Intervento di Giusto Traina
I libri che presentiamo oggi trattano di un periodo chiave della storia romana, il passaggio dalla repubblica al principato. La data canonica di questo passaggio è ben nota: il 27 a.C., quando Gaio Giulio Cesare Ottaviano prese il cognomen di Augusto. La propaganda di Augusto teneva a presentare il suo governo come la restaurazione delle tradizioni repubblicane dopo le derive delle guerre civili, ma di fatto, se tecnicamente le istituzioni romane venivano solo ritoccate, si trattava di una svolta autoritaria, o meglio di una rivoluzione, per l’appunto quella che gli storici definiscono la Rivoluzione romana. L’espressione si deve a sir Ronald Syme, che aveva pubblicato il libro The Roman Revolution nel 1939, nel momento più critico del « secolo breve ». Syme aveva tratteggiato il suo Augusto pensando fortemente ai dittatori che premevano gran parte dell’Europa sotto i loro stivali, e stavano per coinvolgerla in una terribile guerra e in una serie di orrori collaterali. A differenza da altri storici del tempo, Syme non si limitava a definire la personalità politica dei grandi protagonisti di questo passaggio, come Cesare, Pompeo, Augusto. Syme aveva scelto un metodo diverso, sfruttando quel tipo particolare di indagine storica che si definisce «prosopografia », la ricerca degli individui per delinearne la biografia. Prima di lui, positivi eruditi avevano spianato la strada, raccogliendo schede su schede di tutti i personaggi noti e meno noti. Una ricerca tediosa e apparentemente poco esaltante, se chi la fa è uno studioso che si contenta e si compiace della propria diligente erudizione. Ma un materiale preziosissimo se chi lo tratta è uno storico di razza come Syme, capace non solo di far parlare i documenti e di far rivivere i suoi personaggi, anche quelli più oscuri, ma anche di trasformare il suo discorso in una riflessione sui propri tempi. Non a caso, il suo libro genero’ i maggiori stimoli e le reazioni più significative solo a guerra finita, almeno da parte di chi, sulla scia di un Benedetto Croce, riteneva che tutta la storia sia storia contemporanea.
Ora, pero’, molti anni ci separano dall’epoca di Syme, quando certamente l’Europa era meno alfabetizzata, ma tutti gli operatori culturali e i politici sapevano chi fossero Cesare e Augusto, e riuscivano addirittura a situarli nello spazio e nel tempo. Nell’Inghilterra pre-thatcheriana, prima di dirigersi a studi più solidi di diritto o di economia, la ruling class molto spesso cominciava da una laurea breve in lettere classiche. Un altro Ciampi, il nostro ex presidente Carlo Azeglio, prima di diventare direttore della Banca d’Italia aveva studiato latino e greco alla Normale di Pisa. Ora, pero’, non equivocate: non sto affatto cercando di convincervi che era meglio quando si temeva ancora di morire democristiani, e non aspettatevi da me il pistolotto sulla decadenza dei valori culturali con il riferimento d’obbligo alle veline o ai calciatori, ovvero allo sconcertante, e quel che è peggio forse calcolato, strafalcione su Romolo e Remolo. Come storico di professione, anche se non sono mai stato obbligato a un particolare giuramento, ritengo infatti di avere l’obbligo di documentarmi prima di giudicare, pratica sempre più desueta e praticamente rimossa in un’epoca che valorizza la doxa, l’opinione. I comunicati che hanno preannunciato questo evento sul web insistono sulla dimensione politica, ammiccano a un confronto tra l’ieri e l’oggi. Un atteggiamento di tutto rispetto ma che mi lascia più freddo, in quanto, almeno a mio modo di vedere, per lo studio dell’antico è più utile e affascinante definire non tanto analogie, attualità, o peggio insegnamenti e moniti, quanto un “inventario delle differenze”In ogni caso, devo dire che la pubblicazione di questi due libri rappresenta una variabile interessante rispetto all’idea che gli antichisti di professione si fanno solitamente dei non specialisti appassionati del passato e del mondo classico. Almeno in Italia, si suppone che oggi chi si volge alla Grecia e a Roma sia un pacioso antiquario, visitatore di musei e per nulla spaventato, anzi attratto da una certa terminologia esoterica, che lo fa entrare in un club a parte. Certo, non mancano i consueti riferimenti a una certa Grecia vista come nutrice di democrazia e razionalità, e anche il lettore meno sensibile al fascino della civiltà classica si sarà informato, magari da una corsiva lettura delle pagine culturali dei quotidiani, chesso’, almeno sul dilemma etico-giuridico rappresentato da Sofocle nell’Antigone.
