo scarso interesse strategico degli Alleati, impegnati a Salerno, ad alimentare la difesa di Cefalonia) . Per converso, c’è sempre stato chi ha rilevato nel ccomportamento del Generale elementi di indecisione, se non di ambiguità, evidenziando come il protrarsi della trattativa, e la riluttanza procedere tempestivamente al disarmo della guarnigione germanica, abbia consentito al comando tedesco di preparare con tutta calma l’invasione dell’Isola, facendo perdere agli Italiani il vantaggio numerico iniziale, alimentando inoltre la diffidenza da parte dell’ex-alleato, già “avvelenato” dall’armistizio recentemente firmato a Cassibile. La versione più estrema di questa impostazione è rappresentata dal libro di Paolo Paoletti uscito nel 2007 (”Cefalonia 1943, una verità inimmaginabile”) nella quale la figura del Generale è , in pratica, quella di un “traditore”. Analizzando fatti e documenti Paoletti giunge alla conclusione che tutto il comportamento del Generale , comprese le sue decisioni tattiche (come la cessione volontaria del valico di Kardakata) , rispecchiava la volontà di collaborare con i tedeschi e di schierare la Divisione al loro fianco, per poi rassegnarsi alla volontà di molti Ufficiali, e di molti soldati, di combatterli. Obbligato a resistere, il Generale avrebbe giustificato il voltafaccia ai tedeschi - con cui pareva già aver raggiunto un accordo - comunicando loro per iscritto di aver perso il controllo disciplinare della Divisione. In tal modo, avrebbe fornito al nemico un ulteriore pretesto per eseguire rappresaglie in massa contro i “traditorii” italiani.
Il secondo argomento di contrasto è rappresentato dalle azioni degli Ufficiali italiani che fin dal 9 settembre fecero pressioni su Gandin, prima affinchè si disarmassero i tedeschi presenti sull’Isola, poi perchè ci si difendesse con le armi. Viene spesso citato, in proposito, l’affondamento di alcuni mezzi da sbarco tedeschi , nonostante gli ordini contrari di Gandin, ad opera di alcune batterie di artiglieri; e la cessione di armi ai partigiani greci operanti a Cefalonia. Il giudizio nei confronti di costoro, com’è intuibile, varia di molto in relazione al valore politico e resistenziale che si attribuisce al loro comportamento. E richiama nuovamente la discussione sull’attendibilità famoso “referendum”, o altra forma di consultazione “di base” promossa da Gandin che - se confermata - rafforzerebbe la legittimità del loro comportamento. L’arco dei giudizi - nei quali è sempre difficile soppesare il contenuto ideologico - oscilla paurosamente. Si parte dal riconoscimento del coraggio e del senso patriottico di chi individuò subito il vero nemico, riconoscendo legittimità al Governo che aveva firmato l’armistizio e liquidato il Regime, e riteneva quindi doveroso reagire alle intimazioni tedeschi, sconfessando le esitazioni del comandante sul campo. Si passa poi a chi ritiene valorosi ma irresponsabili coloro che, di fatto, avrebbero inutilmente esposto i commilitoni ad una inevitabile rappresaglia. Si conclude con chi ritene che tali Ufficiali, agendo in quanto politicizzati e antifascisti, avrebbero semplicemente disobbedito a chiari ordini superiori, e poi sobillato le truppe, rendendosi colpevoli di tradimento.
Il terzo punto di controversia riguarda il numero delle vittime, quindi la portata reale della repressione compiuta dalla Wehrmacht. Fino al discorso commemorativo di Ciampi a Cefalonia, era opinione diffusa, ancorchè non unanime, che gran parte della Divisione fosse stata distrutta per effetto diretto o indiretto della spietata azione tedesca. Chi visita il monumento ai nostri Caduti di Argostoli - il capoluogo dell’Isola - può leggere nelle iscrizioni commemorative cifre che porterebbero a 9\10.000 morti italiani. Ciò per effetto, oltre che dei combattimenti, delle rappresaglie ai danni non solo della maggioranza degli Ufficiali (giustiziati presso la tristemente famosa “Casetta Rossa” a Capo S.Teodoro), ma di migliaia di soldati già arresi ai reparti di montagna della Wehrmacht, in varie locallità dell’Isola. Ad essi si aggiunsero successivamente i 1.300 prigionieri annegati in mare, sulle navi che li trasportavano verso la prigionia, e un migliaio morti nei lager . Ciò come conseguenza di ordini provenienti da Berlino, che prevedevano il trattamento dei nostri militari, ancorchè combattenti in divisa di un regolare esercito, alla stregua di “banditi”.
