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Archivio del mese di Agosto, 2008

Cefalonia 1943

08082008020.jpgCapo  S. Teodoro, a Cefalonia,  è un luogo suggestivo verso il tramonto. C’è una costruzione classicheggiante, con un colonnato circolare, posta  in fondo alla  striscia di terra che si protende verso  l’altra parte della baia, dove c’è la città di Lixouri. E’ a un tiro di schioppo da Argostoli, il capoluogo di un’isola fantastica, che il turismo di massa ancora non ha seriamente deteriorato. Oggi, lungo quel tratto di costa, ci sono alcune costruzioni turistiche e residenziali. Una “casetta rossa” si può vedere, ma non è quella di triste memoria, o non lo è più, è stata ricostruita - dicono - dopo il terremoto del ‘53. Lì avvenne la più documentata delle esecuzioni perpetrate nel settembre 1943 ai danni degli italiani della Divisione Acqui, quella riservata agli ufficiali. E’ impossibile non avvertire un senso di pena e di dolore, anche se a Cefalonia si è andati come turisti.  

Prima di giungere a S.Teodoro, la strada proveniente da Argostoli porta in cima alla collinetta dove c’è il sobrio ma dignitoso monumento che ricorda tutti i Caduti italiani dell’isola, che dopo l’8 settembre 1943 furono vittima di una delle più disonorevoli e spietate azioni di rappresaglia operate dalla Wehrmacht. Lì non c’erano le famigerate SS, c’erano militari che uccidevano altri militari in divisa, prigionieri dopo la battaglia, per ordine di Hitler in persona. Effetto dell’armistizio di Cassibile,  del noto comunicato del maresciallo Badoglio, dello sbandamento generale. Ma soprattutto di un desiderio di vendetta incontenibile, nascosto dietro speciose disquisizioni sullo “status” di ribelli degli italiani.  

Sembra incredibile che un’isola benedetta dal mare e dal cielo, uno dei luoghi più belli della Terra, abbia visto scatenarsi l’inferno di fuoco e di vendetta di quel settembre. Ma altrettanto incredibile è come su un episodio di tale gravità sia ancora in vita una rissa, in buona parte ideologica, che impedisce tuttora di poter disporre di una versione condivisa su ciò che realmente accadde. Di fronte ad una vergogna storica di tali proporzioni, una piccola, postuma vergogna tutta italiana, che riecheggia polemiche su fascismo, antifascismo e Resistenza molto vicine ad un clima da dopoguerra.

E’ fuori luogo rammentare qui le vicende di quei giorni. Basterà dire che a distanza di oltre sessant’anni, i pochi storici che si sono occupati della vicenda, i pochi reduci superstiti, i familiari dei Caduti e quelli dei sopravvissuti sono più volte coinvolti - spesso loro malgrado - in discussioni che riguardano il numero delle vittime; il comportamento del generale Gandin , comandante della divisione ; quello dei suoi subalterni; quasi dimenticando, in alcuni casi, l’unico dato certo di quel doloroso evento, ovvero che   vi furono esecuzioni in massa di miltari già arresi, in varie località dell’isola, per pura vendetta contro i “traditori” italiani. Quasi che conoscere il numero esatto delle vittime possa in qualche modo modificare il senso di quanto è accaduto.

Poche fonti certe, molte fonti memorialistiche contrastanti, pochi documenti utilizzabili in modo parziale e contraddittorio , anche di parte tedesca: per gli storici, una normale difficoltà “professionale” che fa parte del loro lavoro, e che sarebbe sormontabile se la ricerca potesse avvenire con  distacco e  serenità .   

Invece, non siamo in grado di stabilire se veramente ci fu il famoso “referendum” con cui Gandin avrebbe posto ai soldati l’alternativa fra cedere le armi, combattere i tedeschi, o continuare la guerra con loro. Sull’operato del Generale - anche lui fucilato -  e sulla lunga trattativa con i tedeschi che precedette i combattimenti,  esistono giudizi contrastanti, addirittura opposti. Un uomo posto di fronte a problemi drammatici ed insolubili? La vittima di ordini superiori equivalenti ad una condanna a morte ? Un comandante abbandonato dal Suo stesso comando e dagli Alleati? Un saggio temporeggiatore che fece del suo meglio per evitare la catastrofe? Un indeciso che perse del tempo prezioso? O addiritura un traditore, un “filotedesco” che voleva cedere  ma fu scavalcato dalla volontà di resistere dei suoi uomini, e poi giustificò al nemico il mancato accordo con la disubbidienza di costoro, esponendo la Divisione al trattamento da “banditi”? 