Ma sono sorpreso nel vedere come nell’anno di grazia 2009 non solo si possa trovare un interesse non antiquario o aneddotico, ma anche politico per la Roma di Cesare e dei Cesari. E soprattutto, che vi sia un editore aperto al punto di puntare sulla ricaduta di questa lettura. L’operazione non è affatto semplice né indolore; e devo dire che, nell’aprire questi libri, avevo qualche sospetto e fin troppi preconcetti. Non conoscevo l’autore se non per via telematica, e sapevo soltanto che condivide alcune idee da me accennate in una breve biografia di Marco Antonio. Idee peraltro indimostrabili sulla base di una rigorosa analisi storica, che al massimo si potrebbero giustificare con la condiscendenza di quegli empirici ma sensati studiosi che sono i britannici, che tendono a classificare i colleghi italiani come simpatici mistificatori dal motto « se non è vero è ben trovato » (l’espressione resta in italiano nel testo ma, sospetto che sia stata inventata dagli inglesi). Insomma, aprendo i libri di Enzo Ciampi mi trovavo combattuto : da una parte, il mio ipertrofico ego incuriosito e lusingato per questi sviluppi in una forma romanzata, l’unica possibile, di quello che avevo già espresso con le reticenze di chi è tenuto alle dovute cautele per non offendere Clio, amante generosa quanto esigente. Dall’altra, il nervo vago reagiva e mi diceva: vabbé, sarà un Montanelli 2.0. Avete presente, la Storia di Roma di Indro Montanelli, uno dei volumi più riusciti tra le sue opere storiche, e al tempo stesso inguaribilmente kitsch per la tendenza a ridurre gli eventi e i personaggi alle categorie del giornalismo d’attualità. E poi temevo soprattutto che si trattasse di romanzi storici : un genere che in Italia è pericoloso affrontare almeno quanto la fantascienza, e che in genere non trovo di particolare interesse. Intendiamoci, è questione di gusti e di tolleranza ridotta. Personalmente, detesto anche il ritratto dell’imperatore Adriano, nei fatti un despota imperialista e parvenu, trasformato in un esteta decadente dalla pur elegante penna di Marguerite Yourcenar. E poi, il film che mi ero fatto in partenza mi rammentava opere oggi dimenticate, e pour cause, come « I tre schiavi di Giulio Cesare » di Riccardo Bacchelli o anche la più allegra « Avventura nel primo secolo » di Paolo Monelli. Quanto a precedenti relativamente più illustri come « Quo vadis ? », « Gli ultimi giorni di Pompei » o « Ben Hur », essi devono essenzialmente la loro fama alla loro grande e ripetuta fortuna cinematografica. Traquilli, Enzo Ciampi ci ha risparmiato tutto cio’, anche se il libro su Fulvia potrebbe essere una buona base per un biopic, magari con Monica Bellucci come protagonista e Kim Rossi Stuart nella parte di Clodio*.
Anzitutto, abbiamo qui una lettura godibile e uno stile che raccomanderei a molti dei miei colleghi, che anche quando si cimentano nella divulgazione pensano più alle critiche dei loro simili che alla pazienza del lettore. E poi, una visione chiara e ben definita degli eventi, che per questo periodo si rivela particolarmente istruttiva. La storia della tarda repubblica non è condizionata dalla genialità manipolatrice di un Tacito, che ci fa apparire il principato giulio-claudio come un incubo per i senatori resi schiavi di un potere dispotico e ingiusto, e al tempo stesso riduce l’intera dimensione del Mediterraneo a una questione di equilibri di potere e intrighi. Gli storici che documentano questo periodo presentano una visione contraddittoria, e proprio per questo diversificata. E soprattutto abbiamo la testimonianza lasciata da un protagonista d’eccezione, Marco Tullio Cicerone. Qui, con Ciampi abbiamo una totale comunità di giudizio : non so, e appunto gli chiedo, se lui abbia focalizzato nel grande oratore ciociaro una sorta di analogia con un celebre politico dei nostri giorni, del resto fondatore e presidente del Centro di studi ciceroniani. Ma di certo, anche senza attualizzare inutilmente la politica di allora e quella di oggi, non vi è niente di più disgustosamente ipocrita di uno slogan come cedant arma togae, soprattutto detto da chi, proconsole di Cilicia nel 51 a.C., si era guadagnato il titolo di generale vittorioso massacrando una popolazione locale magari non troppo pacifica, ma che certo non minacciava particolarmente l’ordine romano.
Enzo Ciampi non scrive da storico, ma in qualche maniera applica a un periodo lontano la tecnica del giornalismo d’inchiesta. Questo appare sia dalla ricostruzione sulle Idi di marzo, sia dal libro su Fulvia, che ho trovato molto più istruttivo di certe applicazioni ripetitive dei gender studies alle figure di donne dell’antica Roma. Bisogna dire che con Fulvia il compito è meno arduo : sappiamo bene quanto sia difficile per uno scrittore uomo delineare un personaggio donna, insomma entrare in una scrittura al femminile. Per quanto Fulvia fosse una donna affascinante, la sua passione per la politica, vista con il filtro della mentalità romana, le permetteva senz’altro di essere promossa uomo sul campo. Ma vorrei chiudere qui e, prima di aprire il dibattito, vorrei sottolineare un aspetto essenziale di questi libri. Pur attenendosi al dovuto distacco critico, Enzo rivela qui una sincera passione per la politica, cosa che non posso non ammirare in una situazione, almeno attualmente, disperata. Io resto molto più distaccato, e non solo perché, come ho detto, uno storico deve saper anzitutto osservare. Più bassamente, provo sempre più la voglia di astrarmi da certe notizie e da certi personaggi, un desiderio che per quanto egoistico, potrebbe essere giustificato dall’istinto di conservazione. Ma poi si sa come si va a finire : come quei notabili togati della poesia di Kavafis, che se ne stavano li’ ad aspettare i barbari, sperando che il loro violento arrivo potesse almeno risolvere qualcosa. E questo, a Clio, spiacerebbe.
*L’Editore, vai a sapere perché, non ama la Bellucci. Si è quindi aperto un ampio dibattito, che a cena è degenerato con le proposte più oltraggiose : Jeremy Irons come Cesare, Carlo Verdone come Cicerone e via tracannando.