Mentre l’assassinio degli Ufficiali a S. Teodoro è confermato e documentato da numerose testimonianze, le rappresaglie perpetrate altrove ai danni della truppa, benchè svoltesi in località individuate con sufficiente precisione, e indirettamente avvalorate anche da fonti tedesche, furono di entità difficilmente definibile, perchè molte testimonianze , anche da parte degli autoctoni, sono incerte ed imprecise, e probabilmente hanno condotto a sommare più volte gli stessi episodi (e gli stessi morti). Si è quindi sviluppata , negli ultimi anni, l’idea di un eccidio numericamente inferiore, non di poco, alle versioni un tempo consolidate; l’ultima opinione di uno storico è quella espressa dal prof. Rochat il quale, correggendo precedenti valutazioni, ha “calcolato” il numero delle vittime in circa 4.000 o poco meno.
Mentre il lettore potrà ragionevolmente mostrarsi disinteressato alla contabilità del massacro - si tratta comunque di crimini efferati - sarà opportuno avvertirlo che, purtroppo, la questione dei “numeri” non è priva di implicazioni, nella misura in cui si ricollega agli altri punti controversi e, in generale, al legame etico fra sacrificio della Divisione e Resistenza. Esistono infatti versioni che minimizzano ulteriormente la portata della rappresaglia, e ritengono che le stime precedenti, nel caso si confermassero così distanti dalla realtà, sarebbero frutto non di “errori”, ma di malafede ideologica. In sostanza, nelle settimane successive alla tragedia il Governo Badoglio - dopo aver abbandonato al suo destino la “Acqui”- avrebbe cinicamente accettato, se non alimentato, un bilancio dei morti “gonfiato”, nella speranza di avere più peso nel rapporto con gli Alleati e ottenere condizioni migliori nel c.d “Armistizio Lungo” di Malta. Successivamente, dell’eccidio si sarebbe impadronita quella che De Felice definì la “vulgata” resistenziale di sinistra, fino a creare un “mito” che avrebbe poggiato proprio sulle immani proporzioni della strage.
Acceso fautore di questa tesi è l’Avv. Massimo Filippini, figlio di un Ufficiale fucilato alla “Casetta Rossa”, e autore di tre libri sull’argomento. Sulla base di un tabulato da lui recuperato presso gli archivi militari, Filippini - vado a memoria - fissa il numero della vittime ad una cifra inferiore alle 2.000 unità, comprensive - non entro in dettaglio - dei caduti in combattimento, dei 137 Ufficiali uccisi a S.Teodoro, e di alcune centinaia di militari che effettivamente potevano essere stati vittima di esecuzioni sommarie. Ad esse si dovrebbero aggiungere i morti in mare e quelli che non sono tornati dalla prigionia. Gli interventi di Filippini - una ricerca sul web li troverà numerosi - sono, evidentemente, all’opposto delle tesi di Paoletti. Tendono a riabilitare la figura di Gandin, mentre invece sono fortemente critici nei confronti degli Ufficiali , come Apollonio e Pampaloni (il Capitano Corelli del best-seller e del film), si sarebbero insubordinati sobillando la truppa contro il comandante e rendendosi corresponsabili dell’eccidio.
I miei lettori e i visitatori del mio sito mi perdoneranno se neppure a questo punto aggiungo valutazioni personali su una vicenda così ingarbugliata. La mia intenzione era solo quella di offrire un quadro, forse impreciso e semplificato, delle brucianti controversie esistenti sull’interpetazione di eventi tragici, eppure ancora lontani dall’illusione della “memoria condivisa”. Comprendo perfettamente come tutto ciò abbia un effetto disorientante. Nel caso la discussione dovesse svilupparsi in questo modesto ambito, e qualcuno fosse interessato ad ascoltare la mia opinione, sarò lieto - in tutta umiltà - di accontentarlo. Nel frattempo , chi fosse interessato a indicazioni bibliografiche, può contattarmi tramite queste pagine. Troverete il web particolarmente ricco di materiale su Cefalonia , ma la ricerca su internet non può mai essere sostitutiva della lettura dei testi e del loro confronto.
Vincenzo Ciampi
Pubblicato il: Settembre 1st, 2008 under Varie.
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