Di conseguenza, si è divisi  anche sul giudizio riguardo chi, fra le fila italiane, fin dall’8 settembre, fece pressione perchè si combattesse senza esitazioni contro i tedeschi. Furono  eroi o irresponsabili  insubordinati  gli artiglieri che, in corso di trattativa,  aprirono il fuoco contro i primi mezzi da sbarco tedeschi? Furono eroi o traditori quelli che consegnarono  armi ai partigiani greci dell’ELAS, per poi unirsi a loro nelle attività di guerriglia?  

Molti di voi avranno già capito che le risposte a queste domande hanno implicazioni politiche. Le quali, come al solito, allontanano dalla verità. Nel 2001 il mio ben più illustre omonimo , l’allora presidente Ciampi, rese solennemente omaggio ai Caduti indicando nel sacrificio dei nostri militari il primo atto di Resistenza contro il nazismo. Fu probabilmente  quell’ intervento a riaccendere le polemiche, e per qualche tempo la quasi-dimenticata Cefalonia divenne popolare,  per effetto di un noto film holliwoodiano, tratto da un best-seller,  e di una fiction televisiva che vedeva come protagonista Zingaretti. 

Così, si è riaperta anche la discussione sul numero delle vittime, con “versioni” che vanno da meno di 2000 a 9000, o più. Come se ridimensionare o sovradimensionare la strage potesse in qualche modo modificare il giudizio sull’eccidio. E purtroppo, la contabilità del massacro non si potrà mai determinare con esattezza, anche perchè i documenti di parte italiana furono distrutti prima della resa, mentre i tedeschi fecero di tutto per occultare i corpi degli uccisi bruciandoli, infoibandoli,  gettandoli in mare, uccidendo i marinai italiani costretti a quella macabra mansione. In certi casi, si ha quasi l’impressione che ridurre il “numero” ai minimi termini, in qualche modo, voglia far passare in secondo piano la ferocia nazista, facendo assomigliare le esecuzioni ad un duro ma inevitabile atto di rappresaglia contro dei “ribelli”. Così come è vero che le cifre per lungo tempo “consolidate”, che - considerando anche la successiva morte in mare o  nei lager di molti prigionieri - comportavano il quasi totale annientamento della “Acqui” (forte di circa 11.500 effettivi) erano chiaramente esagerate, perchè assommavano fonti memorialistiche prive di  effettivi riscontri. Ma a questo punto il nostro lettore avrà già percepito la sostanziale sterilità della polemica sui “numeri”, rispetto alla portata drammatica degli avvenimenti. Io un’idea me la sono fatta (come sapete, amo approfondire…) , sia sulle “cifre” che sulla vicenda nel suo insieme,  ma preferisco non esprimerla, almeno per ora: non ho nessuna intenzione di contribuire ad una polemica che solo una ulteriore, obiettiva analisi storica potrà chiarire.

Vi confesso che vistando quei luoghi, con i calzoncini e la ciabatte da turista, non pensavo alle cifre, al referendum, alle trattative fra Gandin , i tedeschi e i suoi stessi ufficiali. Provavo solo tristezza. E avevo un po’ di vergogna per non essermi fermato, nel centro di Argostoli , a comprare dei fiori. Io e mia moglie abbiamo scattato qualche foto, che posterò qui appena possibile. Poi la mia vacanza è proseguita. Cefalonia è un posto unico al mondo, che si lascia con il desiderio di tornarvi. Ma se avrete la fortuna di andarci, sacrificate mezz’ora del vostro tempo, visitate quei luoghi: vi assicuro che il vostro modo di sentirvi italiani non sarà più lo stesso. E  ricordatevi di lasciare un fiore, o almeno una preghiera,  in memoria di  coloro che non sono tornati.       

Vincenzo