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La tigre di Lorenzo Pavolini

“Accanto alla tigre” di  Lorenzo Pavolini

 

 

Ci sono libri che , nel momento in cui compaiono sugli scaffali, tu sai che dovrai leggerli. Per me “Accanto alla tigre”, di Lorenzo Pavolini è stato uno di quei libri.

Il motivo, per quel che importa, possono intuirlo coloro che mi conoscono ed hanno letto “Mio cugino il fascista”. Non tanto perché la figura di Alessandro Pavolini compare sullo sfondo, in alcune scene,  quanto perché il protagonista Alex è molto “pavoliniano”, nell’essere interprete di quel fascismo, nel suo modo di parlare e di pensare, ed anche nel modo di affrontare la morte. 

A ciò si aggiunga il fatto che all’epoca, nel 2005 - attratto come sono dalle vite dei grandi perdenti -  ero seriamente intenzionato a scrivere una biografia del gerarca morto a Dongo nell’aprile del 1945. Non un romanzo biografico o una biografia romanzata, bensì una “vera” biografia.

Per fortuna, non l’ho fatto.

Non sapevo, confesso, che Lorenzo Pavolini fosse il nipote di Alessandro; e non potevo sapere che pochi anni dopo ne avrebbe scritto. Ma ora questo libro c’è,  ed anche questa è una fortuna ; perché l’Autore ha deciso , a un certo punto della sua vita, di guardare negli occhi la tigre che gli camminava accanto da sempre, la stessa che suo nonno aveva cavalcato fino in fondo.Fino all’ultimo giorno.

 

Alessandro Pavolini era la RSI.  La impersonava più di Mussolini stesso, che dopo il 25 luglio aveva dichiarato la propria morte politica. Di questa vicenda, la storiografia ci aveva già detto molto. Pavolini era l’uomo che aveva condotto il caotico Congresso di Verona, nell’autunno del 1943, riaffermando la fedeltà all’alleato nazista, confermando lo status di nemico del popolo ebraico, legittimando la vendetta retroattiva nei confronti di chi aveva firmato l’Ordine del Giorno Grandi. Era l’uomo che aveva voluto e ottenuto con determinazione la fucilazione di Ciano, al quale doveva la sua carriera politica, assumendosi la responsabilità di non trasmettere a Mussolini le domande di grazia dei cinque giustiziandi. Era l’uomo che aveva  voluto rimettere in divisa gli iscritti al partito, creando le Brigate nere, perfettamente conscio del fatto che la sconfitta era imminente, e che i tedeschi avrebbero riconosciuto ai  repubblichini il compito di meri gendarmi delle retrovie , esecutori delle repressioni antipartigiane;  forse  consapevole anche  che  a guerra finita, ciò avrebbe comportato la condanna a morte di molti miliziani per il solo fatto di avere indossato quella divisa. Era l’uomo che aveva vagheggiato , negli ultimi giorni , l’estrema resistenza nel “Ridotto della Valtellina”, accanto alle ceneri di Dante. Era, infine, l’uomo catturato dai partigiani ferito e con le armi in pugno, unico nel gruppo fucilato sul lungolago di Dongo.

Questo era il Pavolini Alessandro nel suo consolidato clichè un po’ tetro, un po’ romantico, un po’ robespierriano di fanatico e integralista difensore del regime morente. 

Suo nipote Lorenzo, fino al momento in cui non ha guardato negli occhi la tigre, aveva non dimenticato , ma rimosso quella figura , quasi volesse affidarla ad un impossibile oblio.

 

La sua narrazione  dà conto in pieno dell’accettazione di tale impossibilità, e di come si sia imposta, giorno dopo giorno, la ricerca di una verità più profonda, quale che fosse.

Scritte sui muri di neofascisti nostrani, inneggianti al nonno, e il primo impulso di cancellarle; le fotografie  dei cadaveri appesi a testa in giù a Piazzale Loreto; spezzoni di ricordi di famiglia, o di testimonianze spurie e incomplete; conversazioni con chiunque fosse in grado di dire qualcosa in più su quell’epoca e su quegli uomini. Visite fallite al cimitero milanese dove sono sepolti i repubblichini morti nella primavera del ’45, compreso Alessandro; indizi e stimoli fra i più disparati, spesso descritti con ironia, tutti convergenti verso gli occhi della tigre.

E alla base di tutto, le domande inevitabili: chi era Alessandro Pavolini? Cosa ha spinto un intellettuale gentile e raffinato, nonché scrittore di talento, a cavalcare la tigre? Qual’era il fascismo in cui credeva? Quali erano i suoi valori di uomo, al di fuori della politica? Qual’era il suo reale rapporto con la violenza, la guerra, la vendetta politica?  Qual’era la sua intima percezione della vita e della morte?

