Archivio del mese di Luglio, 2008
Il 25 luglio 1943 e le congiure parallele
Ritorno per l’occasione sul saggio pubblicato nel febbraio scorso, “Le congiure parallele”, che miei lettori sanno essere dedicato alla ricostruzione della congiura che portò all’uccisone di Giulio Cesare. Il titolo evocava la posizione, perlomeno ambigua, del console Marco Antonio , destinato a nel giro di poche ore a rivelarsi il vero “beneficiario politico” del cesaricidio.
A distanza di duemila anni, e a poche centinaia di metri dal luogo di quel delitto, si consumò nel luglio del 1943 l’eliminazione politica di un altro celebre dittatore. Alle 17,10 del 24 luglio, infatti, ebbe inizio a Palazzo Venezia la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, culminata con la messa in votazione, a notte fonda, dell’”Ordine del Giorno Grandi”. E’ noto che, nonostante la posizione contraria di Mussolini, quel documento - che caldeggiava la restituzione alla Corona di tutte le sue prerogative statutarie - ebbe la maggioranza, e fornì al re il pretesto formale per la destituzione del duce. Il siluramento - seguito dall’ arresto - ebbe luogo nel pomeriggio del 25, a Villa Savoia, dove Mussolini si era recato a colloquio con il Re.
La drammatica seduta del Gran Consiglio è entrata nella mitologia storica: è opinione diffusa, infatti, che a liquidare il regime sia stata l’approvazione del documento redatto da Dino Grandi, e appoggiato soprattutto da Federzoni, Bottai, De Marsico e Ciano. La Repubblica di Salò, pochi mesi dopo, avallò la tesi del complotto e del tradimento e con legge retroattiva promosse il processo - farsa di Verona, che mel gennaio del ‘44 portò alla fucilazione di Ciano e di altri quattro gerarchi (De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi) che lo avevano approvato. Per gli altri firmatari una condanna a morte in contumacia che non potè essere eseguita, essendosi costoro già messi in salvo.
In realtà, le vicende del 24-25 luglio rappresentano un classico esempio di “congiure parallele”. La seduta del Gran Consiglio costituiva un fatto importante, ma non decisivo, perchè interveniva a facilitare decisioni già prese , e oggettivamente inevitabili.
La situazione bellica era definitvamente compromessa. All’inizio dell’estate, era vicina al collasso: lo sbarco in Sicilia degli Alleati aveva dimostrato come anche il territorio nazionale fosse indifendibile. In quei mesi, figure del mondo economico o della vecchia classe politica liberale avevano sondato il terreno per una pace separata, che era senz’altro di interesse anche per gli Alleati. Qualsiasi “sganciamento” era però subordinato - sotto la formula della “resa incondizionata” - alla liquidazione del regime.
Dino Grandi aveva ricevuto dal Re, pur fra reticenze ed ambiguità, una sorta di mandato a creargli un pretesto “costituzionale”per procedere alla rimozione di Mussolini. La preoccupazione principale era la reazione tedesca, unita alla consapevolezza che la Casa regnante non potesse che essere travolta dalla tragedia del Paese. Perdendo mesi preziosi, la monarchia sperava ancora di salvare se stessa, e cercava chi potesse provocare una svolta dall’interno del regime. E’ quello che Grandi, coraggiosamente, fece: convinto che si dovesse addirittura ribaltare il fronte , e schierarsi con gli angloamericani, elaborò il suo documento sottoponendolo prima ai colleghi su cui sapeva di poter contare, e poi preparandosi cinicamente ad ottenerne l’approvazione in corso di riunione, soprattutto da parte di chi non ne comprendeva la vera portata.
Nel frattempo, però, gli alti comandi militari avevano già preparato i piani per l’arresto di Mussolini, anche a costo di forzare la mano al Re: si era perfino giunti alla determinazione di eliminarlo, se necessario. In ogni caso, tutto si sarebbe concluso entro luglio.
Il pronunciamento del Gran Consiglio ebbe la funzione di evitare un trapasso traumatico, con relativi spargimenti di sangue. Vittorio Emanuele III ebbe il pretesto per vincere le sue stesse resistenze ad assumere una decisione che giungeva, peraltro, in tragico ritardo. La dichiarata fedeltà alla Corona di Grandi e dei personaggi a lui vicini gli avrebbe lasciato mano libera nella determinazione del nuovo governo: la scelta era già caduta su Badoglio. Gli esponenti del fascismo - anche quelli che avevano appoggiato l’inizativa di Grandi - ne sarebbero stati esclusi.
Così, lo stesso Grandi non ebbe alcuna parte nelle decisioni che fecero seguito alla caduta di Mussolini. Il suo principale auspicio era che si uscisse subito dalla guerra. Ciò avvenne solo l’8 settembre, dopo cinque settimane di ambiguità e traccheggiamenti, il cui esito catastrofico è noto a tutti.
Pubblicato il: Luglio 24th, 2008 under Varie.
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