Le risposte, spesso mediate e sfumate, mai apodittiche, le lascio volentieri alla lettura di questa narrazione, permettendo al lettore di conservare intatto il valore del percorso e condividere con l’Autore il senso della scoperta,  che è la cosa più importante.

 

In quest’opera  la scrittura cresce man mano che si procede, che si conosce, che si scopre.

Sono convinto che sia un risultato voluto, perché questa crescita corrisponde al superamento progressivo delle diffidenze e delle incertezze iniziali nell’intraprendere un cammino per molti anni rinviato .

Le brevi riflessioni sul senso della Storia , ben distribuite nell’opera, acquistano di sempre maggiore incisività e profondità, raggiungendo in alcuni passaggi una bellezza letteraria che non contrasta con lo stile asciutto e con la messa al bando di ogni possibile indulgenza al sentimentalismo familistico.

Quando racconta di sé, infatti, Lorenzo Pavolini sa ricorrere perfino all’understatment o all’autoironia; ma quando appare e ricompare, sempre meglio definita, la figura del nonno, le corde sono quelle di una letteratura vera , importante.  E il quadro di insieme alla fine si ricompone sempre, con tutta la tragicità di un’epoca difficile, sanguinosa, drammatica e, soprattutto,  non abbastanza conosciuta.

Fra le persone cui Lorenzo si rivolge per capire aspetti non banali del regime cui il nonno aveva devoluto anima e corpo, c’è anche Antonio Pennacchi. E’ singolare che nell’edizione dello “Strega” di quest’anno si siano ritrovati entrambi fra i finalisti,  con due lavori molto diversi che però fanno riferimento alla stessa epoca. Segno che le riflessioni sul fascismo , un po’ sclerotizzate nella storiografia ufficiale, tornano centrali nella narrativa, sulla spinta di molte domande tuttora inevase, o neppure formulate.

 

Vincenzo Ciampi

 

Lorenzo Pavolini, “Accanto alla tigre” – Galleria Fandango, 2010. Pgg. 243, euro 16,50 

 

 

 

 

 “Accanto alla tigre” di  Lorenzo Pavolini

 

 

Ci sono libri che , nel momento in cui compaiono sugli scaffali, tu sai che dovrai leggerli. Per me “Accanto alla tigre”, di Lorenzo Pavolini è stato uno di quei libri.

Il motivo, per quel che importa, possono intuirlo coloro che mi conoscono ed hanno letto “Mio cugino il fascista”. Non tanto perché la figura di Alessandro Pavolini compare sullo sfondo, in alcune scene,  quanto perché il protagonista Alex è molto “pavoliniano”, nell’essere interprete di quel fascismo, nel suo modo di parlare e di pensare, ed anche nel modo di affrontare la morte. 

A ciò si aggiunga il fatto che all’epoca, nel 2005 - attratto come sono dalle vite dei grandi perdenti -  ero seriamente intenzionato a scrivere una biografia del gerarca morto a Dongo nell’aprile del 1945. Non un romanzo biografico o una biografia romanzata, bensì una “vera” biografia.

Per fortuna, non l’ho fatto.

Non sapevo, confesso, che Lorenzo Pavolini fosse il nipote di Alessandro; e non potevo sapere che pochi anni dopo ne avrebbe scritto. Ma ora questo libro c’è,  ed anche questa è una fortuna ; perché l’Autore ha deciso , a un certo punto della sua vita, di guardare negli occhi la tigre che gli camminava accanto da sempre, la stessa che suo nonno aveva cavalcato fino in fondo.Fino all’ultimo giorno.

 

Alessandro Pavolini era la RSI.  La impersonava più di Mussolini stesso, che dopo il 25 luglio aveva dichiarato la propria morte politica. Di questa vicenda, la storiografia ci aveva già detto molto. Pavolini era l’uomo che aveva condotto il caotico Congresso di Verona, nell’autunno del 1943, riaffermando la fedeltà all’alleato nazista, confermando lo status di nemico del popolo ebraico, legittimando la vendetta retroattiva nei confronti di chi aveva firmato l’Ordine del Giorno Grandi. Era l’uomo che aveva voluto e ottenuto con determinazione la fucilazione di Ciano, al quale doveva la sua carriera politica, assumendosi la responsabilità di non trasmettere a Mussolini le domande di grazia dei cinque giustiziandi. Era l’uomo che aveva  voluto rimettere in divisa gli iscritti al partito, creando le Brigate nere, perfettamente conscio del fatto che la sconfitta era imminente, e che i tedeschi avrebbero riconosciuto ai  repubblichini il compito di meri gendarmi delle retrovie , esecutori delle repressioni antipartigiane;  forse  consapevole anche  che  a guerra finita, ciò avrebbe comportato la condanna a morte di molti miliziani per il solo fatto di avere indossato quella divisa. Era l’uomo che aveva vagheggiato , negli ultimi giorni , l’estrema resistenza nel “Ridotto della Valtellina”, accanto alle ceneri di Dante. Era, infine, l’uomo catturato dai partigiani ferito e con le armi in pugno, unico nel gruppo fucilato sul lungolago di Dongo.

Questo era il Pavolini Alessandro nel suo consolidato clichè un po’ tetro, un po’ romantico, un po’ robespierriano di fanatico e integralista difensore del regime morente. 

Suo nipote Lorenzo, fino al momento in cui non ha guardato negli occhi la tigre, aveva non dimenticato , ma rimosso quella figura , quasi volesse affidarla ad un impossibile oblio.

 

La sua narrazione  dà conto in pieno dell’accettazione di tale impossibilità, e di come si sia imposta, giorno dopo giorno, la ricerca di una verità più profonda, quale che fosse.

Scritte sui muri di neofascisti nostrani, inneggianti al nonno, e il primo impulso di cancellarle; le fotografie  dei cadaveri appesi a testa in giù a Piazzale Loreto; spezzoni di ricordi di famiglia, o di testimonianze spurie e incomplete; conversazioni con chiunque fosse in grado di dire qualcosa in più su quell’epoca e su quegli uomini. Visite fallite al cimitero milanese dove sono sepolti i repubblichini morti nella primavera del ’45, compreso Alessandro; indizi e stimoli fra i più disparati, spesso descritti con ironia, tutti convergenti verso gli occhi della tigre.

E alla base di tutto, le domande inevitabili: chi era Alessandro Pavolini? Cosa ha spinto un intellettuale gentile e raffinato, nonché scrittore di talento, a cavalcare la tigre? Qual’era il fascismo in cui credeva? Quali erano i suoi valori di uomo, al di fuori della politica? Qual’era il suo reale rapporto con la violenza, la guerra, la vendetta politica?  Qual’era la sua intima percezione della vita e della morte?

Le risposte, spesso mediate e sfumate, mai apodittiche, le lascio volentieri alla lettura di questa narrazione, permettendo al lettore di conservare intatto il valore del percorso e condividere con l’Autore il senso della scoperta,  che è la cosa più importante.

 

In quest’opera  la scrittura cresce man mano che si procede, che si conosce, che si scopre.

Sono convinto che sia un risultato voluto, perché questa crescita corrisponde al superamento progressivo delle diffidenze e delle incertezze iniziali nell’intraprendere un cammino per molti anni rinviato .

Le brevi riflessioni sul senso della Storia , ben distribuite nell’opera, acquistano di sempre maggiore incisività e profondità, raggiungendo in alcuni passaggi una bellezza letteraria che non contrasta con lo stile asciutto e con la messa al bando di ogni possibile indulgenza al sentimentalismo familistico.

Quando racconta di sé, infatti, Lorenzo Pavolini sa ricorrere perfino all’understatment o all’autoironia; ma quando appare e ricompare, sempre meglio definita, la figura del nonno, le corde sono quelle di una letteratura vera , importante.  E il quadro di insieme alla fine si ricompone sempre, con tutta la tragicità di un’epoca difficile, sanguinosa, drammatica e, soprattutto,  non abbastanza conosciuta.

Fra le persone cui Lorenzo si rivolge per capire aspetti non banali del regime cui il nonno aveva devoluto anima e corpo, c’è anche Antonio Pennacchi. E’ singolare che nell’edizione dello “Strega” di quest’anno si siano ritrovati entrambi fra i finalisti,  con due lavori molto diversi che però fanno riferimento alla stessa epoca. Segno che le riflessioni sul fascismo , un po’ sclerotizzate nella storiografia ufficiale, tornano centrali nella narrativa, sulla spinta di molte domande tuttora inevase, o neppure formulate.

 

Vincenzo Ciampi

 

Lorenzo Pavolini, “Accanto alla tigre” – Galleria Fandango, 2010. Pgg. 243, euro 16,50 

 

 

 

Il laboratorio di scrittura riapre ad ottobre

Laboratorio di scrittura 2010 - 11

 

Sede: Associazione “Insieme per Fare”, Via Pelagosa 3, Roma  (Zona Montesacro) - tel 068185374

 

Orari degli incontri: h : 20,15 - 22, ogni venerdi, con cadenza quindicinale per ciascuna “classe”. Da ottobre 2010 a maggio 2011.

 

Costo di partecipazione: Euro 350 , con possibilità di rateizzazione in tre tranhces per studenti e studentesse  (*)

 

Data del primo incontro: venerdi 8 ottobre 2010

 

Numero max di partecipanti per ciascuna classe (non derogabile) : 12 (con diritto di precedenza in ordine di iscrizione)

 

 

L’attività quest’anno prevede la divisione in due gruppi: la replica del percorso base, e il completamento del biennio per chi ha già partecipato alla precedente esperienza, o sia in possesso dei requisiti che verranno illustrati più oltre.

 

 

Percorso base

 

Non ci sono limiti di età o di livello di  istruzione per i partecipanti.

L’esperienza del primo anno è risultata estremamente coinvolgente dal punto di vista umano, prima ancora che da quello espressivo: sulla scorta di queste indicazioni, verrà replicata la medesima metodologia già messa a punto in corso d’opera,  adattata alle caratteristiche del gruppo che si andrà a costituire e alle individualità che ne faranno parte.

La partecipazione al laboratorio non può ovviamente assicurare nè il successo letterario, nè la qualifica di “scrittore”; quindi non richiede necessariamente l’ambizione a conseguire tali obiettivi. Lo scopo principale è quello di scoprire e coltivare le potenzialità che possono rendere più libera, consapevole ed efficace la capacità di comunicare esperienze ed emozioni attraverso la scrittura.  L’impostazione prescelta privilegia la narrativa, ma un percorso di questo genere si adatta perfettamente anche a chi intende migliorare il proprio approccio a forme non letterarie di comunicazione scritta . O semplicemente la propria sensibilità come lettore.

Ciò passa necessariamente attraverso l’individuazione e la rimozione di una serie di barriere che si creano fra noi e la “pagina bianca”, che spesso inibiscono la capacità di esprimerci,  portano a ritenere troppo arduo realizzare il desiderio di strutturare un racconto, o fanno apparire come insostenibile la prospettiva di sottoporlo ad un “pubblico”. L’osservazione delle realtà quotidiana, di se stessi, e l’approccio alla lettura sono quindi gli elementi fondamentali che ci accompagneranno per tutto il corso. Ovviamente verranno proposti anche degli argomenti “tecnici”, che verranno diluiti durante il percorso e verranno sempre introdotti attraverso esempi concreti.

Partecipare al laboratorio comporterà  svolgere i cosiddetti “compiti a casa”. La cadenza quindicinale , e non settimanale , ha lo scopo di consentire, via e- mail, e su un blog riservato a noi , l’interscambio con il docente e fra gli stessi partecipanti. Non mancherà mai un “feedback” da parte mia.

Il resto vi verrà illustrato da alcuni dei partecipanti al primo anno nell’incontro di apertura, nel quale i due gruppi lavoreranno insieme.

 

“Secondo anno”

 

Sarà dedicato principalmente al romanzo.

Potranno accedervi coloro che hanno già partecipato al primo anno, e inoltre:

 chi ha già al proprio attivo pubblicazioni  significative; chi ha già partecipato a laboratori di scrittura creativa, anche di impostazione diversa da questo, ma di durata più o meno equivalente, e inoltre sia particolarmente interessato alla redazione di un romanzo.

Analizzeremo in profondità le caratteristiche di struttura e di genere del romanzo; esploreremo il processo creativo e le difficoltà principali che si incontrano nella trasformazione in forma compiuta dell’idea narrativa che è alla base del nostro progetto letterario; parleremo della caratterizzazione dei personaggi, sia i protagonisti che le figura cosiddette “minori”; personaggi che analizzeremo anche  attraverso la struttura dei dialoghi, affrontando il problema del  linguaggio che attribuiamo loro; ci confronteremo con esempi di vario genere e di varie epoche, che sceglieremo insieme e  studieremo alla luce di quanto proposto nella parte cosiddetta “teorica”.

Inoltre, per avere una visione più ampia, sono previste alcune escursioni verso due forme di scrittura diverse dal romanzo: la scrittura cinematografica, limitatamente al problema della trasposizione filmica di opere letterarie;e la scrittura teatrale, sempre con riguardo alla caratterizzazione dei personaggi attraverso il dialogo.  Argomenti cui peraltro si farà cenno , come già avvenuto, anche nella parte finale del corso base.

 

 

Soprattutto per chi è interessato al corso base, è previsto un incontro conoscitivo - non obbligatorio - di circa un’ora, presso la stessa Sede, che avrà luogo martedi 28 settembre alle ore 19,30, data-limite per raccogliere le iscrizioni e le quote relative. Sarà mia cura invitare anche alcuni dei partecipanti al “Lab” 2009-10, ai quali, se vorrete, potrete rivolgere delle domande. Vi prego di preannunciare per tempo  la vostra presenza. Chi non potesse essere presente il 28/9, ma intenda partecipare al corso, può contattarmi via mail .

 

La mail di riferimento è: vin_ciam@virgilio.it

 

A presto

 

Vincenzo Ciampi

 

 

(*) - Essendo il corso a numero chiuso, l’accettazione di un’iscrizione potrebbe comportare l’esclusione di altre per cui, anche in presenza di rateizzazione, l’iscrizione si intenderà impegnativa per tutto il periodo.

Inizia il laboratorio di scrittura - 16 ottobre 2009

Il mio corso di scrittura si terrà da ottobre 2009 a maggio 2010 presso la Sede dell’Associazione onlus “Insieme per fare”, in Via Pelagosa 3, Roma .Il primo incontro avrà luogo venerdi 16 ottobre alle ore 20. La cadenza sarà quindicinale, sempre il venerdi alle 20. Gli incontri dureranno, mediamente, circa un’ora e mezzo. La quota di partecipazione individuale è di euro 180 (centottanta). Per la filosofia del corso e la metodologia che verrà seguita, Vi rimando alla sezione “scrittura creativa”, dove ho postato tempo fa un “pezzo” esplicativo.L’iscrizione va comunicata alla Segreteria dell’Associazione al n° 068185374 .Per qualsiasi informazione o chiarimento potete contattarmi su questo sito.Vi aspettoVincenzo Ciampi

“Lezione di storia” (che lezione non è) : Roma, 26 luglio, Villa Celimontana, ore 18,30

La Libreria “Nero su Bianco” , nell’ambito di Celimontana Jazz, ha organizzato una piccola “Piazzetta del Libro”, che nelle ultime tre settimane ha già ospitato incontri con numerosi autori (ha “aperto” Stefano Benni).Domenica 26, alle 18:30, è previsto un incontro(”Lezione di Storia”) che ha il seguente tema: Il Mito nella storia. Le domande proposte a chi interverrà sono: come scindere il personaggio dal mito? E come si insegna la Storia?Parteciperanno Tommaso di Carpegna Falconeri ( docente di Storia Medievale all’Univ. di Urbino), autore de “L’uomo che si credeva Re di Francia”; lo scrittore e giornalista Marco Brando, autore de “Lo strano caso di Federico II di Svevia”; e il sottoscritto, il vostro Vincenzo Ciampi, il quale - come alcuni di voi già sanno - ha scritto due romanzi e un piccolo saggio a contenuto (prevalentemente) storico.Naturalmente non sarà una “lectio” - chi organizza non vuol fare concorrenza ai celebri incontri all’Auditorium - bensì una conversazione piuttosto informale, all’ombra di un platano, sul modo in cui la Storia viene percepita e divulgata. Su come si dovrebbe” insegnare”,invece, è probabile che lo storico presente dica la sua. Io, al massimo, ho provato a raccontarla.Non parlerò dei miei libri, ma dirò qualcosa sul mito della follia nella storia ( e nella letteratura). Nulla di teorico. Se vi farà piacere, vi intratterrò sulla “follia” dell’imperatore Caligola, partendo dall’ipotesi che la sua presunta demenza fosse una costruzione a posteriori di storici ostili, mentre molti suoi “atti” folli, riportati alla politica del tempo, erano semplicemente efficacissime provocazioni. Compreso il cavallo-senatore, e le matrone dei ceti elevati “costrette” a prostituirsi. Se ci sarà tempo, farò un esempio tratto dal secolo scorso, sul tema “la follia come giustificazione del male”.Può interessarvi?Bene. Se passate da quelle parti, anche tornando dal mare (vige un regime di ciabatta libera) venitemi a trovare. Magari saremo in pochi, ma buoni. Mal che vada, la sera ci sono sempre interessanti esibizioni musicali, così potrete rifarvi.Vi aspettoVincenzo

26 giugno a Roma: “Auroralia” . L’Enzo Ciampi in locandina sono io.

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L’intervento di Giusto Traina - Roma, 29 aprile, libreria “Nero su Bianco”

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Intervento di Giusto Traina

I libri che presentiamo oggi trattano di un periodo chiave della storia romana, il passaggio dalla repubblica al principato. La data canonica di questo passaggio è ben nota: il 27 a.C., quando Gaio Giulio Cesare Ottaviano prese il cognomen di Augusto. La propaganda di Augusto teneva a presentare il suo governo come la restaurazione delle tradizioni repubblicane dopo le derive delle guerre civili, ma di fatto, se tecnicamente le istituzioni romane venivano solo ritoccate, si trattava di una svolta autoritaria, o meglio di una rivoluzione, per l’appunto quella che gli storici definiscono la Rivoluzione romana. L’espressione si deve a sir Ronald Syme, che aveva pubblicato il libro The Roman Revolution nel 1939, nel momento più critico del « secolo breve ». Syme aveva tratteggiato il suo Augusto pensando fortemente ai dittatori che premevano gran parte dell’Europa sotto i loro stivali, e stavano per coinvolgerla in una terribile guerra e in una serie di orrori collaterali. A differenza da altri storici del tempo, Syme non si limitava a definire la personalità politica dei grandi protagonisti di questo passaggio, come Cesare, Pompeo, Augusto. Syme aveva scelto un metodo diverso, sfruttando quel tipo particolare di indagine storica che si definisce «prosopografia », la ricerca degli individui per delinearne la biografia. Prima di lui, positivi eruditi avevano spianato la strada, raccogliendo schede su schede di tutti i personaggi noti e meno noti. Una ricerca tediosa e apparentemente poco esaltante, se chi la fa è uno studioso che si contenta e si compiace della propria diligente erudizione. Ma un materiale preziosissimo se chi lo tratta è uno storico di razza come Syme, capace non solo di far parlare i documenti e di far rivivere i suoi personaggi, anche quelli più oscuri, ma anche di trasformare il suo discorso in una riflessione sui propri tempi. Non a caso, il suo libro genero’ i maggiori stimoli e le reazioni più significative solo a guerra finita, almeno da parte di chi, sulla scia di un Benedetto Croce, riteneva che tutta la storia sia storia contemporanea.

Ora, pero’, molti anni ci separano dall’epoca di Syme, quando certamente l’Europa era meno alfabetizzata, ma tutti gli operatori culturali e i politici sapevano chi fossero Cesare e Augusto, e riuscivano addirittura a situarli nello spazio e nel tempo. Nell’Inghilterra pre-thatcheriana, prima di dirigersi a studi più solidi di diritto o di economia, la ruling class molto spesso cominciava da una laurea breve in lettere classiche. Un altro Ciampi, il nostro ex presidente Carlo Azeglio, prima di diventare direttore della Banca d’Italia aveva studiato latino e greco alla Normale di Pisa. Ora, pero’, non equivocate: non sto affatto cercando di convincervi che era meglio quando si temeva ancora di morire democristiani, e non aspettatevi da me il pistolotto sulla decadenza dei valori culturali con il riferimento d’obbligo alle veline o ai calciatori, ovvero allo sconcertante, e quel che è peggio forse calcolato, strafalcione su Romolo e Remolo. Come storico di professione, anche se non sono mai stato obbligato a un particolare giuramento, ritengo infatti di avere l’obbligo di documentarmi prima di giudicare, pratica sempre più desueta e praticamente rimossa in un’epoca che valorizza la doxa, l’opinione. I comunicati che hanno preannunciato questo evento sul web insistono sulla dimensione politica, ammiccano a un confronto tra l’ieri e l’oggi. Un atteggiamento di tutto rispetto ma che mi lascia più freddo, in quanto, almeno a mio modo di vedere, per lo studio dell’antico è più utile e affascinante definire non tanto analogie, attualità, o peggio insegnamenti e moniti, quanto un “inventario delle differenze”In ogni caso, devo dire che la pubblicazione di questi due libri rappresenta una variabile interessante rispetto all’idea che gli antichisti di professione si fanno solitamente dei non specialisti appassionati del passato e del mondo classico. Almeno in Italia, si suppone che oggi chi si volge alla Grecia e a Roma sia un pacioso antiquario, visitatore di musei e per nulla spaventato, anzi attratto da una certa terminologia esoterica, che lo fa entrare in un club a parte. Certo, non mancano i consueti riferimenti a una certa Grecia vista come nutrice di democrazia e razionalità, e anche il lettore meno sensibile al fascino della civiltà classica si sarà informato, magari da una corsiva lettura delle pagine culturali dei quotidiani, chesso’, almeno sul dilemma etico-giuridico rappresentato da Sofocle nell’Antigone.

Ma sono sorpreso nel vedere come nell’anno di grazia 2009 non solo si possa trovare un interesse non antiquario o aneddotico, ma anche politico per la Roma di Cesare e dei Cesari. E soprattutto, che vi sia un editore aperto al punto di puntare sulla ricaduta di questa lettura. L’operazione non è affatto semplice né indolore; e devo dire che, nell’aprire questi libri, avevo qualche sospetto e fin troppi preconcetti. Non conoscevo l’autore se non per via telematica, e sapevo soltanto che condivide alcune idee da me accennate in una breve biografia di Marco Antonio. Idee peraltro indimostrabili sulla base di una rigorosa analisi storica, che al massimo si potrebbero giustificare con la condiscendenza di quegli empirici ma sensati studiosi che sono i britannici, che tendono a classificare i colleghi italiani come simpatici mistificatori dal motto « se non è vero è ben trovato » (l’espressione resta in italiano nel testo ma, sospetto che sia stata inventata dagli inglesi). Insomma, aprendo i libri di Enzo Ciampi mi trovavo combattuto : da una parte, il mio ipertrofico ego incuriosito e lusingato per questi sviluppi in una forma romanzata, l’unica possibile, di quello che avevo già espresso con le reticenze di chi è tenuto alle dovute cautele per non offendere Clio, amante generosa quanto esigente. Dall’altra, il nervo vago reagiva e mi diceva: vabbé, sarà un Montanelli 2.0. Avete presente, la Storia di Roma di Indro Montanelli, uno dei volumi più riusciti tra le sue opere storiche, e al tempo stesso inguaribilmente kitsch per la tendenza a ridurre gli eventi e i personaggi alle categorie del giornalismo d’attualità. E poi temevo soprattutto che si trattasse di romanzi storici : un genere che in Italia è pericoloso affrontare almeno quanto la fantascienza, e che in genere non trovo di particolare interesse. Intendiamoci, è questione di gusti e di tolleranza ridotta. Personalmente, detesto anche il ritratto dell’imperatore Adriano, nei fatti un despota imperialista e parvenu, trasformato in un esteta decadente dalla pur elegante penna di Marguerite Yourcenar. E poi, il film che mi ero fatto in partenza mi rammentava opere oggi dimenticate, e pour cause, come « I tre schiavi di Giulio Cesare » di Riccardo Bacchelli o anche la più allegra « Avventura nel primo secolo » di Paolo Monelli. Quanto a precedenti relativamente più illustri come « Quo vadis ? », « Gli ultimi giorni di Pompei » o « Ben Hur », essi devono essenzialmente la loro fama alla loro grande e ripetuta fortuna cinematografica. Traquilli, Enzo Ciampi ci ha risparmiato tutto cio’, anche se il libro su Fulvia potrebbe essere una buona base per un biopic, magari con Monica Bellucci come protagonista e Kim Rossi Stuart nella parte di Clodio*.

Anzitutto, abbiamo qui una lettura godibile e uno stile che raccomanderei a molti dei miei colleghi, che anche quando si cimentano nella divulgazione pensano più alle critiche dei loro simili che alla pazienza del lettore. E poi, una visione chiara e ben definita degli eventi, che per questo periodo si rivela particolarmente istruttiva. La storia della tarda repubblica non è condizionata dalla genialità manipolatrice di un Tacito, che ci fa apparire il principato giulio-claudio come un incubo per i senatori resi schiavi di un potere dispotico e ingiusto, e al tempo stesso riduce l’intera dimensione del Mediterraneo a una questione di equilibri di potere e intrighi. Gli storici che documentano questo periodo presentano una visione contraddittoria, e proprio per questo diversificata. E soprattutto abbiamo la testimonianza lasciata da un protagonista d’eccezione, Marco Tullio Cicerone. Qui, con Ciampi abbiamo una totale comunità di giudizio : non so, e appunto gli chiedo, se lui abbia focalizzato nel grande oratore ciociaro una sorta di analogia con un celebre politico dei nostri giorni, del resto fondatore e presidente del Centro di studi ciceroniani. Ma di certo, anche senza attualizzare inutilmente la politica di allora e quella di oggi, non vi è niente di più disgustosamente ipocrita di uno slogan come cedant arma togae, soprattutto detto da chi, proconsole di Cilicia nel 51 a.C., si era guadagnato il titolo di generale vittorioso massacrando una popolazione locale magari non troppo pacifica, ma che certo non minacciava particolarmente l’ordine romano. 

Enzo Ciampi non scrive da storico, ma in qualche maniera applica a un periodo lontano la tecnica del giornalismo d’inchiesta. Questo appare sia dalla ricostruzione sulle Idi di marzo, sia dal libro su Fulvia, che ho trovato molto più istruttivo di certe applicazioni ripetitive dei gender studies alle figure di donne dell’antica Roma. Bisogna dire che con Fulvia il compito è meno arduo : sappiamo bene quanto sia difficile per uno scrittore uomo delineare un personaggio donna, insomma entrare in una scrittura al femminile. Per quanto Fulvia fosse una donna affascinante, la sua passione per la politica, vista con il filtro della mentalità romana, le permetteva senz’altro di essere promossa uomo sul campo. Ma vorrei chiudere qui e, prima di aprire il dibattito, vorrei sottolineare un aspetto essenziale di questi libri. Pur attenendosi al dovuto distacco critico, Enzo rivela qui una sincera passione per la politica, cosa che non posso non ammirare in una situazione, almeno attualmente, disperata. Io resto molto più distaccato, e non solo perché, come ho detto, uno storico deve saper anzitutto osservare. Più bassamente, provo sempre più la voglia di astrarmi da certe notizie e da certi personaggi, un desiderio che per quanto egoistico, potrebbe essere giustificato dall’istinto di conservazione. Ma poi si sa come si va a finire : come quei notabili togati della poesia di Kavafis, che se ne stavano li’ ad aspettare i barbari, sperando che il loro violento arrivo potesse almeno risolvere qualcosa. E questo, a Clio, spiacerebbe.

 

 

*L’Editore, vai a sapere perché, non ama la Bellucci. Si è quindi aperto un ampio dibattito, che a cena è degenerato con le proposte più oltraggiose : Jeremy Irons come Cesare, Carlo Verdone come Cicerone e via tracannando.

 

 

I miei libri sulla Roma antica: incontro con Giusto Traina - Roma, 29 aprile 2009

Il 29 aprile prossimo, alle 18,30, presso la libreria “Nero su Bianco”, P.zza San Cosimato in Trastevere, Roma, il prof. Giusto Traina parlerà dei due libri da me dedicati alla Roma di Cesare: “Le congiure parallele” e “Nulla se non il corpo”.

Traina è uno storico dell’antichità greca e romana di fama internazionale, come è testimoniato dall’incarico di dirigere la sezione su Roma Antica della ” Storia d’Europa e del Mediterraneo”, opera monumentale della Salerno Editrice.  Ha insegnato presso le Università di Perugia e Lecce, prima di trasferirsi in Francia , con incarichi presso le  Università di Paris VIII, di Louvain- la -Neive, e infine Rouen. E’ attualmente impegnato in un  progetto di ricerca sulla antica Armenia.

Un’occasione da non perdere, non solo per i miei lettori, ma per tutti gli appassionati di storia romana.

Il leit-motiv dell ‘incontro sarà la lotta politica nella Roma tardo-repubblicana, e i notevoli spunti di attualità che essa propone al lettore moderno.

All’incontro pateciperà inoltre, come moderatore,   Claudio M. Messina , titolare della casa editrice (Robin Bdv) che ha pubblicato i due lavori.

Chi fosse interessato a partecipare è invitato comunicare la propria presenza su queste pagine.

Vi aspettiamo

Vincenzo Ciampi

Donne e potere. A Roma si parla di Fulvia.

Martedì 17 febbraio, alle 18,30, appuntamento alla Libreria Rinascita di Viale Agosta 36, a Roma.

Si parlerà ancora di “Nulla se non il corpo - Fulvia, una donna di potere nell’età di Cesare”, il mio ultimo romanzo, uscito nello scorso agosto. Il tema della serata sarà “Donne e potere“, nell’antica Roma e nei nostri tempi.

L’epoca in cui visse Fulvia, la protagonista del romanzo, presenta temi e spunti di straordinaria attualità. La fortunata ricchezza delle fonti di cui disponiamo, primo fra tutti Cicerone -  grande nemico di Fulvia e del suo terzo marito, Marco Antonio - ci consente di ricostruire in modo approfondito la spietata lotta politica nella quale una matrona ricca e intelligentissima seppe ritagliarsi un ruolo di primo piano.

A introdurre gli argomenti due donne, naturalmente.

AnnaMaria Barbato Ricci è una giornalista che ha coperto incarichi di uffcio stampa e relazioni esterne in alcuni palazzi del potere romano, fra cui Palazzo Chigi.

Francesca  Leoncini   insegna lettere classiche nei licei ed è una giovane donna impegnata in politica (fa parte, fra l’altro, della Costituente del Partito Democratico).

L’attrice e poetessa Ilaria Caputo ci raggiungerà da Napoli per leggere lacuni brani del libro.

Naturalmente, ci sarò anch’io.

Vi aspettiamo. E se potete, preannunciate la vostra partecipazione, anche tramite questo sito.

Arrivederci.

Vincenzo Ciampi

Intervista su “Mio cugino il fascista” - dal sito AgoravoxMagazine

2009

Cari amici, lettori e non,

vi auguro un duemilanove ricco di serenità, di soddisfazioni, e di buone letture.

Vincenzo Ciampi